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Pinkerton

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Risposte risposto da Pinkerton


  1. On 2/9/2018 at 22:11, Wittelsbach dice:

    . La messicana Gilda Cruz-Romo, che conoscevo solo di nome, è tuttavia una Leonora in assoluto ragguardevole. Trentaquattro anni, bello sguardo, si rivela un lirico-spinto le cui carte migliori si giocano proprio nel difficilissimo settore acuto su cui la sua parte batte con insistenza. Basta sentire il "Pace mio Dio": quel "maledizion!" finale è lampeggiante e squillantissimo. Ma ancora meglio sono le morbidezze, i chiaroscuri e gli accenti trovati, a cui fanno da contrappeso alcune inflessioni piagnucolose. Molto bella ed espressiva è anche l'aria del Secondo Atto, mentre il duetto col Padre Guardiano è davvero ammirevole per l'abilità con cui la tessitura più ardua dell'opera è sostenuta senza soverchi problemi, anzi con un fervore e, soprattutto, con una varietà di accenti davvero da sottolineare. Non tutto è perfetto: qualche piccolo errore di lettura, qualche suono un po' piatto nel registro centro-grave. Ma per una rappresentazione teatrale, sicuramente un'ottima Leonora.

    Concordo Wittel.Del cast la Cruz Romo e' sicuramente l'elemento migliore

    Per il fraseggio sentimentaleggiante, caratterizzato da un certo uso dei portamenti  e anche per  la consistenza degli acuti a piena voce questa soprano può essere inserita fra le emule della Tebaldi che, negli anni '50 fu la Leonora  di riferimento. Un'emula di lusso però. 

     


  2. 8 ore fa, Fefè dice:

    Ciao a tutti, quali sono secondo voi le frasi d'amore più belle citate all'interno delle arie dell'opera lirica? in quali versi si manifesta in maniera più forte questo sentimento spesso così tormentato?

     

    Sono andati? Fingevo di dormire

    Perché volli con te sola restare

    Ho tante cose che ti voglio dire

    Ma una sola, ma grande come il mare.

    Come il mare profonda ed infinita: 

    "Sei il mio amore  e tutta la mia vita!"

     

    ( Boheme, Mimì , Atto IV )

     

    In questa sestina di endecasillabi, Fefe', complice la musica di Puccini, c'è tutto quello che hai chiesto e ne avanza ancora.

     

     


  3. 22 ore fa, giordanoted dice:

    Forse anche in Montale vi sono dunque zone di pura poesia? Non è stato solo il padre di tanti poeti sedicenti che mettono in forma paraversificata scempiaggini linguistiche? 

     

    La spiccata propensione di Montale a escogitare soluzioni verbali metaforiche e simboliche e a optare ripetutamente per un lessico eccentrico e ricercato, Giordano, lo ha portato spesso a eccedere, a squilibrarsi, e a sconfinare nell'effettismo verbale fine a sé stesso, in una sorta di compiaciuta leziosita', in  una poesia salottiera, intellettualistica e vanesia, che sa di artificioso e che, nei fatti, spesso risulta gratuita e poco comprensibile.

    Qui no, perché sa trovare essenzialità, sintesi ed equilibrio. Una tantum gli succede e allora non vedo perché  non dirlo.

    Per qual motivo poi i suoi innumerevoli estimatori-imitatori lo copino solo nei suoi momenti peggiori, facendo un casino indegno, sparando a raffica metafore cervellotiche che non stanno né  in cielo né in terra, e non in quelli riusciti come questo,  a me risulta incomprensibile.  Evidentemente hanno un concetto di poesia molto vago e comunque dimostrano di non aver capito neppure il valore del loro "maestro".

    Qualcosa di simile successe (e succede), nel canto lirico, alla miriade di soprano che hanno dichiarato apertamente di essersi rifatte alla Callas,  copiandone e ingigantendone puntualmente solo i difetti e guardandosene bene dall'imitarne i pregi reali.

