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Wittelsbach

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  1. Quindi in pratica non hanno neanche l'altissima qualità tecnica che la Decca aveva fin dall'epoca del mono!
  2. Questa edizione dei Contes ha ampi crismi di storicità. Anzitutto, è una registrazione diversa da tutte le altre. Bonynge, con le fonti di cui disponeva nel 1971, ha fatto una sua personale revisione dei Contes, i cui intendimenti sono perfettamente spiegati nelle lunghe note che lui stesso ha scritto nel grossissimo libretto. Anzitutto sono impiegati i dialoghi recitati, per la prima volta dopo l'antica testimonianza del '48 di Cluytens. In secondo luogo, appaiono brani rielaborati da Bonynge e, soprattutto, appare la Musa all'inizio del Prologo, col suo monologo in cui annuncia di trasformarsi in Nicklausse per guidare Hoffmann sulla via dell'arte poetica. Così congegnata, l'opera è un ottimo compromesso di tradizione e autenticità, anche se oggi, coi ritrovamenti che ci sono stati, si rivela obsoleta. La direzione orchestrale si situa nell'olimpo della storia del disco. L'Orchestra della Svizzera Romanda era un'ottimo strumento plasmato dalle cure di Ansermet, e Bonynge se ne serve per navigare nel suo tipico elemento, quello dell'opera fantastica francese, che era il suo humus preferito. Da qui, una conduzione di rapsodica varietà, con ironiche rievocazioni grand-operistiche, squisite minuzie, cambi d'atmosfera repentini, grandissima eleganza e sublimi accompagnamenti. Nel cast, Joan Sutherland è la gloria. E' una delle poche a interpretare tutte e tre le figure femminili di peso, con l'aggiunta di Stella, che nell'Epilogo non è confinata ad anonima comparsa ma ha in dotazione un brano coronato da un arduo sovracuto. Ebbene: è straordinaria. Più ancora che con le sublimi eroine italiane, la Sutherland era immensa con quelle francesi, in cui faceva tra l'altro emergere un gusto per la nuance e la sfumatura interpretativa che in italiano non palesava. Basti dire che è bravissima finanche nella recitazione dei dialoghi, e di più non posso dire. Vocalmente, è un'Olympia che sormonta ogni possibile difficoltà con un virtuosismo trascendentale, profondendo anche gustosissimi ammicchi di sopracciglio. Giulietta (il cui atto arriva dopo quello di Olympia) all'epoca non le consentiva di brillare, ma è risolta con dolce patetismo. E come Antonia, nessun'altra saprà offrire una così abbagliante resa della difficilissima scrittura, coronata da un sovracuto radioso ma anche illuminata da una réverie senza dubbio soggiogante. Quanto a Placido Domingo, è capace di stupende mezzevoci, come quella alla fine del Prologo, da antologia. La voce è quella degli inizi, seducente, pastosa, spontanea. Gli acuti sono ben dominati, forse quelli estremi hanno un sospetto di tensione ma in genere la compattezza del suono eclissa in grande stile il successivo Jerusalem. Domingo è poi un Hoffmann guascone, innamorato, di divertente timidezza e goffaggine. E' pure molto volonteroso e convincente nei dialoghi, anche se qualche disagio è avvertibile. Chi domina nei dialoghi è Gabriel Bacquier, che recita in modo del tutto formidabile quando deve parlare. Dissento, viceversa, da certe lodi tributategli nell'interpretazione dei brani cantati delle quattro figure diaboliche che gli sono affidate: il ghigno, spesso eccessivo, e la rozzezza malvagia prevalgono decisamente troppo spesso, oltretutto propiziate da una pesantezza vocale che si prestava, indubbiamente, a caratterizzazioni grossier di questo tipo. Però "Scintille, diamant", malgrado i durissimi acuti, è ben caratterizzata, con ombrosa scontrosità e una linea accettabile. Huguette Tourangeau si presenta con un monologo della Musa declamato da perfetta oratrice francese. Come sempre, il mezzosoprano canadese, prediletto da Bonynge, canta poi con estremo gusto e vivacità, lasciando solo un po' a desiderare in certe gutturali discese in basso, peraltro non numerose. Gli altri ruoli vedono anzitutto un Paul Plishka come Crespel morbido, immedesimato e pieno di buon cuore. Hugues Cuenod aveva all'epoca 69 anni (sarebbe vissuto fino ai 108!), ma canta il Minuetto di Frantz con una voce che ne dimostra 20 di meno. E poi, nei panni dei quattro inservienti, è tremendamente bravo nel differenziarli, dalla semplicità di Andrès all'invadente balbuzie di Cochenille, fino alla ghignante cattiveria di Pitichinaccio. Le altre parti, essendo scomparsi i recitativi sostituiti dai dialoghi, possono essere tranquillamente affidati ad attori. Schlemil è, ad esempio, André Neury, e fa tutto quello che deve fare. Ma il trono spetta al simpaticissimo commediante cinematografico Jacques Charon, il cui Spallanzani è letteralmente senza freni, dimostrando anche di saper cantare con notevole musicalità e scelta del tempo. Tirando le somme: Contes da conoscere.
