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Wittelsbach

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  1. L'ho appena trovato su spotify, vediamo un po'...
  2. Cioè in pratica ti sei sognato di ascoltarti musica? Not bad! Credo che sia capitato anche a me. Ci metto anche Lyatoshinski. Nonché, naturalmente, Pettersson.
  3. Ce l'ho da 10 anni, credo con copertina lievemente diversa. Mi dovrei imbarcare nell'impresa di ascoltarmela. Non è completa, manca per esempio la Sinfonia in do.
  4. Non si trova nulla, se non l'informazione che ha quattro tastiere e 137 registri.
  5. Comunque sto pensando a prendermi Shostakovich, non dico mai di no!
  6. Le ho da 10 anni, le Prokofiev di Kitaenko o Kitayenko. Nella mia classifica di gradimento, sono surclassate dall'edizione Naxos di Kuchar. Per dire, con Kitaenko mi era sembrata brutta la Quarta, e sì che la propone in ambedue le versioni!
  7. Io un figlio così l'avrei già disconosciuto. Peccato che in Italia viga la squallida legge della quota legittima.
  8. Chi si ferma è perduto, dicono. Io non mi fermo e non mi perdo. Dunque, eccomi a commentare l'ennesima fatica wagneriana targata Barenboim: il Lohengrin del 1998, edizione per certi aspetti del tutto magnifica, oltretutto registrata molto ma molto bene. La Staatskapelle Berlin è l'orchestra d'elezione del Daniel Barenboim di questi ultimi anni. Il direttore israelo-argentino ne ha fatto uno strumento capace di piegarsi come la creta di uno scultore alle proprie intenzioni interpretative. Che sono presto dette: un'atmosfera di intenso romanticismo. Gli episodi corali e collettivi, le varie adunanze e i proclami reali sono impostati con campiture ampie, grandi e ariose, e un passo di narrazione perfetto. I momenti lirici hanno l'adeguata smaltatura, che pure non è perseguita a guisa di manierismo estetizzante, ma rimane sempre contestualizzata nella versione "cinematografica" che informa un po' tutta la registrazione. I cori della Deutsche Oper sono superbi, ricchi di suono e vari nell'accento, e l'orchestra suona che è una bellezza. Quanto al cast, abbiamo un Peter Seiffert che staglia un Lohengrin di rara levatura. Il tenore germanico, difatti, riesce a coniugare un timbro fresco e giovanile con le opportune capacità vocali per venire a capo della sua scrittura con tutta la proprietà di questo mondo. Se proprio vogliamo trovare il pelo nell'uovo, taluni estremi acuti sembrano lievemente tesi, con un accenno di fibra e di fatica. Ma sono macchioline agevolmente riassorbite dalla totalità di una prestazione maiuscola, che in certi punti ("In fernem Land", ad esempio) rievoca addirittura Melchior, non tanto nell'eroismo quanto nella purezza di certe mezzevoci di un lirismo soggiogante, oltretutto inserite in un quadro espressivo più coerente rispetto a quanto offerto dall'illustre predecessore. Il Lohengrin di Seiffert mostra, magnificamente, di essere davvero figlio di Parsifal. Dalle sue frasi emerge una giovanile purezza, un alto sentire, un percettibile esprimersi avendo bene in mente ideali cavallereschi. I migliori del cast, del resto, sono un po' tutti gli uomini. Falck Struckmann era proprio nato per fare Telramund. Il suo timbro scuro e risonante, emesso con robusta sicurezza, si piega a tutta una serie di inflessioni irraggiate da una bellissima dizione, a miniare un personaggio tormentato, insicuro ma pericoloso, mai becero o iracondo a sproposito. Ci crede davvero, questo Telramund, alla sua vendetta, e non avrebbe forse il bisogno di venire aizzato dalla maligna Ortrud. Anche René Pape è superbo: un Re Enrico umano, magnanimo, nobile, solido nel registro acuto e vellutato nel resto, molto meno pontificante