     

     

     


  4. NON RECIDERE, FORBICE

    Non recidere, forbice, quel volto,
    solo nella memoria che si sfolla,
    non far del grande suo viso in ascolto
    la mia nebbia di sempre.

    Un freddo cala... Duro il colpo svetta.
    E l'acacia ferita da sé scrolla
    il guscio di cicala
    nella prima belletta di Novembre.

    (Eugenio Montale)

     

    Un momento magico di Montale, qui in stato di grazia. Due quartine di endecasillabi e settenari di rara perizia compositiva. Due imperativi "di preghiera" (" Non recidere", "non far") sostengono la prima, che configura l'antitesi fra il ricordo ("quel volto"), evocato due volte al primo e al terzo verso, e l'oblio, rappresentato dal vocativo metaforico "forbice" e descritto due volte, al secondo e al quarto ("la memoria che si sfolla" e "la mia nebbia di sempre") con due pregnanti locuzioni. Notevolissimi la larga immagine e l'eloquente respiro del terzo verso.
    Della seconda strofa è ammirevole il gioco di rime interne, vero virtuosismo. Le due strofe rimano in parafonia ( "sempre"- "novembre").  Egregio, ricercato, aristocratico il lessico, come d'abitudine.
    Qui Montale trova equilibrio di struttura, sintesi verbale e continuità di linea. Nei due versi secondo e quarto,  metaforici del processo mentale dell'oblio, "la mia nebbia di sempre" è forse un poco iperbolicamente generico, ma "la memoria che si sfolla", locuzione inedita, sintetica ed eloquente, è un colpo d'ala da ricordare.


     


     


     


  5. 9 ore fa, .Andrea dice:

    Condivido ciò che dici, giordano, ma proprio perché io ho fatto esperienza di quello che tu chiami "lampo" (e ti assicuro che era più che volontario e non casuale), non mi sento di poter dire che a me la scuola non è servita a nulla. Ha infuso in me l'amore per la letteratura, ed è una cosa per cui ringrazierò sempre. Mi rendo conto però che è stato un colpo di fortuna e anche che io ho accolto gli stimoli nel modo giusto (o almeno a me sembra tale). Comunque sì, la gran parte del lavoro sta al singolo studente, che deve essere curioso e deve avere sete di conoscenza, se no gli stimoli, anche se ben mandati, sono inutili.

    La scuola è forse, anzi sicuramente, Andrea,fra tutte le Istituzioni, quella più importante. In essa c'è la tutela del passato e la garanzia  del  futuro di un popolo. L'unica nostra certezza, la sola nostra speranza, sono le Istituzioni: al di fuori di esse c'è la giungla, vige la legge del più forte. Gli uomini che rappresentano le Istituzioni, politici, magistrati, forze dell'ordine e i prifessionisti accreditati, come perlappunto, gli insegnanti scolastici, hanno un compito nobile e cruciale: se essi falliscono, se essi sono indegni del compito affidato loro, la società civile e il suo futuro sono in pericolo. Fuori la giungla incombe.

    Gli insegnanti hanno il compito di esercitare e promuovere nei loro allievi la costanza della ragione e di favorire il più possibile lo sviluppo della loro sensibilità. Quindi intelligenza e onestà intellettuale, talento e gusto. 

    Gli insegnanti di lettere, nella fattispecie, Andrea, dovrebbero spiegare ai ragazzi  che cos'è un buon racconto e una buona poesia e  cosa non lo è , come imparare a riconoscere un'opera d'arte e come distinguerla da una scadente, come apprezzarla, come valutarla. Da lì dovrebbero partire, ottenere questo, ossia dare una capacità estetica e critica ai loro alunni, dovrebbe essere il loro scopo primario, la cosa che più  gli preme. E poi, ma solo poi, vengano pure i fanciullini,  le nature  matrigne, le mutatio animi e compagnia bella.


  6. 6 ore fa, glenngould dice:

    Sono completamente d'accordo con te. 

    Ai tempi del liceo, complice il programma da finire velocemente, complice sicuramente una personale immaturità, Pascoli lo ritenevo un onesto artigiano e nulla più.

