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Pinkerton

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Risposte risposto da Pinkerton


  1. 2 ore fa, Wittelsbach dice:

     

    Miglior interesse, soprattutto per virtù interpretative, lo suscita il Principe Ignoto del parimenti quasi sconosciuto Antonio Spruzzola Zola, tenore novarese di 31 anni che cantò spesso in Francia, dove pare fosse addirittura paragonato a Gigli. Nella sua voce chiara e suadente, con tanto di "r" arrotata, c'è qualcosa di piacevolmente antico e aristocratico, che ci darebbe un grande cantante se la tecnica non fosse fallosa sul passaggio di registro, che quindi si stimbra e va "indietro", rendendo gli acuti pesanti, fibrosi e decisamente opachi, anche se mai urlati. Purtroppo, questa è una limitazione non da poco nell'Ultimo Atto, dove il duetto è superato con percettibile affanno. Ma è un peccato, perché Spruzzola mostra buone capacità attoriali e musicali. Per esempio, non ha alcuna difficoltà a cantare con dolcezza e con fraseggi abbastanza penetranti, e in questo modo il Primo Atto acquisisce il sapore onirico e misterioso che Puccini voleva. La scena degli enigmi non ha un declamato squillante, quanto piuttosto molto incisivo e risoluto nell'accento (naturalmente senza fare il Do acuto facoltativo a "Ardente d'amor"). Quanto all'Ultimo Atto, è una vera iattura la durezza del registro acuto, perché il "Nessun dorma" comincia e si svolge con delle belle sfumature d'accento e di gradazione della voce, mentre il Si naturale del "Vincerò!" è eseguito come lo fa Francesco Merli, ossia secondo la partitura di Puccini, anche un po' per non complicarsi la vita: ma resta nodoso e fibroso lo stesso, per quanto breve. Quindi, un Calaf incompleto, che però alla fine resta abbastanza in mente, grazie anche a una dizione che è l'opposto di quella della Grob-Prandl: scandita, pulitissima, ogni parola ben pronunciata.

     

    @Pinkerton

    Grazie Wittel, Principe di Baviera, rabdomante di incisioni rare.

    Antonio Spruzzola Zola in questa Turandot, come Calaf non mi entusiasma. Rotacismo a parte, il timbro è bello, la mezzavoce pure, ma l'appoggio non sempre tiene appieno e qualche acuto a gola spiegata risulta piuttosto stimbrato.

    interessante invece è qui , nel Werther, dove l'attacco languido e sognante, quasi evanescente, bene configura lo stato psicologico esausto e snervato dell'infelice protagonista. Nota poi a 1:05 ( a te non può sfuggire) il virtuosismo della smorzatura sul La acuto di "ridestar", vero sesto grado della vocalità tenorile.

    In controdedica:

     

     

     


  2. 15 ore fa, Wittelsbach dice:

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    Hans Hopf, di Canio, ha la robustezza, gli acuti e, soprattutto, la fibra dell'amante offeso ma poco propenso a sbracare, anche nei momenti di maggior devastazione emotiva. La sua voce quasi baritonale non ha la lucentezza di certi aurei esempi, ma si dimostra del tutto all'altezza dell'impegno, anche emettendo acuti molto nutriti e penetranti. E' notevole il tono del "Vesti la giubba", che comincia sommesso per poi inarcarsi in un'oratoria ampia e desolata, senza scadimenti in un declamato wagneriano fuori tema. Nella recita, è da notarsi l'eccellente dizione, così come la resa del difficile cantabile "Sperai, tanto il delirio", per cui è prescelta un'intonazione quasi allucinata, con sonorità dolci che evitano di abbandonarsi alla disperazione scoperta di altri interpreti. Alla fine, "La commedia è finita" è un sussurro cupo. Del resto, un po' tutta la sua prestazione è pervasa di una cupezza, una predestinazione che si impongono. Totalmente emendati i gridi e le esclamazioni aggiunte d'estrazione verista.

    Anche se dal punto di vista attoriale non si può dire che si faccia in quattro, sotto l'aspetto vocale ( come il Principe ha ben descritto) Hans Hopf è un Canio di primo livello. Il fraseggio è composto ma intenso e se il centro-grave è baritonale, gli acuti sono tenorili, nitidi, facili, ben timbrati. 

