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Wittelsbach

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    St. Florian
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    Conservatorio, ossia conserve di frutta e verdura

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  1. Wittelsbach

    Franz Schubert

    Informazioni più o meno ufficiali: Fortepiano built by Conrad Graf, (Wien ca. 1835), restored by Edwin Beunk and Johan Wennink (NL). Altre recensioni riportano altro, ma credo che quello che ho trovato prima sia scritto sulla confezione- "Bilson’s six-octave fortepiano is modeled after a Viennese instrument circa 1814" https://www.classicstoday.com/review/review-5571/ "The instrument, too, was a reconstruction, a copy of an 1824 pianoforte" https://www.bostonglobe.com/arts/2013/06/16/pianist-bilson-plays-with-history-restore-schubert-sonatas/5SgYyf49uYGkxKUVUU4uON/story.html
  2. Wittelsbach

    L'ultimo CD acquistato (musica classica)

    Trovo anch'io. Aggiungo che svariate di quelle cose che il recensore amazon non conosce, sono Archiv. Era uscito, ve lo ricorderete tutti, un piccolo box con registrazioni rare del Nostro. Tra le quali, due o tre sinfonie di Haydn coi Berliner, decisamente belle!
  3. Wittelsbach

    Anton Bruckner

    E non scordiamo la Nona di Giulini che c'è qua dentro... Finalmente l'han messa su youtube (finalmente per voi, io ho il disco e ve ne avevo parlato):
  4. Wittelsbach

    L'ultimo CD acquistato (musica classica)

    Ho verificato e la BWV 4 non c'è, ma sono sicurissimo che profil l'ha ripubblicata, per giunta in suono stereo (su youtube si trova in mono).
  5. Wittelsbach

    L'ultimo CD acquistato (musica classica)

    In teoria, sottolineo in teoria, dovrebbero esserci alcune arcaiche registrazioni di cantate bachiane fatte per Decca, tipo la BWV 4 con Kieth Engen (o forse era in un altro di quei boxini profil?). Peccato non si trovi da nessuna parte Bruckner, l'avrei saggiato volentieri.
  6. Wittelsbach

    Mahler

    Lui! Intanto Fu il mio primo ciclo, una decina di anni fa: prima avevo solo sinfonie sciolte, e per giunta pochissime. Mio padre invece aveva il ciclo di Solti, a cui ogni tanto attingevo. Comunque, dieci anni fa l'acquisto: il prezzo di circa 50 euro mi pareva fantascienza, in anni in cui Brilliant era davvero un unicum. Oggi di questo ciclo si sono perse le tracce, uscito di catalogo. Gli originali della Denon si trovano più facilmente, ma in ambedue i casi occorre scordarsi il prezzo concorrenziale. Famosa per la qualità audiofila, pare che questa edizione nel riversamento brilliant abbia perso qualcosina: non saprei confermare, non posseggo gli originali. Dopo il riascolto, posso senz'altro definirlo un buon ciclo entry-level, che ha il buon atout di contenere tutta la roba "grossa". Certo, oggi che c'è un Gielen disponibile a 60 euro circa, e che ha ancora più composizioni, la gara è persa a favore del tedesco della SWF. Tuttavia, abbiamo in queste sinfonie la testimonianza di un professionista serio, appassionato, puntiglioso, con una certa vocazione al dettaglio. Devo dire che la Settima, specie nello Scherzo, non mi è piaciuta tanto: molto confusa e arruffata. Ho molto gradito, invece, la Quinta, che mi sembrava meditata e piena di attenzione alle stranezze senza perdersi. Nell'Ottava poi è un gran piacere risentire Hermann Prey, che già in precedenza su questa musica aveva posto un duro termine di paragone. Perfino Kenneth Riegel è meno orrido che altre volte. Tra le riuscite minori, piazzerei il Canto della Terra, decisamente sbrigativo, e purtroppo penalizzato da un Peter Schreier over 50 che dà una tristissima prova di sé: quasi senza voce, sistematicamente coperto dall'orchestra, si rifugia in suoni fissi e durissimi, riuscendo comunque sconfitto.
  7. Wittelsbach

    Cosa state ascoltando ? Anno 2018

    Avevi detto di averlo confuso con Sergiu Comissiona!
  8. Wittelsbach

    Necrologi

    Ho letto su di lui, da parte di alcuna critica, ironie anche feroci, spinte al bordo dell'offesa, che non ho mai saputo spiegarmi.
  9. Wittelsbach

    Necrologi

    Riposi in pace il maestro Scimone. Un grande maltrattato dall’establishment
  10. Nuova recensione operistica