    È stato solo grazie agli studi universitari che ho iniziato ad apprezzare per poi giungere ad amare questo nostro genio nazionale.

    Per me il 10 Agosto non è più la notte delle stelle cadenti, ma della morte del padre di Pascoli. La prima volta che lessi e analizzai questo componimento, avvertii uno stretto nodo alla gola, cosa che con la poesia non mi era mai capitato 

    Vedi Glenn, finché nelle patrie scuole si insegnerà che Pascoli è  il poeta del Fanciullino, che Leopardi è quello della Natura Matrigna, che Ungaretti e' quello di "M'illumino d'immenso", che Gozzano  é il poeta delle cose di pessimo gusto, che la Commedia è un poema allegorico- didascalico, che i Promessi Sposi sono un romanzo storico-religioso, che Quasimodo, Montale e Pasolini sono grandi poeti, e  che Dino Campana è  "il folle di Marradi",  credimi Glenn, non si andrà da nessuna parte. Con la sottocultura degli stereotipi, dei chiche', delle frasi fatte, non si può che andare da nessuna parte.

    Secondo l'adagio in quadruplice gerundio (valido per gli studenti ma soprattutto per tanti, troppi, loro docenti):

    A SCUOLA ANDANDO,

    LE SCARPE CONSUMANDO,

    I BANCHI SCALDANDO,

    ASINI RESTANDO.


  7. On 15/8/2018 at 22:26, giordanoted dice:

    Rispondo sinteticamente alla tua domanda, Luciano: sì, un genio della poesia assoluta. Come Giorgione della pittura, come Gesualdo o Verdi della musica, un dono degli dèi rarissimo di cui il nostro popolo deve inorgoglirsi e che ci proteggerà e ravviverà sempre, nelle fortune e nelle sventure. 

    Sì, Giordano, Campana è un fuoriclasse, un "hors catégorie". La sua gamma espressiva è sconfinata, la sua forma è viva, mutevole, cangiante, e Il suo esposto poetico, grandioso e magnificentissimo, può superare i confini del delirio con una nonchalance, una naturalezza, che solo il genio possiede.

    Ma noi abbiamo un'altro genio in poesia. Un professore di lettere figlio di un fattore, un erudito di primo livello che un dolore infantile mai risolto trasformò nell'ultimo custode della lingua italiana. La purezza e la caratura linguistica di certi momenti pascoliani non ha eguali e si pone su un livello di eccellenza tale da annullare ogni confronto. Il valore formale assoluto di questa quartina di novenari, eminentemente descrittiva, ad esempio, vale tutta la congerie innumerabile delle opere poetiche, ora ammirevoli ora deplorevoli, del novecento italiano. E ne avanza ancora. Perchè è su un piano formale più alto.

     

    E’, quella infinita tempesta,
    finita in un rivo canoro.
    Dei fulmini fragili restano
    cirri di porpora e d’oro.


  8. 1 ora fa, giordanoted dice:

    Solo un verso, un ricordo da un vasto, perfetto componimento che chiude una delle raccolte fondative della nostra lingua e spirito:

     

    Genova canta il tuo canto!

    I

     

    GENOVA

    Poi che la nube si fermò nei cieli
    Lontano sulla tacita infinita
    Marina chiusa nei lontani veli,
    E ritornava l’anima partita
    Che tutto a lei d’intorno era già arcana-
    mente illustrato del giardino il verde
    Sogno nell’apparenza sovrumana
    De le corrusche sue statue superbe:
    E udìi canto udìi voce di poeti
    Ne le fonti e le sfingi sui frontoni
    Benigne un primo oblìo parvero ai proni
    Umani ancor largire: dai segreti
    Dedali uscìi: sorgeva un torreggiare
    Bianco nell’aria: innumeri dal mare
    Parvero i bianchi sogni dei mattini
    Lontano dileguando incatenare
    Come un ignoto turbine di suono.
    Tra le vele di spuma udivo il suono.
    Pieno era il sole di Maggio.