     

     


  3. 33 minuti fa, giordanoted dice:

    Ahahahahah!

    Sei ben fortunato, caro amico, avrei chiesto a nessun altro se non a te di rivedere da cima a fondo il libretto, componendo una nuova versificazione, sicuramente molto più di mio gusto di quella approntata dal vecchio Illica.

    O vita crudele, quanti sogni destinati a restare nel cassetto!

    La vita è crudele, non ami, ma noi abbiamo le spalle larghe.

    Quanto a Illica, senza Giacosa, che aveva il senso della misura, lui si faceva prendere la mano, ci andava giù pesante  e gigionava non poco. Tra il libretto di Boheme e quello di Chenier c'è un abisso. Tant'è che io, lo ammetto, avrei avuto qualche difficoltà a versificare meglio di Boheme, mentre, per Chenier, concorderai, avrei vinto a mani basse.


  4. 14 ore fa, Wittelsbach dice:

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    Altro giro, tutt'altro mondo. Con questo Chenier piuttosto famoso, ritorniamo alla sagra dell'ovvietà più ovvia possibile.
    Per alcuni, questa edizione è il non plus ultra della storia di quest'opera. Ciò non vale per me: la trovo piuttosto una specie di esibizione circense con fenomeni autocompiaciuti, comprimari spesso scorretti quando non pessimi, e orchestra guidata da un direttore solitamente convincente ma che non va oltre la routine. Il suono è uno stereo abbastanza risicato, e chiaramente con l'orchestra in perenne primo piano, ma consente di farsi un'idea perfetta della serata, sembra una delle prime in cui un'opera italiana fosse data in italiano (fin lì si prediligeva il tedesco) e da cantanti italiani invitati apposta.

    Lovro von Matacic? All'inizio, ero talmente scontento della sua conduzione, da essermi appuntato testualmente: "E' uno zero". Poi ho mitigato il giudizio, ma senza ravvedermi sostanzialmente al cospetto di una direzione che è la fiera del luogo comune, senza un minimo dell'attenzione di Sawallisch allo strumentale. Basta confrontare il principio del Quarto Atto: Matacic lo fa come tutti gli altri, spianando i contrasti. Nel resto dell'opera, la genericità è smossa da momenti francamente rozzi, come l'apertura del Secondo Atto, dove i violini della Staatsoper grattano mica poco. Il passaggio della carretta di Sanson, alla fine dell'arioso di Bersi, ricorda più che altro una processione patriottica del 4 Novembre, solo ancora più chiassosa e piazzaiola. Nel resto, sonorità elefantiache e climax drammatici ingombranti e rumorosi. L'accompagnamento in ogni caso è del tutto prono ai desiderata di soprano e tenore, che fanno di tutto e di più.

    Renata Tebaldi era la più autorevole esponente del personaggio di Maddalena a quei tempi in giro. E la fa al suo solito modo: con tanta voce, e quasi solo quella. I momenti in cui canta piano e ammorbidisce, dando alla linea una parvenza di espressività, sono confinati quasi esclusivamente al duetto col baritono. Nel resto, prevale l'enfasi e il magniloquio pontificante, che affossano un personaggio già di suo non troppo definito. Resta la voce: alla fine, il pubblico era lì per quello.

    Più immedesimato Franco Corelli, che elettrizza come sempre coi suoi acuti, con la scansione bruciante di certe frasi, con l'espansività del "Credo a una possanza arcana" (suo momento migliore). Certamente, il ruolo di Chenier era uno dei più adatti a lui, e lo rende bene anche questa volta, malgrado qualche vuoto di memoria. Tuttavia, preferisco di gran lunga la più rifinita e poetica edizione di studio di pochi anni dopo, malgrado la presenza di un direttore dimolto peggiore rispetto a Matacic. Qui il senso di grezzo predomina, e forse ancor di più si sente un orgoglio vocale dimostrativo, un po' troppo autocompiaciuto.

