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Wittelsbach

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    Maschio
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I successi di Wittelsbach

9000 !

9000 ! (13/21)

  1. Prime opinioni su un ascolto più meditato di Janacek. Nella fattispecie, Jenufa e Piccola volpe astuta. Si sente che sotto c'è del cuore, della sostanza, anche un certo messaggio. Ma Jenufa, come l'altra volta, mi è passata invano. Sapete l'ironia? Mackerras, in fondo alla sua edizione, subito dopo la fine, riesegue la scena finale con l'orchestrazione di Karel Kovarovich, che aveva fatto lo stesso lavoro un po' per tutta l'opera. Ecco: mi spiace dirlo, ma l'orchestra ritoccata da Kovarovich (che non fa comunque chissà che ritocchi, ma tutti decisivi) mi è sembrata molto più emotiva ed efficace. Ok, lo stile è quello di Rismki, ma insomma io sono di questo parere. La Volpe mi è piaciuta molto di più, fatta eccezione per un paio di episodi con gli animaletti del bosco che cantano con vocine di bambini. Mi ha lasciato in testa perfino qualche tema, e ci sono momenti notevoli, come il duetto tra la Volpetta e la Volpe (maschio), che è incollato lì un po' ex abrupto, subito dopo una scena diversissima, ma in sé e per sé mi sembra un momento musicalmente e teatralmente notevole. I due cd sono conclusi da una suite orchestrale su musiche dell'opera: è stata messa insieme dal grande Vaclav Talich, che credo ne abbia anche curato la riorchestrazione (intendo, della suite).
  2. @Madiel che si diceva? Mi sembra più interessante l'opera di Brian E questo, se si sapesse chi è...
  3. Ne parlavamo durante un mio vecchio ascolto. Intanto Janacek mi sta riservando strane sensazioni. Probabilmente lo sto ascoltando in una delle migliori interpretazioni possibili (anche se vorrei fare il confronto con qualche edizione cecoslovacca viscerale), in qualche modo funziona. Ma non capisco perché sia così celebrato. Sono a Jenufa. Comunque posso dire che mi sta spiacendo meno di certe opere di Britten, anche se non capisco la sua poetica, la sua orchestrazione così glutinosa e apparentemente trasandata.
  4. Questo cofanetto da 3 cd giaceva ammonticchiato su uno scaffale particolarmente lontano del mio studio. L'avevo comprato anni fa, approfittando da vero sciacallo della svendita conclusiva che suggellò la chiusura del negozio online Discolandmail (parce sepulto). L'ho tirato fuori proprio nei giorni scorsi. Che colpa, l'essermelo scordato! Quest'opera è un curiosum nella prolifica produzione di Jakob Meyerbeer. E' un'opera comique che in origine presentava i dialoghi. Poi il compositore ci tornò sopra, aggiunse qualche aria e sostituì i dialoghi con recitativi musicati. L'edizione prescelta dell'Opera Rara è appunto questa: nel vasto saggio introduttivo, il competente Michael Scott spiega le cose per filo e per segno. L'opera ebbe qualche fuggevole popolarità nell'Ottocento, specie in lingua italiana. E poi, anche dopo, alcuni soprani come Amelita Galli-Curci se ne fecero portabandiera, perché la protagonista Dinorah ha un'aria molto bella, "Ombre legere", che fu eseguita anche da Callas e Sutherland. Qui la trama, dal sempre esauriente sito Magia dell'Opera, che ha dedicato a Meyerbeer un lungo approfondimento: Il fascicoletto di Scott racconta anche dettagli divertenti: per esempio, la difficoltà di trovare una vera capra idonea a restare buona buona sulla scena! Comunque, trattasi di opera oltremodo piacevole. Meyerbeer, una volta tanto, riesce a temperare la sua tendenziale voglia di divagare e di diluire l'azione con elementi scenici "estranei". L'unica occasione in cui lo fa è l'inizio del Terzo Atto, in cui assistiamo a un Cacciatore e a un Mietitore che si incontrano, cantano ciascuno un'aria e poi duettano, in uno di quei quadretti agresti che tanto spesso piacevano in Francia, musicalmente oltretutto niente affatto disprezzabile. Comunque, malgrado qualche lungaggine, l'opera non è affatto noiosa. Per giunta, si respira un certo gusto per la melodia, e soprattutto rifulge la sapienza di Meyerbeer nell'usare l'orchestra: c'è chi dice che tra i musicisti della sua generazione, in