  3. Ignoravo la registrazioni per la Decca, sarebbe interessante capire di che anni siano. Prevedibilmente, prima del '50.
  4. No, mai parlato. Ci penserò a tempo debito.
  5. Io ho questa versione qua, che non ho ancora mai sentito e che credo non esista più: è un Brilliant che mescola Rooley, Alessandrini, Roberto Gini e Francesco Cera. Brilliant ha intanto fatto uscire questi, che sono molto più completi. Ignoro come siano...
  6. Visto solo ora. Queste mi piacciono moltissimo. Una drammaticità quasi espressionista, non sempre frequente su al Nord.
  7. Vartolo come densità strumentale è quasi agli antipodi di Garrido. Come interpretazione, invece, rifugge anche lui da certi “calvinismi”.
  8. Mettere Sardelli tra i sottovalutati... Va beh, fa già ridere così...
  9. Sono piacevoli da ascoltare e da godere questi Contes, che seguono l'edizione tedesca berlinese di Peters, ossia in pratica la Choudens: edizione dunque arcaica, ma i Contes è impossibile renderli davvero brutti, anche perché il Settimino e l'aria "Scintille, diamant", pur consistenti in rielaborazioni di altre musiche offenbachiane, sono pezzi a dir poco stupendi. All'inizio, all'atto di mettere sul piatto questi dischi, mi aspettavo molto peggio. E devo ricredermi su certi pregiudizi. La direzione di Heinz Wallberg, alla guida dell'eccezionale orchestra radiofonica di Monaco e di un coro di rara bravura e compattezza timbrica, ha il profumo della vecchia scuola. Il maestro tedesco imposta una narrazione di respiro decisamente romantico, con atmosfere contrastate, dinamica varia e increspata, agogica libera e ariosa. La drammaticità, con Wallberg, prevale sulla fatua leggerezza, ma è attuata senza alcun appesantimento di sonorità, mantenute piuttosto brillanti e incisive. E questo non contraddice la resa di certi momenti languidi: la Barcarola e l'ultimo Entracte sono delineati con colori notturni, inebrianti, misteriosi, sommamente suggestivi. Il cast vede la presenza di un giovane Siegfried Jerusalem come protagonista. E occorre dire che, purtroppo, si rivela l'anello debole. Bella e fresca la voce, giovanile, ma di colore spesso un tantino algido e biancastro. La tecnica poi ha magagne cospicue, tanto da potersi dire che la parte di Hoffmann tende un po' troppo a sovrastare le capacità vocali (ma anche espressive) di Jerusalem. Gli acuti, per esempio, sono opachi, tendenzialmente stridenti e striminziti, e questo si sente in tante pagine, fin troppe. Il teatrante ogni tanto elargisce qualche accento genuino (specialmente, quando la tessitura non lo costringe a gridare troppo, nell'Atto di Monaco, sicuramente il momento più alto della partitura e qui, per fortuna, anche della registrazione), ma altrimenti è abbastanza generico, come spaesato e senza troppo carisma. Un antico recensore diceva addirittura che Jerusalem scambia Hoffmann per un ruolo wagneriano: sinceramente, mi domando come si possa anche solo pensare una cosa del genere. Le tre donne sono assai migliori. Jeannette Scovotti azzecca con molta sicurezza acuti, sovracuti e gingilli vari. Canta bene la canzone della bambola, e nel resto vien fuori con solidità vocale e professionismo, anche senza lasciare chissà quale ricordo in Olympia. Giulietta, nell'edizione Choudens, è la meno pregnante delle tre, dal punto di vista musicale. Norma Sharp, malgrado la correttezza, si rivela insipida: qualche acuto fisso, un timbro vocale di generica gradevolezza e poco altro. Piuttosto impalpabile. Il capolavoro è Antonia. Antonia è giovane, adolescente, liliale. Guai a trasformarla in una matrona. Come la Manon di Puccini, questa caratteristica di gioventù deve confrontarsi con una tessitura impossibile, giocoforza terreno di caccia di cantanti mature e scaltrite. Julia Varady è