    Sottotraccia rispetto agli altri Ettore Bastianini, cantante che da sempre trovo alquanto sopravvalutato in rapporto agli effettivi meriti, ma che in Gerard ha solitamente trovato personaggio tra i più congegnali anche agli occhi degli ipercritici come me. Qui non lo trovo all'altezza dell'edizione ufficiale Decca: l'emissione è ricca di note schiacciate e sbiancate, pur venendo naturalmente a capo di tutto. Il fraseggio, mai stato il suo forte, è ulteriormente ingrigito a parte qualche scoppio di concitazione. "Io t'ho voluta" è prosaicissimo e grossolano, e guarda da lontano l'amorosa nostalgia di Josef Metternich.

    Sui comprimari occorre aprire un capitolo a parte, dato che fanno quasi tutti molto ridere. Escluso da questo discorso è Renato Ercolani, che da italiano è l'unico che pronunci perfettamente, e che in ogni caso era un ottimo tenore di carattere, in grado di imprimere appunto un bel carattere al personaggio dell'Incredibile. Un'altra che ha una pronuncia quantomeno azzeccata è Hilde Konetzni, capace di plasmare una Vecchia Madelon adeguatamente abbandonata ma non sentimentalistica. Gli altri sono esecuzione. La Contessa di Elisabeth Hongen è in pratica la replica della signorina Rottenmeier. La Bersi di Margareta Sjostedt, dalla Svezia con furore, è priva di voce, di verve, di tutto. Roucher è affidato a tale Edmond Hurshell, dalla dizione particolarmente risibile e dalla voce completamente soffocata: lo trasforma in una gag continua. Il ben noto Alois Pernerstorfer sembra avere più frecce vocali, senonché parla quasi completamente il ruolo del sanculotto Mathieu, aggiungendoci anche una colossale papera testuale. Anche in questo caso Schmidt è affidato a un grande cantante a fine corsa, come il super basso Endre Koreh: il risultato però è l'eloquio di una specie di piccione impettito. Kostas Paskalis, trentenne, viceversa non aveva ancora riempito la sua fedina vocale lirica di pessimi massacri baritonali, ed è un Fleville "soltanto" ruvido e inelegante. Niente a che vedere col peggiore di tutti: un certo Fritz Sperlbauer, dalla voce orripilantemente brutta e dall'eloquio sciatto e parlante, dunque latore di un Abate veramente da querela.
    No no, si può ascoltare benissimo ma non è uno Chenier da isola deserta.

    Bravi Corelli e Hopf, Wittel ( per tacere del grande Del Monaco a cui insegnò la parte Giordano in persona).

    Ma Bergonzi è un'altra cosa.

     


  5. Sottopongo all'attenzione dei forumisti amanti della poesia l'ultimo capolavoro di Pink poeta:

     

     

     

    COMUNICAZIONI DI SERVIZIO

    (in due quartine di doppi quinari rimati)

     

    Metà più vale del tutto intero,

    Soffio è il pensiero, macigno l’atto;

    Nulla è per certo, nulla è per vero,

    Se non l’istante che tiene il fatto.

     

     Vinta o perduta la tua partita

    Tutta vanisce nell’illusione;

    Puo' stare dentro tutta la vita

    In quattro note di una canzone.

     

    L.D. ("Il giardino dei semplici", 2019)


  6. On 5/2/2019 at 10:18, Majaniello dice:

    Questo e quello in si minore erano i concerti più ammirati dai pianisti romantici (Chopin e Schumann in testa).

    °°°°

    Ma che carina questa comediola donizettiana! una rarità anche il filmato.

    @Wittelsbach @Pinkerton

    Grazie Maja! Divertentissima l'operina! Ma dove le scovi queste cose?

    A 15:50 inizia una scena che oggigiorno porterebbe Donizetti nelle aule di un tribunale ( per non parlare delle manifestazioni "rosa" in piazza, con tanto di slogan e di cartelli).


