Vai al contenuto

Wittelsbach

Admin
  • Numero contenuti

    8364
  • Iscritto

  • Ultima visita

2 Seguaci

Su Wittelsbach

  • Rank
    Turbo user
  • Compleanno Marzo 23

Profile Information

  • Sesso
    Maschio
  • Luogo
    St. Florian
  • Interessi
    Conservatorio, ossia conserve di frutta e verdura

Visite recenti

20457 visite nel profilo
  1. Ho cominciato l'avventura...
  2. Tralasciamo per un momento il problema dei vestiti dell'imponente Marc (in effetti non sempre felici), e torniamo al calcio giocato, con questa edizione dell'Elektra inclusa nella Strauss Edition di Emi-Warner. Fu la seconda registrazione, dopo la Decca con Solti, a includere un tradizionale taglio nell'apostrofe di Elektra, taglio concepito per non prosciugare il fiato dei soprani alle prese con un ruolo killer come pochi altri. E' evidente, in disco il problema non si pone, e aggiungo che è giusto che una registrazione discografica contenga tutta la musica dell'opera prescelta. Questo disco del 1989, in ogni caso, funge da istantanea per capire cosa fosse l'Elektra trent'anni fa in un grande teatro tedesco, magari la stessa Monaco in cui la registrazione ha avuto luogo. L'esito? Tutto è al suo posto, ma nessuno appare davvero convinto. Wolfgang Sawallisch ci squaderna la partitura rispettando al millimetro i climax previsti dal compositore. Quando c'è da scatenare l'ira degli elementi, questo avviene. Quando c'è il lirismo cantabile del valzer di Chrysotemis, eccolo presente all'appello, anzi è forse il momento migliore. Ma gli scoppi espressionistici, pur diligentemente esposti, mancano di quel pizzico di grandiosa follia che si trova, per esempio, in alcuni momenti dell'esecrato Gergiev, per non parlare di un Mitropoulos. Si paragona spesso il talento musicale di Strauss a quello figurativo di Klimt. Con Sawallisch, nella fattispecie, abbiamo uno di quei Klimt dominati da colori freddi. L'equilibrio con cui Sawallisch domina l'eccezionale orchestra bavarese fa un effetto di quel genere: una calibrata freddezza, un compito musicale da 10 e lode, tirato a lucido ma un po' carente di vera personalità. Col cast, lo stesso. Eva Marton era l'Elektra di quegli anni, e proprio in questo personaggio conseguì i migliori risultati in carriera. La voce è di grandi dimensioni, bella, scura, ampia, proiettata alla perfezione. Non c'è acuto, fiato diabolico o cavata da stagliare su magmi orchestrali che la veda impari. Vocalmente, una prestazione da dominatrice. Teatralmente, è più banale. Ogni tanto sopravviene qualche scavo tragico, qualche inflessione tagliente e incisiva. Ma senza grande convinzione e senza vera progessione. Manca, per dire, la profonda umanità offesa che la Nilsson faceva emergere dietro il simulacro di un canto onnipotente. Funziona anche la Marton, ma con meno emozione. Risulta più espressiva la virginale ma esaltata e alienata Chrysotemis di Cheryl Studer, personaggio tra i più riusciti di un excursus carrieristico che la vide cantare di tutto un po'. La linea vocale lampeggiante, con acuti algidi e luminosi, rende bene anche con l'accento il mix di vulnerabilità e visionarietà che di questo ruolo costituisce condensato tra i più interessanti. Meno persuasiva Marjana Lipovsek, che deve fare Klitamnestra, cioè il personaggio che maggiormente nasconde i pericoli di un declamato espressionista ed eccessivo. Questa notevole artista scansa il rischio, per darci però poco altro: buon canto, qualche sonorità di petto un po' ostentata e morta lì. Quasi sempre la Lipovsek ci regala qualche guizzo interessante, nelle sue incisioni. In questa Klitamnestra fa anche lei il compito in classe. Unico vero sussulto, i soliti urli horror al momento della sua morte. Più autentico e calibrato il virile, spontaneo e disarmante Oreste a cui Bernd Weikl presta una voce più bella e rocciosa che mai. Hermann Winkler, al contrario, è un Aegisth del tutto scialbo e privo della minima vita, sostituita da un cantare monotono e tutt'altro che irresistibile. Di qualità le parti di fianco, con la chicca della presenza di un Kurt Moll che presta il suo formidabile velluto canoro al Precettore di Orest. @Madiel @Snorlax
  3. A me sembrano entrambe da discarica
  4. Wittelsbach