del normale. Ogni sua comparsa mostra, qua e là, un accento interessante o una bella nota. Abile anche Roman Trekel, allora giovane e qui confinato a un Araldo nitido e autorevole, che non fa la voce grossa senza motivo. Se a qualcuno interessa, nel gruppetto dei Nobili Brabantini c'è un cameo inatteso di una celebrità come Andreas Schmidt. Le donne abitano un pianeta diverso, seppure non identico tra di loro. C'è da dire che sono ambedue soprani, e spesso nel secondo atto la differenziazione timbrica viene meno, confondendo non poco l'ascoltatore meno smaliziato. In ogni caso, sarei più indulgente di Elvio Giudici nei riguardi dell'Elsa di Emily Magee. La rossa americana svolge difatti una voce di pregevole qualità, ben emessa e non priva, nei momenti idonei, della giusta soavità. Certamente non è un portento nell'accento, anzi piuttosto dimesso e banale. Il contrario per Deborah Polaski: fraseggio spesso interessante, accenti persuasivi in più di un momento a esprimere il veleno sorgivo di Ortrud, ma voce che si sfarina e si stira sui non pochi acuti, che diventano dunque sgradevoli. Oltretutto, si diceva, si confonde spesso e volentieri con Elsa. Malgrado questi rilievi non secondari, l'edizione di Lohengrin qui presente è da conoscere.
  9. Grazie per la carne al fuoco, di 'ste cose non ci capisco niente, non ho simili competenze.
  10. Esattamente... Gala comunque mi fa strano che cada in topiche simili, è (era) una casa piccola ma scriveva fascicoletti non pessimi o risicati come altri, oltre a pubblicare recite vere e spesso inusuali. A quanto leggo, quel falso Ballo sarebbe opera di un falsario di parecchi anni fa, addirittura dei tempi del 33 giri. Gala avrà ricuperato una copia pensando di aver scovato un tesoro nascosto...
  11. Ma se non ho capito male, la registrazione finta non era neanche di Walhall (che vende quella coi veri nomi).
  12. Il ‘58 sulla carta è interessante per un cast in parte nuovo: Vickers e Rysanek alle prese con gli amanti gemelli per la prima volta, il Fasolt di Theo Adam (un unicum), il primo Mime di Stolze, il Loge di Uhl (nuovo ma forse non irresistibile, l’ho sentito dieci anni dopo con Swarowski e non diceva nulla, com’è la regola con questo tenore fin troppo ambizioso), il Gunther di Otto Wiener, la Fricka della Gorr (sulla carta adattissima per fare finalmente una dea meno dimessa del solito, visto il focoso temperamento), la somma Grümmer come Gutrune, la Waltraute della Madeira e soprattutto Alberich, strappato a Neidlinger per finire nelle mani dello sconosciuto danese Frans Andersson, che vorrei tanto capire come se la cava. E non contiamo intriganti camei come la Freia della medesima Grümmer e il Froh di Konya, che nello stesso Festival era Lohengrin con il tuo amato Cluytens in una recita celeberrima!
  13. L’hai preso? Ne avevo sentito parlare di questa storia... Ma cosa ti ha spinto a documentarti e a farti ipotizzare la gabola? Certo che prendere Peerce e il suo itangliano per la dizione toscanissima di Masini... Mi domando come possa essere saltato in mente ai diffusori di questa leggenda.
  14. Io invece... Ho dovuto recuperarlo dall'amazon tedesca, per giunta usato. L'arrivo e la sparizione successiva e continua delle edizioni storiche di Bayreuth hanno dell'incredibile: dei tre Ring completi di Knappertsbusch ormai si trova, tutto insieme, solo quello del '56, mentre '57 e '58 si rinvengono solo spezzettati. Nella fattispecie, questo Archipel è evidentemente appetibile solo per i fanatici wagneriani, visto che il fascicolo contiene solo le tracce senza neanche specificare i personaggi coinvolti in ogni singolo brano.
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