  11. Il topic si riapre. Non posso restare in lutto tutta la vita, la mia ragazza purtroppo non tornerà, quindi occorre vivere, reagire. E cosa di meglio, se non un ascolto e una recensioncina? Ecco a voi, in pompa magna, il Ring di Furtwangler dato alla Scala nel 1950 e fortunosamente registrato con apparecchiature abbandonate dai nazisti in ritirata cinque anni prima. Una pagina considerata mitica nella storia del nostro tempio operistico, e con grandi ragioni. All'epoca non potevano saperlo, ma quelle serate, poco prima del Tristano, dei concerti romani del 1953, e della Valchiria del 1954 incisa al tramonto della vita, rappresentarono uno dei testamenti spirituali della concezione wagneriana di Furtwangler. Questa è la copertina dell'edizione che ho appena ascoltato per recensirla, disponibile su Spotify e in vendita su Amazon. Non ho capito quale sia la casa discografica. Il suono, considerando l'epoca e il luogo, è quantomeno discreto: a volte ovattato, a volte molto presente, tende a portare l'orchestra in primo piano. Si comincia col RHEINGOLD Eccoci dunque seduti in platea o appiccionati in loggione, ad abbeverarci dello spettacolo dell'opera magna wagneriana. A parte qualche fisiologica ed episodica défaillance degli ottoni, la grande orchestra scaligera suona esattamente come il gran maestro voleva che suonasse. Un Wagner di dichiarato respiro epico, mitologico, oltreumano. Tempi più rilassati rispetto a quelli che si sentono nelle incisioni moderne. Sonorità piene e gagliarde, oppure minuscole e sottili, con poche vie di mezzo. Grande enfasi sui colori tenebrosi, sulle sortite di Alberich, sugli episodi drammatici (la Maledizione), sull'entrata dei giganti. Un Wagner che non si può nemmeno definire favolistico: quello sarà il Wagner di Swarowsky. O poetico: quello verrà con Karajan. E' epos, punto e basta. Non siamo neanche di fronte a una storia più o meno contemporanea, come vorrà Boulez: siamo all'inizio del mondo, in un'epoca imprecisata ma comunque molto remota. E' molto affascinante da sentire, è una chiave di lettura oggi desueta, ma meritevole e soprattutto storicamente degna. Interessante il paragone col Ring in forma di concerto diretto da Moralt un anno prima, puntato viceversa su lirismo e cantabilità. I cimenti arriveranno con le opere successive. Rheingold dovrebbe soddisfare tutti, anche interpretato così. Su Valchiria staremo a vedere. I cantanti sono un gruppo di glorie, non sempre all'altezza della situazione, e non sempre vogliosi di giocare nello stesso campo del direttore. Ferdinand Frantz, con Moralt, era stato un Wotan di statura storica. Lo stesso non avviene qui: la voce accusa fuggevoli stanchezze, e l'interprete, forse intimidito dall'architettura sonora circostante e dal colore costantemente cupo, è sensibilmente più serioso e, talvolta, distratto. La morbidezza c'è sempre, ma questo Wotan, spiace dirlo, è alquanto monotono nel suo cipiglio. Qualche sprazzo della vera classe dell'artista si coglie in alcune scene, in primis quelle di Loge, anche perché è contrapposto a un partner davvero piattissimo. Loge è appunto Joachim Sattler, un ex heldentenor del 1899 che, dopo un'intensa cura a base di Tristan negli anni Venti e Trenta, aveva quasi del tutto perso la voce, cercando di riciclarsi in ruoli falsamente semplici come questo. Lo avevamo già sentito nel 1948, nel mediocre Rheingold radiofonico di Winfried Zillig, dove timbrava il cartellino con abulica trasandatezza. Qui è pure peggio: il cantante non riesce a sostenere la linea, al punto che deve sistematicamente aiutarsi col naso, senza peraltro evitare una legnosità davvero sgradevole. Il fatto più grave, poi, è che l'interprete non rimedia: enuncia le sue frasi con straniamento brechtiano. Non sapevo fossimo al Berliner Ensemble, credevo ci si trovasse alla Scala a vedere Wagner. Sattler non è dell'idea: anche qui, il suggerimento "Durch Raub!" è detto pensando ad altro. Nessuna intelligenza, nessun canto degno di ascolto, niente di niente. Del resto, a Furtwangler di Loge non fregava proprio nulla, lui guardava solo a Wotan. Alois Pernerstorfer viceversa sapeva cantare, e probabilmente avrebbe ben figurato se si fosse limitato a usare la sua voce. Invece, occorre dire che il suo Alberich è un reperto d'epoca, concepito come probabilmente molti baritoni del tempo lo vedevano: un concentrato di perfidia. Il ricorso a un quasi-parlato viene praticato davvero molto spesso, e in ogni caso l'espressione bieca e grifagna è l'unica messa in pratica da questo cantante, senza peraltro chissà quale efficacia. Fuori da questo discorso sta la Maledizione: qui, non so perché, Pernerstorfer preferisce non strafare, e "canta e basta", facendolo oltretutto con grande incisività. Non c'è lo scavo di molti altri interpreti, in questo brano, ma quantomeno abbiamo un certo impatto emotivo, propiziato anche dall'ottimo sostegno orchestrale. Immondo il Mime di Peter (o Emil?) Markwort, che in pratica non usa mai la sua vera voce, contraffacendola in un mare di urli, gemiti, piagnistei, orrori di ogni genere, tramutando il personaggio in una macchietta particolarmente odiosa. Da lodare senza alcuna riserva è la Fricka di Elisabeth Hongen, altra cantante già sentita con Moralt, e pure qui capace di sventolare un timbro argentino, bene emesso, con tanto di fraseggio variegatissimo, dall'autorità alla dolcezza. Molto più "pensante" di Wotan, questa Fricka, laddove con Moralt il caro Frantz le teneva testa con assai maggiore pertinenza. L'altro mezzosoprano, Margret Weth-Falke, che fa Erda, sa il fatto suo: aveva debuttato nel 1934 come Amneris, nientemeno. E difatti la voce è morbida, bella, anche lei di spessore nel modo di svolgere la frase. Giganti: Albert Emmerich è un Fafner scarsamente originale e di poco interesse, oltretutto espresso da una linea vocale dura, discutibile. Il mitico Ludwig Weber fa invece capire di che pasta fosse fatto con un umano, sfumatissimo Fasolt. Il Froh di Gunther Treptow (addirittura!) heldtenoreggia non poco, e con risultati neppure malvagi; l'italoargentino Angelo Mattiello è un Donner roccioso; luminosa la Freia di Walburga Wegner. Per finire, Magda Gabory, Margareta Kenney e Sieglinde Wagner sono un rigoglioso terzetto di Ondine, forse un poco oppresse dal gigantismo furtiano.
  12. Wittelsbach