    *

    Sotto la torre orientale, ne le terrazze verdi ne la lavagna
    cinerea
    Dilaga la piazza al mare che addensa le navi inesausto
    Ride l’arcato palazzo rosso dal portico grande:
    Come le cateratte del Niagara
    Canta, ride, svaria ferrea la sinfonia feconda urgente al
    mare:
    Genova canta il tuo canto!

    *
    Entro una grotta di porcellana
    Sorbendo caffè
    Guardavo dall’invetriata la folla salire veloce
    Tra le venditrici uguali a statue, porgenti
    Frutti di mare con rauche grida cadenti
    Su la bilancia immota:
    Così ti ricordo ancora e ti rivedo imperiale
    Su per l’erta tumultuante
    Verso la porta disserrata
    Contro l’azzurro serale,
    Fantastica di trofei
    Mitici tra torri nude al sereno,
    A te aggrappata d’intorno
    La febbre de la vita
    Pristina: e per i vichi lubrici di fanali il canto
    Instornellato de le prostitute
    E dal fondo il vento del mar senza posa.

    *

    Per i vichi marini nell’ambigua
    Sera cacciava il vento tra i fanali
    Preludii dal groviglio delle navi:
    I palazzi marini avevan bianchi
    Arabeschi nell’ombra illanguidita
    Ed andavamo io e la sera ambigua:
    Ed io gli occhi alzavo su ai mille
    E mille e mille occhi benevoli
    Delle Chimere nei cieli:. . . . . .
    Quando,
    Melodiosamente
    D’alto sale, il vento come bianca finse una visione di
    Grazia
    Come dalla vicenda infaticabile
    De le nuvole e de le stelle dentro del cielo serale
    Dentro il vico marino in alto sale,. . . . . .
    Dentro il vico chè rosse in alto sale
    Marino l’ali rosse dei fanali
    Rabescavano l’ombra illanguidita,. . . . . .
    Che nel vico marino, in alto sale
    Che bianca e lieve e querula salì!
    «Come nell’ali rosse dei fanali
    Bianca e rossa nell’ombra del fanale
    Che bianca e lieve e tremula salì: …..»
    Ora di già nel rosso del fanale
    Era già l’ombra faticosamente
    Bianca. . . . . . . .
    Bianca quando nel rosso del fanale
    Bianca lontana faticosamente
    L’eco attonita rise un irreale
    Riso: e che l’eco faticosamente
    E bianca e lieve e attonita salì. . . . .
    Di già tutto d’intorno
    Lucea la sera ambigua:
    Battevano i fanali
    Il palpito nell’ombra.
    Rumori lontano franavano
    Dentro silenzii solenni
    Chiedendo: se dal mare
    Il riso non saliva. . .
    Chiedendo se l’udiva
    Infaticabilmente
    La sera: a la vicenda
    Di nuvole là in alto
    Dentro del cielo stellare.

    *

    Al porto il battello si posa
    Nel crepuscolo che brilla
    Negli alberi quieti di frutti di luce,
    Nel paesaggio mitico
    Di navi nel seno dell’infinito
    Ne la sera
    Calida di felicità, lucente
    In un grande in un grande velario
    Di diamanti disteso sul crepuscolo,
    In mille e mille diamanti in un grande velario vivente
    Il battello si scarica
    Ininterrottamente cigolante,
    Instancabilmente introna
    E la bandiera è calata e il mare e il cielo è d’oro e sul molo
    Corrono i fanciulli e gridano
    Con gridi di felicità.
    Già a frotte s’avventurano
    I viaggiatori alla città tonante
    Che stende le sue piazze e le sue vie:
    La grande luce mediterranea
    S’è fusa in pietra di cenere:
    Pei vichi antichi e profondi
    Fragore di vita, gioia intensa e fugace:
    Velario d’oro di felicità
    È il cielo ove il sole ricchissimo
    Lasciò le sue spoglie preziose
    E la Città comprende
    E s’accende
    E la fiamma titilla ed assorbe
    I resti magnificenti del sole,
    E intesse un sudario d’oblio
    Divino per gli uomini stanchi.
    Perdute nel crepuscolo tonante
    Ombre di viaggiatori
    Vanno per la Superba
    Terribili e grotteschi come i ciechi.
    Vasto, dentro un odor tenue vanito
    Di catrame, vegliato da le lune
    Elettriche, sul mare appena vivo
    Il vasto porto si addorme.
    S’alza la nube delle ciminiere
    Mentre il porto in un dolce scricchiolìo
    Dei cordami s’addorme: e che la forza
    Dorme, dorme che culla la tristezza
    Inconscia de le cose che saranno
    E il vasto porto oscilla dentro un ritmo
    Affaticato e si sente
    La nube che si forma dal vomito silente.

