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Wittelsbach

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    Conservatorio, ossia conserve di frutta e verdura

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  1. Wittelsbach

    Cosa state ascoltando ? Anno 2019

    Grazie a tutti per le dediche.
  2. Wittelsbach

    Cosa state ascoltando ? Anno 2019

    Replico con questa versione di Theo Adam con Karl Richter. Klaus Mertens non mi è mai piaciuto...
  3. Sintetica narrazione del Capriccio di Bohm dal vivo

  4. Wittelsbach

    Le recensioni operistiche discografiche di Wittelsbach

    Accanto all'italianume, continuo con Strauss. Che credevate? Membran nel suo primo boxino mette questo Capriccio ripreso nel 1960 alla Staatsoper viennese. Si tratta di recite da sempre caratterizzate, a quanto mi risulta, dal suono abbastanza precario in ogni sua incarnazione discografica. Sicuramente non si tratta di microfonatura radiofonica, ma di una qualche specie di registrazione amatoriale. Che dire? Il Bohm alle prese con Capriccio lo godiamo molto meglio nell'edizione ufficiale DG degli anni Settanta. In ogni caso, è difficile passar sopra alle prove notevoli che sentiamo qui da parte di orchestra e cast, così abbiamo il risultato singolare di un'edizione ottima ma prescindibile, oppure prescindibile ma ottima. Quindi scriverò con uno stile più asciutto e più sintetico. Naturale: anche qui Karl Bohm si mostra a suo agio sul terreno straussiano, con una propulsione leggera e complice negli accompagnamenti di questo pastiche settecentista, senza illanguidire troppo le tinte ma prediligendo una narrazione sana e svelta. Elisabeth Schwarzkopf era interprete, come si suol dire, di riferimento per questa Contessa, e anche qui profonde la ben nota sapienza espressiva, centellinando espressioni calibratissime in ogni frase, anzi in ogni parola, con la souplesse di chi si trovava nel proprio naturale elemento, e per giunta galvanizzata da un clima scenico non comune. L'altra donna, Christel Golz, era un gran sopranone drammatico votato alle scritture più impervie di Strauss, e purtroppo condotto a un subitaneo declino da una tecnica non perfetta assommata a un repertorio massacrante. Qui è spostata sull'attrice Clairon, la cui scrittura mezzosopranile la esenta da acuti impossibili e ne esalta l'ancor bella compatezza di un registro centrale d'impatto, oltretutto con un fraseggio insolitamente serio e partecipe, anche se per fortuna non serioso. Molto grandi il musicista e il poeta. Anton Dermota e Walter Berry, difatti, con le loro splendide voci, il reciproco affiatamento e la naturale scaltrezza nel porgere i fonemi, scolpiscono due divertenti e immedesimati ritratti, molto arguti e coinvolgenti dall'inizio alla fine. A 63 anni, Paul Schoffler era un po' al traguardo, e qualche fatica vocale si sente, nel suo La Roche. In ogni caso, l'artista, ancora in possesso di un bello strumento, se ne serve per creare un carattere nostalgico e disincantato, con un'arguzia comica che non sempre dimostrava. E' abbastanza vivace anche il Conte di Hermann Uhde, cantante poi morto prematuramente. L'ho sempre stimato, tende un po' a wotaneggiare e a esprimersi con un tono altisonante, ma la sua caratterizzazione merita rispetto. Rispettabile anche lo stuolo di parti minori, tra cui un bravo Giuseppe Zampieri come Cantante Italiano.
  5. Wittelsbach

    Cosa state ascoltando ? Anno 2019

    Vabbè, vi dico che ieri ho iniziato il mio ascolto di una delle opere più strane mai scritte
  6. Wittelsbach

    Cosa state ascoltando ? Anno 2019

    Quadriadi? Giordy scusa se mi permetto, ma proprio tempo fa ti eri inalberato quando Maiacoschi ti aveva detto scherzosamente che avevi citato Masur per fargli dispetto, e tu gli avevi detto tipo che non era il centro del mondo. Alla fine andate più d'accordo di quando non sembri...
  7. Wittelsbach