    Le recensioni operistiche discografiche di Wittelsbach

    Vacanze finite, torno a recensire! Questa settimana, il download gratuito di operadepot comprendeva questa Forza del Destino in diretta dalla Staatsoper viennese, 29 settembre 1974. Il cast riportato dal disco Myto è lo stesso, e presumibilmente si tratta della stessa serata. Cambiano i bonus: se nel Myto c'è un Bonisolli che fa Lucia di Lammermoor, nel download di operadepot abbiamo arie e duetti vari di Tosca e Butterfly, su cui non mi sono onestamente soffermato. L'opera completa è un ascolto tutto sommato di grande diletto! Il suono è un mono molto presente e nitido, senza sbavature: decisamente un buon veicolo per cogliere una serata viennese d'eccezione. Artefice primo ne è Riccardo Muti, trentunenne, appena diventato celebre. La Forza, a quanto pare, è un suo amore fin dal giovinezza, quindi da ben prima che arrivasse alla Scala. Questa recita è una prova generale del capolavoro discografico scaligero di dodici anni dopo. L'overture e tutto il Primo Atto sono un capolavoro di sintassi verdiana. Ancora non siamo alle sonorità grandiose ed espansive del 1986, ma l'impianto dell'opera, come del resto accadeva in Aida, suggerisce a Muti di non giocare la carta del paratoscaninismo, come spesso faceva a quei tempi. Dunque la conduzione non è appiattita dalla dittatura del ritmo, ma al contrario elastica, talvolta perfino rilassata, comunque molto ariosa e libera. L'orchestra, è chiaro, supera ogni lode, e va elogiato anche l'ottimo coro della Staatsoper: non ha certo l'accento inimitabile di quello milanese, eppure dà un saggio ragguardevole dell'incredibile musica che è chiamato a eseguire, integralmente. Già all'epoca Muti era allergico ai tagli: pur dal vivo e a Vienna (posto famoso per la sclerotizzazione di tradizioni teatrali davvero strane), abbiamo tutta, e dico tutta, la musica dell'opera. Fa eccezione soltanto la canzone dell'indovina al Terzo Atto, che Preziosilla esegue soltanto nella seconda strofa. Per il resto, c'è tutto tutto, anche il litigio di Carlo e Alvaro dopo la Ronda, benissimo eseguita da Muti e coro. La compagnia è onorevole come ci si aspetta lo sia in un teatro tra i massimi al mondo. La messicana Gilda Cruz-Romo, che conoscevo solo di nome, è tuttavia una Leonora in assoluto ragguardevole. Trentaquattro anni, bello sguardo, si rivela un lirico-spinto le cui carte migliori si giocano proprio nel difficilissimo settore acuto su cui la sua parte batte con insistenza. Basta sentire il "Pace mio Dio": quel "maledizion!" finale è lampeggiante e squillantissimo. Ma ancora meglio sono le morbidezze, i chiaroscuri e gli accenti trovati, a cui fanno da contrappeso alcune inflessioni piagnucolose. Molto bella ed espressiva è anche l'aria del Secondo Atto, mentre il duetto col Padre Guardiano è davvero ammirevole per l'abilità con cui la tessitura più ardua dell'opera è sostenuta senza soverchi problemi, anzi con un fervore e, soprattutto, con una varietà di accenti davvero da sottolineare. Non tutto è perfetto: qualche piccolo errore di lettura, qualche suono un po' piatto nel registro centro-grave. Ma per una rappresentazione teatrale, sicuramente un'ottima Leonora. Non siamo allo stesso livello con Franco Bonisolli, ma occorre dire che, valutando sempre che si tratta di una recita viva, il suo professionismo e l'adesione alla parte di Alvaro sono notevoli. Alvaro era un ruolo che conveniva alle sue caratteristiche vocali: numerosi declamati, ma anche acuti da far svettare