    *

    O Siciliana proterva opulente matrona
    A le finestre ventose del vico marinaro
    Nel seno della città percossa di suoni di navi e di carri
    Classica mediterranea femina dei porti:
    Pei grigi rosei della città di ardesia
    Sonavano i clamori vespertini
    E poi più quieti i rumori dentro la notte serena:
    Vedevo alle finestre lucenti come le stelle
    Passare le ombre de le famiglie marine: e canti
    Udivo lenti ed ambigui ne le vene de la città mediterranea:
    Ch’era la notte fonda.
    Mentre tu siciliana, dai cavi
    Vetri in un torto giuoco
    L’ombra cava e la luce vacillante
    O siciliana, ai capezzoli
    L’ombra rinchiusa tu eri
    La Piovra de le notti mediterranee.
    Cigolava cigolava cigolava di catene
    La grù sul porto nel cavo de la notte serena:
    E dentro il cavo de la notte serena
    E nelle braccia di ferro
    Il debole cuore batteva un più alto palpito: tu
    La finestra avevi spenta:
    Nuda mistica in alto cava
    Infinitamente occhiuta devastazione era la notte tirrena.

     

    (Dino Campana, "Canti orfici")

     

     

    II

     

    Quando gioconda trasvolò la vita

    Qal bianca nube per gli aperti cieli

    Di sopra la tacita infinita

    Marina in sogno nei lontani veli?

     

    Forse fu il sogno di un momento arcano

    D'aurea luce di bronzo e di verdura

    Che accese l'angosciata creatura

    Alla sanguigna voluttà del vano.

     

    Pianser le fonti, risero i poeti?

    Parlarono le sfingi sui frontoni?

    Stieder gli umani nuovamente proni,

    In albero fluirono i cinedi?

     

    tutto ora posa in un silenzio vano

    E' falso il nulla perchè dorme informe.

    Ah! la vita barocca pluriforme

    A tradimento mi titilla piano.   

     

    (Dino Campana)   

     

    Allora, Giordano: da un lato "Genova",un lungo polimetro celebrativo in sette strofe diverse, imperniato sull'ottonario vocativo imperativo, da te citato, che chiude la seconda strofa  e, dall'altro una composizione ermetica, enigmatica, in metro rigoroso di in quattro quartine di endecasillabi accentate 1,4,8,10 al primo verso e 2,4,8,10 ai tre seguenti, strofe a rima incrociata, che recupera quasi letteralmente i primi cinque versi di "Genova" .

    Che ne dici, scrittore? Non è forse questa la rivelazione, lo svelamento del fenomeno ispirativo? E non è forse questo poeta, tanto a noi caro, un genio della poesia?   

     
     

  9. 8 ore fa, noone dice:
     
    Te l'ho già detto molte volte, scusa se te lo ripeto ancora, ma le tue traduzioni virgiliane sono meravigliose, perfette, piene di grazia. Per me ci sono poche cose più belle del leggere le api di Pink-Virgilio in giardino, durante una bella giornata di sole, in estate. Grazie Luciano🐝
     
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    Grazie angelo.