Francia, forse solo Berlioz gli stava avanti al riguardo. E' un bene che in questa realizzazione Opera Rara del 1979 l'orchestra sia elemento di spicco: è la Philarmonia, all'epoca guidata dal nostro Riccardo Muti, qui prestata al trentenne James Judd, che dimostra la stessa bravura di cui darà prova, nei decenni successivi, alle prese con un repertorio non banale registrato per Naxos in Nuova Zelanda. Il giovane maestro inglese già mi aveva stupito nella conduzione della donizettiana "Ugo conte di Parigi" (recensirò), e qui si mostra latore di ottimo gusto, grande abbandono e senso del patetico, a cui fanno da contraltare i tempi mossi e serrati dei momenti più vivaci. I popolani sono impersonati dal coro Geoffrey Mitchell, che consegna un'ottima prova. Particolarmente felice la scelta dei personaggi. Il soprano Deborah Cook non è mai stata un elemento famoso. Eppure, ha bella voce, sa cantare, si mostra scaltrita negli acuti e nelle agilità, oltre che nel legato. Soprattutto, però, sa conferire a Dinorah la polpa che le compete, senza scadere nella fanciulla svampita e lobotomizzata. "Ombre legere" riesce dunque ottimamente, non solo per l'esecuzione ma anche per il significato. E lo stesso si può dire delle altre arie, e dei recitativi. L'impulsivo Hoël trae ottimo partito dalle capacità di Christian Du Plessis. Il baritono sudafricano non mi aveva colpito quando, tanti anni prima, fu un Marullo non troppo memorabile nel Rigoletto di Bonynge con Pavarotti. Anche lui, l'ho trovato migliorato, anzi ottimo, nell' "Ugo conte di Parigi", e lo stesso fa qui. Il fraseggio è temperamentoso, caldo e giovanile, ed è capace di rendere con l'accento la complessità problematica di un uomo come Hoël, un innamorato decisamente non troppo canonico. Come voce, poi, abbiamo un timbro morbido e sostenuto con grande finezza, perfettamente idoneo a parti liriche (seppur appassionate) come queste. Chi supera tutti in verve è l'inglese Alexander Oliver. Ma che bello, un inglese che sa pronunciare il francese! Oliver era tenore di carattere dal gusto non sempre impeccabile nelle sue apparizioni. Qui, tiene Corentin perfettamente in equilibrio tra ingenuità e grottesco, senza mai eccedere, e per giunta cantando molto bene, anche se la scrittura non consente chissà quali virtuosismi. Il Guardiano delle Capre è Della Jones en travesti: una cantante inglese da sempre molto fine, e lo dimostra snocciolando la sua bellissima aria, che in pratica esaurisce il personaggio, con dolcezza e sentimento. Le parti minori sono buone, e lo screen time del Cacciatore e del Mietitore è ben valorizzato da Roderick Earle e dal tenore Ian Caley. Registrazione perfettamente riuscita anche sotto il profilo tecnico. @Majaniello e chi altri? A chi interessa?
  5. Ci riprovo, magari è la volta buona...
  6. Ti ho saltato, accidenti! Prosegui questo percorso con Smetana, io ho intenzione di farlo anche con le altre opere.
  7. E' vero: a Terezin non moriva nessuno. Venivano mandati altrove. Sulle qualità di quei dischi, quella Sinfonia d'apertura è un buon antipasto per capire cosa mi aspetta! Mi serve solo il tempo per approfondire un po' la lingua e il repertorio. Caspita, la cosa della Butterfly non l'ho proprio considerata! Me la risento. Ecco, a tutt'e due: Ma Vlast l'ho risentito proprio ieri, spinto dalla vostra discussione. Conosco praticamente a memoria la Moldava, abbastanza bene Vysehrad (dedicato al castello di Praga, e caratterizzato dal tema solenne e pensoso che poi si sentirà verso la fine di Moldava, chiamato a descrivere lo scorrere del fiume che entra finalmente in città), lo stesso per Prati e Boschi, e anche per Sarka, che ha un clima tutto particolare. Conosco curiosamente poco Tabor e Blanik, gli ultimi due poemi, anche se probabilmente Blanik lo preferisco. Il primo lavoro "serio" su quelle musiche l'ho fatto personalmente al liceo, quando Amadeus aveva venduto Ma Vlast inciso da Philips, Concertgebouw direzione Antal Dorati. Il cd era corredato di quelle fenomenali guide all'ascolto col minutaggio che hanno sempre caratterizzato le pubblicazioni dell'encomiabile rivista. Così, mi ero fatto un quadro molto probante.