sopra una grossa orchestra, roba da tardo Ottocento. Uniamoci che nel 1974 la voce risulta molto più unita, omogenea e facile rispetto agli anni dopo. Sicché, se si esclude un'aria del Terzo Atto discreta ma un po' troppo stiracchiata (e non del tutto in regola col passaggio di registro), questo Alvaro da teatro regge: solido, di bel colore timbrico, capace perfino di profondersi in mezzevoci senza stimbrarsi ("Assistimi signor"), si fa valere soprattutto in momenti come la giustamente ripristinata sfida col baritono dopo la Ronda, addirittura incalzante malgrado l'acuto conclusivo denoti affaticamento. Ogni tanto, anche lui fa qualche singulto o attacco con lacrima. Comunque discreto. Kostas Paskalis, incomprensibile meteora anni Settanta, mi colpì in negativo per un infame Iago cantato a Parigi con Domingo. Ascoltato qualche anno prima, come Don Carlo non è affatto entusiasmante, ma almeno la sufficienza la consegue: pronuncia artificiosa, fiumi di voce sparata per ogni dove, un qualche successo lo ottiene nei momenti di furore. Certo, la vera espressività verdiana, e la vera pienezza canora baritonale, vanno cercate in altri indirizzi. Nessuna delusione, invece, con l'immenso Cesare Siepi. Meno fluido nell'emissione rispetto a 19 anni prima (Decca), il suo Padre Guardiano resta comunque un'icona da guardare con reverenza, uno dei non molti davvero grandi. Le frasi più belle? Quelle in chiusura d'opera: "Non imprecare, umiliati" e "Salita a Dio" sono esalati con sublime catarsi, e poco mi frega se il suo "Maledizione" del Secondo Atto ha un acuto lievemente più duro che una volta. Note liete con Melitone, dato che Sesto Bruscantini è probabilmente il migliore mai udito, superando quello pur eccellente di 12 anni dopo, sempre con Muti. La voce è in stato ancora migliore, ottimamente sostenuta, soprattutto con una leggerezza che consente inesauribili sfumature. Ecco, questo Melitone rispetto al successivo è meno antipatico, più a dimensione umana. Due caratterizzazioni eccezionali, ognuno scelga la preferita. Meno scintillante la Preziosilla di Joyce Davidson detta Joy, che ha bella voce ma abusa di portamenti, ha qualche buco nel sostegno del fiato nei primi suoni gravi e qualche acuto poco calibrato. Malgrado questo, si disimpegna con brio anche se la caratterizzazione non è originalissima. Tra le parti minori, reclutate nelle forze abituali di Vienna, c'è qualche gloria diventata famosa in altro repertorio. Manfred Jungwirth, per dire, è un Marchese molto discutibile, non terribile ma neanche troppo appagante. Kurt Equiluz, interprete bachiano con Harnoncourt, come Trabuco tende a essere parimenti compassato e a pronunciare l'italiano come il tedesco. Harald Proglhoff, già in auge negli anni Cinquanta, si rivela essere un mediocre Alcade. Per finire, sono bravi la Curra di Axelle Gall (la Lola della Cavalleria Rusticana di Zeffirelli e Pretre alla Scala, 1982) e il Chirurgo dell'ottimo Georg Tichy, laurea in ingegneria meccanica, ex Wiener Sangerknabe e chiamato, in anni successivi, a fare Germont, Papageno e Sharpless in dischi Naxos.
  13. Con tutto il rispetto, non vedo nulla che non vada nell'edizione Naxos, e sinceramente non credo che queste sinfonie valgano grandi investimenti. So anche che molti non sono d'accordo, ma amici come prima...
  14. Wittelsbach

    Mahler

    E sì che il massimo studioso di Verdi è inglese.
  15. Wittelsbach

    W Rossini

    È lunga, difficile da cantare
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