    Tu pensa Maddalena che io ho tradotto un po' delle Georgiche semplicemente perché ero scontento delle traduzioni che avevo letto. A fine lavoro, rileggendole, effettivamente mi sono parse non male. Ma a Napoli dicono  "ogni scarrafone è bello a mamma soia". Per questo il fatto che a te piacciano per me è  molto importante.



  10.  

    Intanto lavò Telemaco la bella Policaste,

    la figlia più giovane di Nestore Nelìde.

    E dopo che lo lavò e l'unse di grasso olio,

    gli pose addosso un bel mantello e una tunica,

    e dal bagno egli uscì simile nel corpo agli eterni,

    e andò a sedersi accanto a Nestore pastore di genti.

     

    ( Od., III, 464-469)

    (trad. Rosa Calzecchi Onesti)

     

     

    L'Odissea non è il racconto dell'avventuroso viaggio di ritorno dalla guerra di un eroe saggio e perseguitato dal destino. Questo racconto, tutto carico di simboli che anche oggi affascinano le nostre deboli menti, è troppo fantastico, troppo inverosimile, troppo improbabile. Tutti i suoi personaggi, Ulisse compreso, per quanto fascinosi sono sospetti, sono ambivalenti se non plurivalenti; tutti, Ulisse compreso, ci potrebbero mentire. Tutti meno uno. Telemaco, un figlio che cerca il padre. A ben vedere, lui è l'unico che non può barare. Questo ragazzo è alla ricerca del padre e naviga per mesi, da una città all'altra, a chiedere di lui. Ma non lo trova e rischia anche la vita per averlo cercato. Ha tanto bisogno di ritrovare suo padre che alla fine prende per buone le parole di un vecchio straccione un po' mitomane, che un giorno gli capita in casa  e che dice di essere lui il grande Odisseo.

    Ecco, Maddalena, l'Odissea non deve confonderci e frastornarci con tutte i suoi meravigliosi e bugiardi racconti: queste avventure sono solo un carrozzone di simboli, un circo di simboli, che ad ogni epoca si ferma a fare il suo spettacolo di meraviglia per le nostre menti , deboli e fanciulle.

    L'Odissea è il libro che narra del bisogno di avere un padre. Omero ce lo suggerisce chiaramente. E lo fa subito, non con un accenno, ma per quattro,  lunghi libri, loro sì tutti davvero meravigliosi, perché veri.


  11. 55 minuti fa, Lirica1980 dice:

    Ciao, mi chiamo Michela e sono una neofita...ho sempre amato la musica lirica ma mi sono sentita sempre troppo piccola per avvicinarmici. Poi, grazie al lavoro, ho conosciuto una persona eccezionale a cui sono riuscita a dirle la mia passione...anche lei amante della musica lirica...ed eccomi qui...voglio imparare e sarò una buona discente (mi sta già indirizzando su alcuni artisti Tiziana...si chiama così la persona stupenda)...sto nelle vostre mani.

    Michela 

    La musica operistica, Michela, è  quanto di più completo l'uomo abbia saputo escogitare in campo artistico. Musica strumentale, canto,teatro,poesia, danza, tutto questo in una sola creazione artistica.Il canto lirico poi, è un mondo, un linguaggio a sé stante, forse il più espressivo dei linguaggi orali.

    Detto ciò,  benvenuta in forum!


  12. On 9/8/2018 at 16:07, Yeats dice:

    @Pinkerton non poche somiglianze con la lingua di bonnefoy

    Certo, Yeats, la musica di Dutilleux si attaglia perfettamente a Bonnefoy. Anzi ti propongo fin d'ora di utilizzarla come introduzione ai testi di Bonnefoy,  sia in lingua originale che tradotti (da me, naturalmente), che io e te leggeremo, a turno, in quel ciclo di letture magistrali del poeta francese che l'anno venturo verranno tenute in Università e Citta d'Arte di tutta Europa.


  13. On 11/8/2018 at 07:30, giordanoted dice:

    Verdi, Ernani

    live del 1962 dal Metropolitan

    Bergonzi, Price et alii 

    direzione Thomas Schippers

    Tanto per cominciare in modo vigoroso la giornata.