    Cosa state ascoltando ? Anno 2019

    Che poi, oltretutto, il Belder non tastierista ma direttore ci ha dato dei Brandeburghesi orchestrali forse non di primissima scelta ma quantomeno ben impostati e non accademici ed essiccati. Certamente non personali, ma inseriti nella normale scuola interpretativa period instruments. Su Rameau, credo si muoverebbe bene pure Niquet.
  8. Wittelsbach

    Cosa state ascoltando ? Anno 2019

    Ricordavo bene: avevo scritto una recensione, ormai sette anni fa! Per leggerla, cliccare la freccetta obliqua in alto a destra.
  9. Wittelsbach

    Cosa state ascoltando ? Anno 2019

    Chiedo un parere anche di @Pinkerton. Ma come mai si è arrivati a tirare in ballo il Lohengrin? Vedo ora una frase di @Majaniello che parla di cast maschile accettabile. Ne sono convinto, Pavarotti aveva ancora tanto da dire. Nucci in astratto era un'ottima scelta, e non ho mai capito quelli che a un certo punto hanno iniziato a tacciarlo di non adeguatezza alle scritture verdiane, accampando argomenti inconsistenti. Semplicemente, in questa registrazione è poco in forma. Burchuladze vabbè, o piace o non piace, e a me non piace.
  10. Wittelsbach

    Cosa state ascoltando ? Anno 2019

    Ho capito, credevo alludessi a tendenze seduttive (non so perché, ero stanco ieri). Boh, che dire: a me la Price piace, e tanto, anche qui. Mi piace anche la Freni, anche se la trovo meno immedesimata. La Sutherland di quella registrazione giusto nell'aria di sortita si fa apprezzare, sembra l'abbiano scritturata per cantare quello e basta, da come si comporta. Avevo recensito anni fa la sua presentazione, trovandola molto più nebulosa del solito come dizione, oltre che antipaticamente indurita. Semmai, più che con Price o Freni, che non hanno peccati capitali vocali, paragonerei una Sutherland facendo notare come faccia un figurone rispetto a certe esibizioni documentate dal disco di cantanti oggi molto in voga e in teoria non sessantenni, tipo la Neves.
  11. Wittelsbach