la grande sorpresa. La sua voce, in sé e per sé non particolarmente preziosa, viene schiarita con grandissima intelligenza. La stessa intelligenza suggerisce alla cantante inflessioni di stupefatta semplicità, che ne rendono il carattere come ben poche volte si è ascoltato. Dal canto suo, l'esecutrice è rimarchevole per la strenua difesa che offre a una parte acutissima, dominata con slancio, grinta e suoni notevoli, se si esclude il sovracuto conclusivo, piuttosto fisso e duro (ma è così con quasi tutte le cantanti che vi si sono misurate). Il genio della situazione è Dietrich Fischer-Dieskau. Baritono puro, non si mostra a disagio con la tessitura grave, dimostrando al contempo grande disinvoltura nelle zone più alte del pentagramma. La nota acutezza teatrale fa il resto: i quattro malvagi ricevono altrettante caratterizzazioni di sorniona perfidia, in cui il sorriso sardonico prevale sul ghigno plateale, delineando un'ironica pericolosità e un'eleganza velenosa che sono puro, purissimo ésprit francais, sia pure in tedesco. Unica parziale eccezione, "Scintille, diamant": lì Fischer-Dieskau sceglie la variante acuta, purtroppo risultando in maledetta difficoltà su certe note. Ma poi si riabilita con tutto il resto, specialmente con un'incredibile impersonificazione di Miracle, reso con mezzevoci quasi tenorili. Grande. Gli altri rendono benissimo, dimostrandosi spesso superiori ai colleghi dell'edizione Cambreling. Ciò non vale per Nicklausse, qui Nicklaus, che l'edizione Choudens confina a ruolo oltremodo marginale e dunque non confrontabile al cimento sostenuto dalla Murray alle prese con la partitura Oeser: in ogni caso Ilse Gramatzki canta con piacevolezza, interpreta con spigliatezza e insomma vien fuori. Eccellente Friedrich Lenz, 15 anni prima Monostato nel Flauto di Bohm, che scolpisce i quattro servitori con estroso brio e tenuta vocale invidiabile, come il Minuetto di Franz evidenzia. Klaus Hirte, grande artista come al solito, è uno Spallanzani tarantolato e travolgente, e Gunter Wewel mostra la sua classe nel ruolo di Schlemil, che in questa versione è piccolo piccolo. Crespel ha più peso, e riceve immenso rilievo da un Kurt Moll morbido, sottile, talvolta perfino commovente nella sua immensa profondità vocale, di cui si serve per tratteggiare una figura paterna molto efficace e "recitata". Hanna Schwarz, destinata a fulgidi traguardi, surclassa senza problemi la Taillon nelle battute destinate alla Madre di Antonia. Una curiosità: l'edizione è coi recitativi musicati, ma le poche frasi di Stella sono parlate, e a ricoprirle è chiamata nientemeno che Gisela Schunk, la dialoghista della cui regia la Emi si serviva per le sue registrazioni d'operetta. @Pinkerton @Snorlax @Glenn Gould
  10. Mi sembra invero che quella Tosca al buon Maja piacesse non poco... E anche a me.
  11. Ma è successo qualcosa che mi sono perso? Io rivoglio i pipponi, altroché!
  12. Non priva di godimento questa versione tedesca, meritevole secondo me per la movimentata direzione di Wallberg e per un Fischer-Dieskau molto acuto. Jerusalem è invece un protagonista inadeguato. Ne leggerete...
  13. Aggiungo che la riflessione "politica" del Ballo è tutt'altro che priva d'interesse. Lo spettacolo di Bieito, quello pieno di rimandi al golpe spagnolo di Tejero, pur con l'evidente forzatura di un approccio simile (che non sarà mai nelle mie corde) lo dimostra. Il libretto del Somma comunque è ormai tradizionalmente oggetto di strali più o meno generali da parte degli intellettuali, capaci anche di cadere in topiche clamorose, come quando uno (non so più chi) attribuì le "orme dei passi spietati" al Piave!
  14. È esatto. Si dovrebbero considerare come un’unica opera.
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