  7. 5 ore fa, Majaniello dice:

     

     

    5 ore fa, Majaniello dice:

    E perché? Ho riportato una cronaca d'epoca e ho commentato che certe note cantate in un modo diverso da quello in cui sono state pensate sono ridicole e che quindi sarebbe meglio non farle affatto (questo il succo)... Mi pare di non aver fatto alcuna analisi foniatrica :D Quando hai tempo illuminaci, sarà interessante!  Ps: pensavo che tu fossi un custode dell'arte del canto, ma ti sei autoinserito nei pipparoli 😛

    Scusa Maja. Sono stato ingeneroso col tuo bell'intervento che ha il pregio di sottolineare (partendo dal video di Muti) il concetto di "linea di canto" e di accennare a quello di "saldatura di registri", e, in seconda battuta, di "uguaglianza di registri".Tu , partendo dall'antinomia storica Rubini-Duprez, forse semplifichi un po' troppo le cose identificando il canto lirico "moderno" con l'emissione di petto. Poi dici che un acuto a piena voce non si può non fare senza metterci una corona ( e perché?). Ma lasciamo perdere, questi sono dettagli.

    Cosa sia invece, o meglio, cosa sia diventato, il canto lirico "moderno" meriterebbe un lungo discorso. E questo e' un problema serio.


  8. 8 ore fa, Majaniello dice:

     

    Vorrei aprire una parentesi su Rubini, perchè mi pare un esempio interessante di assurdismo del belcanto moderno (per moderno intendo degli ultimi 150 anni almeno :D ). Rubini come si sa vocalizzava come già pochi anni dopo di lui non s'usava più fare (vedi Duprez), cioè fino al sol con voce piena (quella che chiamiamo impropriamente "di petto") e falsettando per un'altra ottava buona! Le cronache riportano come sembrasse a tutti gli effetti un soprano o un castrato tanto era abile, naturale e convincente, e soprattutto i registri ben saldati (dio solo sa come) gli consentivano di intonare melodie spianate su tutto il registro senza fratture evidenti. E qui propongo il primo documento:

    Saltate il pistolotto iniziale e andate dove parla di "A te o cara". Muti in buona sostanza lamenta il fatto che i cantanti esitino sul do# rompendo quindi il fluire della melodia (il rallentando è segnato DOPO la nota). Chiaramente la mena col solito discorso della cattiva tradizione della spettacolarità, ma il belcanto - dico io - era anche spettacolarità, e la nota non è aggiunta ma scritta, e quindi come la mettiamo? Secondo me il significato che diamo oggi a quella nota è diverso da quello dell'epoca: semplicemente, se si esegue quel passaggio con la tecnica moderna ("tutto petto") non si può non mettere la corona su una nota così acuta (come non si può non prender fiato dopo!), per farlo com'è scritto bisognerebbe pensare il passaggio in un falsetto perfettamente saldato col registro a piena voce, cioè bisognerebbe pensarla non come un acuto, ma come parte integrante della melodia! 

    Anche Lauri Volpi, che avrebbe più o meno gusto, capacità di fraseggiare (la parte è tempestata di forcelle che non fa più nessuno) e temperamento eroico per sostenere un ruolo così antico, rovina tutto col famoso do# di petto che in effetti nonostante sia ben emesso è un cazzotto nello stomaco all'interno dell'atmosfera generale del pezzo:

    E andiamo ad una delle fissazioni del melomane pipparolo: il fa sovracuto.

    Da che mi ricordo io, Lucianone è sempre stato sfottuto per le note falsettanti dei Puritani, giudicate "ridicole" dall'ascoltatore moderno. E' vero che non doveva essere quello il falsetto di Rubini, è vero pure che non si può staccare improvvisamente dalla voce di petto al falsetto senza ottenere un effetto a dir poco straniante (in Rubini, l'abbiamo detto, c'era continuità tra i registri), ma è vero pure che i poveracci che si strozzano intonando la nota di petto (o di testa), anche quando raggiungono risultati atletici impressionanti (Matteuzzi!) dal punto di vista musicale sono ancora più risibili! E' questo un altro esempio tipico in cui non basta eseguire il "come è scritto", ma bisogna pensare a "come va eseguito" per raggiungere un risultato espressivo attendibile (e se non si può tanto vale fare un aggiusto, chè non casca mica il mondo).