    Cosa state ascoltando ? Anno 2019

    Una price che "ci prova" in che senso?
  12. Wittelsbach

    Le recensioni operistiche discografiche di Wittelsbach

    Quest'opera del 1917 fa parte, a torto o a ragione, al vasto corpus più o meno dimenticato di Pietro Mascagni. Ogni tanto, in Italia si provava (e si prova ancora) a rivisitarlo. Alla Rai, a Milano, si presero la briga di svolgere questa operazione nel lontano 1957, e la simpatica casa discografica Gala, il cui catalogo peraltro sembra da poco tempo non esistere più, si è presa la briga di stamparne la registrazione in due cd belli pieni, il primo dei quali stipato fino a 70 minuti, in modo tale da includere nel secondo (74 minuti) non solo l'ultimo atto di Lodoletta ma una serie di bonus, i più svariati. Dedico l'ascolto al curiosissimo @alfiocarrettiere, ma anche a @Pinkerton, @Majaniello e @giordanoted. Il sito GbOpera ci viene in aiuto per la trama: Materia dunque prossima al mélo del futuro Raffaello Matarazzo, l'autore degli imprescindibili "Catene", "Tormento" e "I figli di nessuno", con gli opportuni Yvonne Sanson e Amedeo Nazzari: vicenda lacrimosissima, a dir poco. Il libretto di Forzano è di linguaggio piuttosto semplice, evita di dedicarsi alle contorsioni pseudocolte di un Illica senza per questo eccellere. Mascagni ha sempre un certo talentaccio musicale, e lo sappiamo. Però qui si fa molto spesso trascinare dai contenuti lacrimevoli della storia, in ogni caso curando bene lo strumentale. Questa edizione si giova di un suono abbastanza buono, il che è senz'altro un vantaggio. Il direttore Alberto Paoletti, mestierante non proprio noto, ha il buonsenso di non calcare troppo la mano. Dunque, non aggiunge melassa a quella già prevista dal compositore, preferendo un andamento asciutto e serrato, che evita abbastanza bene l'accostamento alle retoricissime colonne sonore strappalacrime con il compositore Gino Campese, proprio in quegli anni Cinquanta, decorava appunto il cinema di Matarazzo. Paoletti non è neanche trasandato, e cura le carezze strumentali con una bella perizia, sottolineando bene le capacità di Mascagni. A questo contribuisce l'orchestra milanese, che a quei tempi era davvero buona. Il coro, che interviene spesso, all'epoca era nelle mani di Roberto Benaglio, e contribuisce con la sua buona creanza musicale e teatrale a non affossare i suoi brani. Anche il coretto dei bambini nella Serenata delle Fate è compunto e professionale. Ottimi professionisti nel cast. In un'opera simile, qualche slabbratura o imperfezione non danno grande fastidio. Giuliana Tavolaccini, soprano lirico-leggero (ma con prevalenza di leggero) si dimostra convinta e immedesimata nei panni di Lodoletta. Ha una voce molto chiara, con un caratteristico vibratino che si sente spesso, e che storicamente peraltro contraddistingue molto canto sopranile verista dell'epoca, in primis la mitica Olivero. Rispetto a quest'ultima la Tavolaccini, meno stregonescamente abile nella vocalità, ha un'espressività più semplice e spontanea, riuscendo spesso molto autentica. In certi punti, comunque, si abbandona a piagnistei e singhiozzi di vario genere, in ossequio alla trama e al personaggio. Se non altro, evita di infantilizzare il timbro e dunque di cadere nel grottesco. La sua Lodoletta è una figuretta umile e patetica, abbastanza ben sbozzata e tutto sommato gradevole. Forse più riuscito il Flammen di Giuseppe Campora, che punta tutto su una comunicatività espansiva e avvolgente, molto sincera in fatto d'accento. La voce si espande con bellezza, in una tessitura centralizzante che enfatizza il timbro cordiale e attraente. Il fraseggio non ha colpi d'ingegno particolari, però, come dicevo, ha una comunicativa evidente, anch'essa spontanea seppur non meditatissima, che malgrado tutto rende simpatico il personaggio. Alla fine del Primo Atto, fa udire anche qualche buona mezzavoce. Inferiore a entrambi Giulio Fioravanti, baritono di complemento che si specializzava in parti poco battute. La sua correttezza vocale è la cifra a cui limita il suo Giannotto (o Gianetto), confinato a un'incisività un po' brusca e banale, tutto sommato incolore e scarsamente memorabile, che non giova a un personaggio che non brilla certo per definizione musicale e drammaturgica. Di talento teatrale ne hanno, invece, Antonio Sacchetti nella parte minore del cinico e snob Franz, e soprattutto Antonio Cassinelli nei panni del povero babbo Antonio, sviscerato con voce morbida e con articolazione interpretativa piuttosto ricca e interessante. Tra gli altri, è brava la Pazza di Mitì Truccato-Pace, mentre è piuttosto sforzato e sgarbato Mario Carlin, a cui è appaltata un'enigmatica Voce di Tenore nell'ultimo atto. L'opera, in sé, è poco più di una curiosità. Quantomeno, questa edizione la svolge con diletto. Una parola va riservata ai bonus. In primo luogo, c'è un duetto di Cavalleria Rusticana ripresa a Napoli nel 1971 con la volgarissima direzione di Umberto Cattini, una Leyla Gencer molto a disagio in basso e capace di scoppi veristici abbastanza grotteschi, e un Amedeo Zambon vociferante e sbrigativo. Poi, una serie di assoli mascagnani ripresi negli anni Sessanta in Rai, tutti con Ettore Bastianini, gagliardo vocalmente ma piuttosto rude. Da segnalare il duetto Alfio-Santuzza, non tanto per Bastianini quanto per una veramente eccellente Antonietta Stella. In chiusura, un assortimento di brani raccolti dalla Isabeau del 1962 con Serafin, Pobbe e Pier Miranda Ferraro.
  13. Wittelsbach

    Esecuzioni vocali di riferimento

    Eccome ragazzi!
  14. Wittelsbach

    Barzellette e amenità assortite

    Il FUORI PROGRAMMA lo danno solo nei cinema all'aperto?
  15. Wittelsbach

    L'ultimo CD acquistato (musica classica)

    Come mai? (Non la conosco)
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