    Necrologi

    Peccato. Comunque resta, e mi spiace dirlo, uno dei cantanti più sgradevoli che abbia conosciuto. Ha cantato fin quasi ai novant’anni, a quanto ricordo!
  5. Sarà qualche forma di geniale trovata registica... (Non l'ho visto)
  6. Guai a dimenticare questo pianista ragazzi!
  7. Col secondo capitolo della Tetralogia, in realtà registrato per primo, si conclude a metà strada il Ring wagneriano Decca affidato a Von Dohnanyi e alle sue forze americane di Cleveland. Beh, un vero peccato. Sarebbe stato interessante capire a chi sarebbe stato affidato il personaggio di Siegfried, probabilmente il più problematico da assegnare in un momento storico come i primi anni Novanta, dominati da compromessi più o meno attendibili per certi ruoli. Come che sia, questa è una Walkure quasi perfetta. Cominciamo dall'orchestra: passo spedito, analisi costante, lucidità estrema nel chiarificare l'ordito strumentale, uno dei più geniali della storia della musica, senza far percepire freddezza, anzi con trovate notevoli. Il Primo Atto è pressoché perfetto: orchestra e cantanti ne rendono come meglio non si potrebbe la dimensione intimista, familiare, domestica. E Dohnanyi, diversamente da quanto faceva Boulez, non trascura l'elemento dell'amore incestuoso che sboccia nel plenilunio primaverile, dandogli anzi una luminosa speranza. D'alto livello l'accompagnamento al duetto (o duello?) Fricka-Wotan, smosso come si conviene. Pure ben stagliate sono le pagine conclusive dell'Atto Secondo, e la Cavalcata delle Valchirie, del tutto spogliata di qualsiasi opulenza, ha una qualità quasi mahleriana. In cast, tutti sono bravi. Voglio però cominciare, come con Barenboim, dagli amanti gemelli. Alessandra Marc è un sopranone sia per voce che per stazza fisica, spesso maleducatamente presa in giro. Col tempo e gli anni, sarebbe diventata cigolante nella voce, sempre di ampio volume ma piena di crepe. All'inizio della sua parabola, invece, tutto è a posto. E francamente, la sua Sieglinde mostra un'immedesimazione che nella Marc non ricordavo. Le prime frasi, e un po' tutto il clima precedente all'arrivo di Hunding, hanno una dolcezza materna, empatica, espressa con suoni soffici e soffusi che mandano in soffitta gli exploit di altri sopranacci di molti anni prima, già pronti a fare la faccia scura. Più avanti, qualche lievissima fissità negli acuti non impedisce alla voce di espandersi con uguaglianza (l'addio a Brunnhilde del Terzo Atto è davvero bellissimo nella sua radiosa pienezza, sostenuta da un'orchestra che proprio quello cerca), con un accento sempre appassionato, drammatico ma non altisonante, autentico. E Poul Elming supera il se stesso udito a Bayreuth, per firmare un Siegmund che, per solidità vocale e senso e scavo della parola detta e di quella inespressa, può guardare un Jon Vickers senza arrossire, anzi superandolo sul terreno della bellezza. La quantità di inflessioni ed espressioni messe in campo dal tenore danese configurano un personaggio quantomai sfaccettato, umano ma pieno di orgoglio, capace di esternare, ad esempio, tutto il disprezzo del caso nell'affrontare Hunding al momento d'incrociare le spade, ma espansivo e cordiale nel "Wintersturme". Un eroe contemporaneo, questo Siegmund, animato da ideali alti e ben diversi da quelli di un Wotan. Come Wotan, Robert Hale sorpassa parecchio la sua prova del Rheingold, sorprendendomi non poco. Già il fraseggio della scena con Fricka è notevole, ma nel monologo-racconto con Brunnhilde addirittura si supera, stagliando tutta la sua prima parte con un tono sottovoce, amaro, sconsolato, umanamente triste, che fa pensare a un soliloquio più che a un dialogo: la stessa intuizione di McIntyre, solo estremizzata, e svolta con meno cadute nel parlato. Notevole anche l'espressione cupa, desolata nel condannare a morte Hunding. Il Terzo Atto è meno rivelatore, ma sempre capace di dare grandi soddisfazioni all'appassionato di teatro. Gabriele Schnaut mi era stata definita "urlatrice", ma non direi proprio. Fin dal diabolico ingresso, si dimostra in grado di dominare la tessitura con una grinta vocale di tutto rispetto, ed è notevole l'accento scapestrato ma anche imperioso, pieno di sé e ribaldo che tira fuori per ogni dove. Interpreta meglio della Jones, e con più emozione. Alla riuscita del Primo Atto concorre anche l'Hunding dell'elvetico Alfred Muff, molto più baritonale e leggero del solito, e insolitamente