    Ora, se avete esempi HIP da ascoltare, di canto "alla Rubini" applicato sulla scrittura originale del primo ottocento sarei felicissimo, io ricordo solo la delusione nell'ascoltare il disco di Florez (che pure è un fuoriclasse) dedicato a Rubini e cantanto alla Duprez (per essere buono), quindi senza smorzati favolosi e senza falsetti. Ricordo che ascoltando il Tell pensai che più che all'Arnold di Rubini assomigliava al Manrico di Franco Bonisolli :D 

     

    Come d'abitudine, Maja, su questioni vocalità hai fatto un discreto casino, però sullo splendido, leggendario, Do di Lauri Volpi nell'"A t e o cara", hai avuto il coraggio di contraddire noi pipparoli del canto. E hai detto una cosa giusta. Magnifica che sia,la nota del grande Giacomo è fuori luogo: troppo forte, ostentata, avulsa dalla linea di canto, estranea allo stile, sostanzialmente effettistica, plateale.

    Continua su questa strada.


  9. On 4/2/2019 at 17:50, glenngould dice:

    In questo periodo particolare mi sta accompagnando questo celebre sonetto di Foscolo:

    Nè più mai toccherò le sacre sponde
    Ove il mio corpo fanciulletto giacque,
    Zacinto mia, che te specchi nell’onde
    Del greco mar, da cui vergine nacque

    Venere, e fea quelle isole feconde 
    Col suo primo sorriso, onde non tacque
    Le tue limpide nubi e le tue fronde
    L’inclito verso di Colui che l’acque

    Cantò fatali, ed il diverso esiglio
    Per cui bello di fama e di sventura 
    Baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

    Tu non altro che il canto avrai del figlio,
    O materna mia terra; a noi prescrisse
    Il fato illacrimata sepoltura.

    Il Sonetto IX di Ugo Foscolo, Glenn,carme avverbiale governato dalla musica, è una delle cose magnficentissime della poesia italiana.

    Nota il respiro ampio del lungo periodo ininterrotto che copre le prime tre strofe. E nota, Glenn, il virtuosismo metrico dell'ambivalenza rimico-semantica delle desinenze in "onde" e in "acque", a creare un clima marino, acquatico, amniotico, materno...


  10. 23 ore fa, Majaniello dice:

    Riparto da @Wittelsbach e dalle sue considerazioni sulla versatilità stilistica nell'epoca pre-bellica, quando ancora c'erano soprani drammatici in grado di vocalizzare (più o meno) nello stile italiano romantico pre-verista: 

    Della Mazzoleni (che qui sembra Beverly Sills) non c'è Casta diva, quindi In mia man:

    Curioso di sentire il parere di @Pinkerton

    Nella Lehmann (soprattutto), Maja, e nella Ponselle apprezzabile l'omogeneità della linea di canto.La Lehmann vanta anche una straordinaria uguaglianza di registro mentre la Ponselle sfoggia un respiro ritmico piu ampio. Il canto della Muzio invece è  molto espressivo ma di gusto tardoromantico, quasi veristicheggiante.


  11. 7 ore fa, Ives dice:

    Handel

    "Let the bright Seraphim" from "Samson"

    Rowan Pierce, soprano

    David Blackadder, trumpet

    The Academy of Ancient Music

    Steven Devine

    @superburp in controdedica e grazie e @kraus

    La Pierce, Ives, è  abbastanza agile e anche varia nella dinamica. Ma la voce è piccolina, povera di polpa nei centri, con delle screziature vetrigne, un po' gridata nelle puntature. Insomma, una vocetta. La personalità della cantante è quella che è  e alla fine il mordente risulta modesto ed epidermico.

    Senza scomodare M.me Sutherland, tutto sommato è preferibile Kiri Te  Kanawa:

     


  12. On 20/1/2019 at 01:15, Wittelsbach dice:

    Al pur coraggioso Kaufmann hanno fatto cantare veramente troppo di tutto e di sbagliato.

    Ti dono un Parigi o cara con la coppia Campora (una delle sue migliori incisioni di un’opera completa, in un ruolo adatto a lui) - Noli (modesta).

     

    Abbiamo sentito tante esecuzioni del duetto verdiano, alcune buone, altre meno.

    Ti controdono l'unica esecuzione pervenutaci però, in cui il tenore canta tutto in vera mezzavoce, come prescritto da Verdi in partitura. Gigli sarà anche un po' mieloso e manierato  ma, vocalmente, è  uno splendore e si lascia indietro tutti. E' tratta da un film e tu , o Principe, sicuramente già la conoscevi.