  8. Che gioia di vivere, che sinuosa allegria si respira nel capolavoro operistico di Smetana! Ne consiglio davvero l'ascolto se siete tristi o sfiduciati: la giornata diventerà meno brutta, senz'altro. E davvero, l'ascolto in questa edizione registrata tra il 1980 e il 1981, disponibile a prezzo molto conveniente su amazon, è ancora più consigliabile. Notevole, per dirne una, la confezione: è di quelle lussuose, o quasi, con il libretto in tre lingue, lunghi approfondimenti, biografie degl'interpreti coinvolti. Il primo antecedente che mi viene in mente ascoltando Zdenek Kosler, è Karel Ancerl. Del grande maestro esiste una Sposa Venduta integrale, registrata negli anni Quaranta, quando lui stesso era appena uscito vivo dal campo di Theresienstadt. Io non la conosco. O meglio: ne conosco solo l'Overture, che è una girandola liberissima di volteggi ritmici. Ecco: l'ascolto di Kosler, che con Ancerl aveva studiato, alle prese con queste musiche, mi fa pensare molto allo spirito vitale del suo maestro. Le danze sono di una finezza che non ne rinnega l'afflato popolare; gli accompagnamenti delle arie più liriche sono straordinariamente ricchi di sentimento; i brani comici sono frizzantissimi. La Filarmonica Ceca ci prende proprio gusto, a suonare Smetana: ed è giusto che sia così, Smetana è "cosa loro". Il cast poi difficilmente può prestare il fianco a critiche. Una soprano come la somma Gabriela Benackova, con la sua sconfinata umanità d'accento, è capace di farmi stare simpatiche perfino talune ostiche protagoniste femminili del teatro di Janacek. E figuriamoci cosa fa con Marenka, resa semplicemente deliziosa, con un canto pieno di infinite carezze ed ammicchi, con un timbro bellissimo. Accanto a lei, la miglior testimonianza di un Peter Dvorsky molto più a suo agio qui che non come Nemorino o Edgardo. La luminosità argentea del timbro, sostenuto da un'emissione sana e priva di trucchetti, mi ha fatto pensare nientemeno che a Wunderlich. E in generale, l'impostazione del suo Jenik è quello dell'amoroso di mezzo carattere del primo Ottocento, pieno di dignità in un accento che sa farsi anche passionale e palpitante. E' un balsamo per le orecchie e per il cervello, il Dvorsky-Jenik che sentiamo qui. Pure molto bravo è Richard Novak, un basso molto versatile che seppe scolpire interpretazioni memorabili. Quella del sensale Kecal è figura problematica: gli è richiesta padronanza del canto di sillabazione, articolazione rapida, dominio del registro acuto. Novak possiede tutte queste qualità in sommo grado, e si apprezzano in tutte le sue difficili arie. Ma per giunta, il suo Kecal ha il gusto innato da Deus ex Machina che in assoluto dovrebbe avere, dimostrandosi un burattinaio cinico ma sempre a dimensione umana. Ho semmai qualche piccolo rilievo da fare a Miroslav Kopp, che però è alle prese col personaggio più enigmatico di tutti: cioè Vasek, in bilico tra l'eccesso grottesco propiziato dalla balbuzie e i momenti francamente da soap opera in cui si butta sul patetico. Kopp forse è vocalmente più opaco e pesante di Dvorsky, ma alla fine canta bene, e il suo accento riesce a mantenere questa difficile figura in bilico tra gli eccessi. Tutti gli altri, come la Esmeralda di Jana Jonasowa (voce squisita), la Ludmila di Marie Vesela, il Krusina di Jindrich Jindrak (ottimo interprete, anche lui, di Janacek) o il Micha del poderoso Jaroslav Horacek, sono eccellentemente distribuiti, a formare una compagnia teatrale del massimo coinvolgimento. @Snorlax @giobar @superburp @Majaniello
  9. Un Warren meno eccezionale di altre volte forse, ma artista e cantante di una classe a parte. A me piace molto anche la versione di Carlo Tagliabue con Rosetta Noli, naturalmente più per merito del baritono over 50 che del nemmeno trentenne soprano ligure. Te la feci sentire anni fa, e fosti d’accordissimo con me, spendendo parole d’elogio. Hai messo in luce un aspetto di cui m’ero scordato: il legato pochissimo curato di Prey. Un’altra cosa su cui, approfondendo il canto italiano, negli anni immediatamente successivi avrebbe perfezionato.
  10. Beh, il Primo è l’atto più problematico, proprio a causa di quei quattro eresiarchi su di giri, che mi hanno fatto pensare a Sgarbi. Col Secondo ci risolleva, culmine la scena finale. Ma il Terzo prorompe con atmosfere corali a parer mio quasi commoventi, e con maggiore compattezza musicale.
  11. I giornalisti "generalisti" poi spendono parole sulla "carriera internazionale" di costei, come se fosse un'eccezionalità. Peccato evitino accuratamente di dire che un italiano che voglia impostare una carriera seria da direttore è OBBLIGATO, in pratica, a proporsi anche e soprattutto a enti esteri. I tempi in cui si poteva sperare di farsi una carriera anzitutto italiana e di prestigio erano fiorenti fino agli anni Cinquanta, un po' meno fiorenti fino ai Settanta, impossibili oggi: non ci sono più teatri o quasi, negli anni Quaranta la Tebaldi debuttò mi sembra a Carpi per dire, e lì il teatro aveva l'orchestra. Oggi?
  12. In effetti di direttori come lei, ossia relativamente giovani che fanno gavetta (quelli che emergono prima dei trent'anni sono una minuscola minoranza, ma lo sai), sia uomini che donne, ce ne sono in tutti i teatri tedeschi maggiori e minori. Fanno il cursus del kapellmeister, che ancora comincia facendo il korrepetitor. Solo che non hanno l'appeal mediatico della Venezi...
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