    In dedica a tutti i verdiani del forum.

    Se le due edizioni con Mitropuolos ( Met., '56 e Firenze, '57) sono da considerare di riferimento, subito dopo va annoverato questo live del '62. Schippers non vale il direttore greco, nondimeno è vivido e vibrante. Sugli scudi Leontyne Price, allora all'apice, e soprattutto Carlo Bergonzi che qui ascoltiamo nel recitativo ed aria d'entrata. Tutta la sua esecuzione, Giordano, è  memorabile: morbidezza e perfetto legato nel cantabile e varietà e incisività di fraseggio nel recitativo. Ascolta Giordano tra 1:43 e 1:56 come Bergonzi passi dalla soavità amorosa della mezzavoce di "d'amor che mi beò", al vigore e all'ampia scansione, maschia e risentita, del declamato "Il vecchio Silva stendere osa su lei la mano!". Per la serie: se Verdi è grande occorrono però cantanti all'altezza del Maestro.

     

     


  14. On 9/8/2018 at 14:51, giordanoted dice:

    Chiamo a raccolta, con lo squillo di Hagen, gli esperti (se non sono ancora in ferie) @Wittelsbache @Pinkerton

    con una domanda semplice, semplice; ma è una mia impressione sballata o costui è un cane?

     

    Come tu sospetti,questo controtenore, Giordano, è veramente scarso. Definirlo "un cane" non è  appropriato, in quanto che i cani, quando abbaiano,si fanno sentire; lui no, sembra che cominci ma non prosegue, il motore è  acceso ma la macchina non parte mai. La voce è  tutta indietro, molti attacchi sono tremuli, il registro mediograve è sotto i tacchi, praticamente inudibile. Ci sarà una nota passabile su dieci. Con un assetto vocale simile, provare a interpretare diventa una promessa da marinaio.

     


  15. 1 ora fa, Yeats dice:

    anche le scelte che hai fatto sono ben motivate, e l'hai dimostrato nell'ultima risposta. soprattutto mi sembra di capire che a te siano gradite l'omogeneità e la coerenza dello stile , mentre io, ad esempio, amo di più le variazioni di tono e il chiaroscurismo del linguaggio. va da sé che noteremo sempre aspetti diversi , e forse complementari , delle quartine di bonnefoy.

    a questo punto resta solo da capire cosa intendesse keats con quel suo famoso verso da "ode on a grecian urn", che il bon ton mi impedisce di citare 😆

    Ti sei spiegato bene, ottimo Yeats. Se mai ti capitasse di leggere le mie traduzioni di Valéry, batti un colpo. Il tuo parere mi preme assai.

    Quanto all'ode sopra l'una greca ti dirò: Keats è un neoclassico nella forma, tutto enfasi e fronzoli, ma un romanticone nella sostanza. Gli piace stare sul vago, gli piace evocare, gli piace suggerire, gli piace alludere, gli piace .....

    Insomma, gli piace.

     

     


  16. Le tue obiezioni, collega, sono tutte sensate e tutte ( compreso naturalmente  il ricorso all'anastrofe) trovano la stessa risposta: la musicalita', la cadenza e l'omogeneità della musica e,  per i liricismi che rilevi,  un tono piu' nobile dell'eloquio. Così l'impiego costante degli endecasillabi ( secondo e terzo dell'ultima strofa però  sono decasillabi tronchi, e non a caso,a sigillare la composizione) danno più  coesione, più  unità  di linea. Anche il calo di enfasi di "lodo" invece che, ad esempio, la butto lì, di un bisillabo tipo " gloria" ( gloria alla voce venata di grigio) per me va benissimo, e questo per mantenere unitario il tono, per non "far chiasso".

    Quanto a "ogni" per "extreme", capisco il tuo discorso ma "ogni" è più comprensivo, più estensivo, più vago. Visto il clima emotivo creatosi, di incantata meraviglia, e visto che il senso è  quello dell'esaltazione globale delle facoltà  espressive della Ferrier,  lo rifarei.