     

     


  13. On 18/1/2019 at 21:26, Majaniello dice:

    Allora brindiamo con questo, è musica a cui sono affezionato da quando ero bambino, la Puglia dei miei nonni non era molto diversa dalla Sicilia (e nei centri storici un po' quest'aria ancora si respira):

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    a tutti!

    (e in particolare a @Wittelsbach e @Pinkerton )

     

    Grazie caro amico.

    Il video è  notevole e la Simionato e Corelli si fanno valere.

    In controdedica quello che io ritengo il riferimento, la Cossotto e Bergonzi diretti da Karajan. Il tenore emiliano, come sempre, emerge per l'eloquente incisività e la varietà del fraseggio mentre la Cossotto oltre che perfetta nell'emissione, risulta particolarmente animosa e battagliera. Una coppia memorabile.

     

     


  14. 20 ore fa, Wittelsbach dice:

    Al pur coraggioso Kaufmann hanno fatto cantare veramente troppo di tutto e di sbagliato.

    Ti dono un Parigi o cara con la coppia Campora (una delle sue migliori incisioni di un’opera completa, in un ruolo adatto a lui) - Noli (modesta).

     

    Grazie Wittel.

    Campora canta bene, con buona emissione e timbro limpido. Non ha certo, per inferiorità tecnica, l'eloquente, morbida rifinitezza di Bergonzi o la soavita' di Schipa e neppure la trepidante affettuosita' di Pavarotti, ma comunque la sua è un'onesta prova. Sul La smorzato è un tantino a disagio e salta una sillaba.Sicuramente meglio di Domingo comunque.


  15. L'Andante mosso in 3/8 "Parigi o cara" ( "dolcissimo, a mezza voce" prescrive Verdi) è qui cantato da Carlo Bergonzi e Monserrat Caballé, colti all'apice della forma.

    Il duetto presenta due principali problemi esecutivi: da un lato il cantare morbido, sul ritmo e ben legato; dall'altro un passaggio vocale alquanto arduo, virtuosistico, che richiede doti tecniche di prim'ordine. Si tratta, sull'ultima sillaba della parola "futuro", di un La bemolle acuto in mezzavoce, con portamento ascendente, rinforzo e portamento discendente legato. Di fatto, una "messa di voce".

    Bergonzi e la Caballè eseguono il duetto con perizia memorabile e , da un punto di vista strettamente esecutivo, rappresentano quanto di meglio è stato registrato. Si notino, in entrambi gli interpreti, la morbida compostezza del canto, la varietà e l'appropriatezza dinamiche, la nitidezza e la ricchezza timbrica dell'emissione, la perfetta legatura delle frasi.

    Questo è cantare sul fiato applicando eccellenti risorse tecniche e nel rispetto della partitura.

     

    Per confronto la storica registrazione di Tito Schipa e di Amelita Galli Curci dove del tenore pugliese, sebbene un po' querulo nel timbro, si apprezzano la straordinaria facilità dell'emissione e la soavità della mezzavoce. 

     

     

    Terzo esempio Pavarotti Freni la cui esecuzione non può vantare la levità dei due esempi precedenti. Nondimeno Pavarotti si riscatta tanto sul piano del timbro, splendido, e della dizione, nitidissima, quanto su quello del fraseggio trepido e pieno di giovanile slancio. La Freni per contro, pur cantando molto bene, appare un tantino compassata.

     

     

    Assai inferiore alle precedenti risulta la versione di Roberto Alagna e Angela Gheorghiu, esecuzione scolastica, monotona, povera di dolcezza e di alternative dinamiche.

    Soprattutto Alagna manca all'appuntamento, attestandosi su un mezzoforte pesante e metronomico, trasformando una frase carica di amore in una specie di proclama:

     

     

    Anch'egli pesante e monocorde ma più partecipe oltre che assistito da un timbro morbido e caldo, è Placido Domingo che tuttavia, sul terreno della varietà dinamica, è superato da Teresa Stratas la quale mette a partito al meglio possibile i suoi esigui mezzi vocali.

     

     

     

    Sicuramente meglio di Alagna e Domingo, sebbene ben lontano da Bergonzi, Schipa e Pavarotti, figura Diego Florez, da cui ci si poteva aspettare un po' più di "matiz". Inoltre il tenore sudamericano delude nel succitato La bemolle smorzato, che canta d'acchito, con una certa durezza e forzando anche un poco.