propenso alla scolpitura della dizione: ne esce un ritratto di poco consueta gioventù, anziché il solito vecchio satiro. Notevole anche il suo ricomparire alla lotta contro Siegmund. E poi, com'è brava Anja Silja! Non so se all'epoca fosse ancora moglie del direttore. Certo è che nella sua difficile scena l'intesa con l'orchestra non poteva essere migliore: un Fricka tagliente, altera, grandiosa nella collera e nel sostegno dei suoi irriducibili valori morali. E' tagliente, a dire la verità, anche qualche suono del registro alto, ma in fin dei conti chi se ne importa. Discreto il gruppo delle Valchirie, malgrado qualcuna faccia udire alcune incertezze di intonazione. Comunque, un ascolto che non mi aspettavo! @Ives @Snorlax @giordanoted
  8. A quel poco che mi risulta, sembra che l’edizione non sia tagliata o manomessa e che il narratore sia espressamente previsto. Inoltre fu concepita apposta per la radio: https://badisches-staatstheater-karlsruhe.blogspot.com/2017/04/hfm-karlsruhe-reutter-die-brucke-von.html?m=1 Detto questo, vedrò di farmi una cultura su Gerhard!
  9. In Beethoven, da un punto di vista pianistico e strettamente tecnico, pochi han fatto meglio di lui negli ultimi cinquant'anni. Come direttore lo conosco quasi zero.
  10. E così la curiosità mi uccise. Fortuna che anni fa, quando ancora non avevo scoperto Spotify e mi pungeva vaghezza di acquistare questo cd da 68 minuti, non l'ho fatto: dopo il primo ascolto sarebbe rimasto sepolto nell'oblio. Tale è il valore, per me, da dare a questa desueta opera del Carneade Hermann Reutter, oggi del tutto obliata, e secondo me con grande ragione. Reutter (1900-1985), compositore di Stoccarda, qualche compromissione col nazismo, dalla wiki germanica è presentato come influenzato da Pfitzner e Bruckner. Ebbene, in quest'opera del 1954, scordatevelo. Interessante il soggetto: è tratto dalla celebre novella di Thornton Wilder, Il Ponte di San Luis Rey (che qui diventa, chissà perché, Ray). Non era sicuramente una scelta usuale, tantopiù che il libro si presta ben poco a una teatralizzazione della sua atmosfera. Il fatto che ne abbiano ricavato ben tre film non tragga in inganno: il mezzo cinematografico è senz'altro più versato di quello operistico nel rappresentare il flashback su cui questa narrazione si impernia. Per chi non lo avesse ancora letto (fatelo, ve lo consiglio), qui c'è una superba sintesi, scritta da Roberto Cocchis. L'intreccio è seguito fedelmente da Reutter, che ha scritto in prima persona anche il libretto, oltre alla musica. E che abbiamo di fronte? Più che un'opera, sembra qualcosa di ibrido, una sorta di oratorio moderno. La vivezza (si fa per dire) della vicenda è intercalata a moltissimi momenti in cui interviene un narratore, a spiegare, puntualizzare e raccontare un sacco di cose, a collage di scene ben staccate tra loro. E la musica? Pfitzneriana, bruckneriana? Manco per niente! L'inizio è preceduto da una cosiddetta "Sinfonia" che in realtà è un preludietto di un minuto e mezzo, dal quale capirete molte cose: una musica a tonalità allargata, vagamente neoclassicheggiante ma con ammicchi furbeschi a un modernismo pochissimo sentito, di colore insistentemente grigiastro. Sarà la tinta dominante dell'intero organismo. Le parti più sfiancanti sono quelle in cui Fra Ginepro (Bruder Juniper, per essere precisi) delinea le sue indagini sulle cinque malcapitate vittime della rottura del ponte peruviano: una successione di declamati vocali proprio monotoni, sostenuti da uno strumentale di pochezza raggelante, con certi accordi dei legni a dir poco ripetitivi. A Ginepro, a mo' di tragedia greca, fa da controcanto il coro, che il più delle volte sciorina incisi omofonici e accordali, ricalcati in tutta evidenza sui fiati di prima. L'inserzione del pianoforte nell'orchestra, a cui sono demandati lugubri ticchettii, è il colpo intellettualoide della situazione. Simili atmosfere accompagnano la Marchesa, Madre Maria, Pepita. Momenti un po' più vari sono la sortita di Camila Perichole, che improvvisa un'arietta virtuosistica dal sapore vagamente ispanico; la scena tra i fratelli Manuel ed Esteban; il dialogo di quest'ultimo col capitano Alvarado, sostenuto da ritmi marziali puntati e da qualche impennata delle trombe. La scrittura vocale è tendenzialmente piatta e salmodica, eccezion fatta per Perichole, Manuel, Esteban e Alvarado, che hanno a che fare con roba più difficile e spesso molto acuta. Sinceramente, l'ho trovata una palla mostruosa, ma può darsi che mi sbagli. L'incisione, d'ottimo livello, ritrae una performance radiofonica affidata a un Michael Gielen di appena 28 anni, evidentemente già apostolo della musica contemporanea. In ogni caso, non si tratta di un contesto che possa far risaltare la bravura di un direttore: probabilmente qualunque studente di solfeggio sarebbe venuto a capo senza problemi di questa melma. L'orchestra della Radio viennese è ottima, e buono anche il Coro da Camera coinvolto. Il cast dispiega un parterre di autentici divi dell'epoca, del tutto ingiustificato e fuori causa in simile cataplasma. Il più penalizzato di tutti è Julius Patzak nel ruolo di Fra Ginepro, nominalmente protagonista ma di fatto collante tra le varie scene, e destinatario di una scrittura vocale di un grigiore unico. Fatto sta che Patzak non può nemmeno interpretare una simile inezia, e si limita a sciorinare le note, senza fare chissà che. Su posizioni simili si trovano la Marchesa di Hilde Rossel-Majdan, in possesso di un'ottima voce ma del tutto sprecata; la Madre Maria di Gertrude Schreter, dal timbro identico alla sua collega; la Pepita del sopranino Emmy Loose, famosa Despina di quei tempi ma in grado di fare ben poco. Al contrario, la spavalda Perichole è meglio caratterizzata dalla sua musica, e la viennese Gerda Scheyrer può far valere una voce solida, spericolata negli acuti e nelle piccole acrobazie richieste dall' "aria" con cui entra in scena, recitando poi con molta varietà, per quanto possibile. D'altro canto, Waldemar Kmentt (Manuel) e Walter Berry (Esteban) hanno in appalto una delle poche scene drammaticamente pregnanti, e ne approfittano quanto possono, recitando, pur così giovani, con una quantità di colori e sfumature che fanno soprassedere sulla qualità della musica, peraltro superiore alla media dell'opera, e venendo a capo con onore dei vari acuti scritti in partitura. Molto bravo anche l'Alvarado di Alois Pernerstorfer, voce ballerina ma morbida, e interprete sensibile e capace, in grado di realizzare benissimo il duetto con Esteban. Personale e intelligente anche Peter Klein, nella meno interessante parte dello Zio Pio. Quanto al Narratore, ruolo totalmente parlato (gli altri cantano e basta, al contrario), Ernst Meister ha bella voce ma un tono così impersonale e straniato da azzeccarci davvero poco con la tetra drammaticità della storia, dando il colpo di grazia. Morale: sforzo produttivo sprecatissimo. @Madiel @Ives @giordanoted
  11. Precisamente, sì, esatto, giusto! Quel Ring andrebbe riesaminato bene per farci una mia recensione, mai scritta qui. Comunque, in orchestra c'era più pulsazione allora, che non in questo Olandese. Tra i punti di forza, uno Schreier imperiale, con fissato il suo fondamentale Loge, poi un eccellente Kurt Moll, una Sieglinde della Norman, un Theo Adam non all'altezza della prova superba con Bohm ma comunque di classe superiore.
  12. Forse la cosa è passata un po' sotto silenzio, ma a quel Bruckner mi ero dedicato. Ora dovrei cercare i messaggi, risalenti ad almeno 2-3 anni fa. Risultato? Gradimento, gradimento. In Bruckner mi piacciono di più altri tipi di interpretazioni, ma questo stile lineare e lucido aveva incontrato la mia approvazione!
  13. Che robaccia! Davvero inqualificabile!
  14. Lo metto qui anche se non lo comprerò in quanto presente su Spotify. Opera ricavata dal celeberrimo libro di Thornton Wilder, proposta da un direttore fin da giovane (a quanto pare) curioso, e con un cast di vere e proprie stelle. Di Hermann Reutter (1900-1985) non so assolutamente niente. Qui le info scarne sulla wiki inglese, più corpose le note su quella tedesca. @Madiel mai sentito?
  15. Non potevo mancarlo. Ho aspettato pazientemente che su amazon apparisse a un prezzo più accessibile del solito, e me lo sono fatto arrivare dalla Germania. Di particolare interesse il fascicolo, con un vasto excursus circa il rapporto di Keilberth con Bayreuth (allontanato da Wieland, pare, per alcune osservazioni di troppo), sulla storia di quelle registrazioni, sul problema della lotta HMV-EMI contro la Decca-Telefunken, sulle difficoltà di registrare musica a Bayreuth dal vivo a quei tempi.
×
×
  • Crea Nuovo...

Accettazione Cookie e Privacy Policy

Questo sito o gli strumenti di terzi, usano cookie necessari al funzionamento. Accettando acconsenti al loro utilizzo - Privacy Policy