    La Damrau per contro, piuttosto greve, sostanzialmente è fuori parte.

     

     

    Della coppia Kaufmann Nebtrenko, la soprano, grazie al timbro limpido, si salva.

    Kaufmann invece si sforza di cantare in una mezzavoce inaccettabile, infarcita di suoni afoni e stimbrati fino al famoso La bemolle (1:14) che appare duro e fibroso, forzato, tutto ingolato. Un suono pessimo, orripilante.

     


  16. 15 ore fa, Gobbi72 dice:

    Buonasera a tutti,

    sono un nuovo iscritto. Ho quasi 47 anni, amo tantissimo la musica lirica. Spero di poter imparare molto da voi, scambiandoci pensieri ed opinioni.

    A presto!

    Vittorio.

    Benvenuto anche dal Tenente Pinkerton!

    Per l'occasione un omaggio di bel canto, spero gradito. ( così piace sentir cantare qui in questo forum):

     


  17. 10 minuti fa, Majaniello dice:

    E' semplicemente il Fidelio più "mozartiano" (nel senso del Mozart di mezzo secolo fa) che io conosca. Ludwig era un direttore di seconda fascia ma molto capace, no-nonsense appunto, famoso più come accompagnatore ma con qualche disco sinfonico diventato celebre (Heldenleben, 9 di Mahler). Tempi spediti, fraseggio duttile e funzionale anche se non molto fantasioso, suono trasparente e poco gravido, puro classicismo insomma. La genialata sta nel cast, necessariamente wagneriano ma di wagneriani "anomali", cioè con discrete capacità nel canto vocalistico: la giovane Silja non dimentichiamoci che aveva esordito non molti anni prima come soprano di coloratura! e infatti con la sua vocetta esile e penetrante confrontata ad altre terribili Leonore da 200 kili fa la sua porca figura, pur non essendo la scelta ideale per questo ruolo ci sono ritmo, legato, acuti, stranissimo sentire una Leonore cantata! Cassilly ha frequentato un sacco il repertorio italiano e si sente (in generale aveva un repertorio amplissimo, con tanto '900 pure), magari non è eloquente come Vickers (una mia fissa, lo so) ma sicuramente è più attrezzato (la scena del delirio non è da brividi ma neanche particolarmente problematica, ricorda quasi un Tamino più di peso), vabbè Pizarro era un cavallo di battaglia di Adam, non ha bisogno di commenti... insomma un Fidelio del primissimo '800 assemblato con i migliori mezzi disponibili in quel contesto storico in Germania, puoi immaginare quanto mi piaccia rispetto ad altri. 

    Un'operazione del genere, in tempi relativamente più recenti, l'ha provata Levine al Met con la Mattila e Heppner. 

    Un Fidelio che molto tempo fa cercavo in qualità decente è il film di Mehta con la Janowitz e Vickers, sul tubo c'è ma si vede e si sente malissimo, mentre sul web è reperibile dall'estero a prezzi proibitivi, non so se lo conosci. Per il resto non mi vengono in mente altre edizioni che mi piacciano... in fondo in fondo anche Harnoncourt non è che mi faccia impazzire, nonostante sia hip (e Harno sia un grande beethoveniano), perchè "spiritualmente" si sente che è più wagneriana di molte altre tradizionali, troppo malmostosa, il Fidelio invece è l'opera della vittoria della luce sulle tenebre, in tutti i sensi!

    Che bel pezzo, Maja! Complimenti!


  18. Da qualche parte sta scritto che la voce è un libro aperto, un'urna di segreti, la porta dell'anima.

    L'elemento naturale della parola, caro Giordano, non è la pagina ma la voce. Lo scritto è un trucco, uno stratagemma,un espediente, un rimedio all' "invida aetas", per conservare la parola ma all'inevitabile prezzo di toglierle vibrazione, timbro e cadenza.

    Lo scritto è un ossimoro, una parola muta. A ogni scritto occorrerebbe dare una voce.

     

    P.S. Le tue scelte in campo operistico sono sempre ottime. Buon segno...

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