     


  17. 1 ora fa, alfiocarrettiere dice:

    Quindi lo stesso vale anche x le voci femminili x cui è probabile che un mezzo abbia mediamente una carriera piu' lunga di una soprano ?

    Ho l'impressione che per le donne non sia esattamente così, o meglio non nella proporzione degli uomini. Ma non saprei dirti il perché.


  18. 2 ore fa, alfiocarrettiere dice:

    Sicuramente la differenza di estensione penalizza di piu il tenore, però siccome credo che il baritono di un puritani o di una Lucia debba cantare secondo gli stessi canoni belcantisti usati dal tenore, mentre il baritono di una Aida userà, come il tenore, altri canoni, ebbene scommetto che 9 volte si 10 il baritono riesce allo stesso modo in entrambe le opere mentre, quasi tutti i tenori tranne rari casi debbono scendere a compromesso 

    Secondo me, Alfio, è  perché il registro baritonale è,  per questioni fisiologiche, più consono alla laringe maschile. Il registro di tenore richiede fin dall'inizio, anche quando il cantante è giovane, degli accorgimenti tecnici e un allenamento più costante per emettere suoni con frequenze "innaturali" per un uomo. Cantare da tenore quindi é  più faticoso e usurante.Tenori longevi ce ne sono stati alcuni (ad esempio Gigli, Bergonzi, lo stesso Domingo) ma i baritoni e i bassi che hanno cantato per quarant'anni sono stati molti di più. Io ricordo delle buone recite di Protti ultrasessantenne e , come tu notavi, adesso c'è  Nucci che canta ancora più  che dignitosamente. Pensa che Io l'avevo sentito giovanissimo a Parma in un Barbiere del '79 ( con bis del Factotum).


  19. 3 ore fa, alfiocarrettiere dice:

    Eperfidamente, ecco la medesima aria cantata da un Domingo 70 ennehttps://youtu.be/D5VKrMz1eKM

    Qui il direttore gli dà delle belle pause per riprendere fiato e probabilmente la tonalità è abbassata.Inoltre Domingo indulge a qualche inflessione verista ( quella corona mezza gridata alla fine se la poteva risparmiare). L'acuto conclusivo inoltre è  un poco aperto. Però hai ragione tu Alfio: lega bene, accenta con sapienza ed anima, e il mezzo forte di "disgiungea" (optato in luogo di una mezzevoce smorzata, ormai forse troppo rischiosa) è  colmo di pathos ed emesso correttamente.

    La differenza con il guaglione del Volo è abissale.


  20. 46 minuti fa, alfiocarrettiere dice:

    Comunque ragazzi consolatevi ! Bocelli ha 60 anni. Non potrà cantare all' infinito ed ecco i suoi validi eredi come lo confermano i commenti al video x i quali siamo di fronte a un nuovo Caruso:

     

    Ho ascoltato ,Alfio, tutta l'esecuzione e proprio di esecuzione si tratta: sul patibolo è la musica di Puccini. Dizione zero, "legato" neanche l'ombra, emissione o ingolata o aperta con acuti buttati lì  a caso e mezzevoci afone e strozzate; c'è persino qualche bercio; difficile trovare una nota che è una quanto meno passabile. Qui il nostro tenore veramente si è superato. Peggio di così è difficile fare, anche considerando che l'aria non è fra le più ostiche.


  21. 16 minuti fa, alfiocarrettiere dice:

     Nel frattempo Pavarotti è morto e quindi ha potuto prenderne il posto nei concertoni, incensato anche dagli stessi cantanti lirici 

    Se ricordi Alfio, lo stesso Pavarotti era un sostenitore di Bocelli.


  22. 3 ore fa, Majaniello dice:

     

    Io mi sono interrogato più volte sulla notorietà di costui. Non se ne parla mai esplicitamente penso per pudore, o per non fare la parte dei malpensanti, ma quanto merito ha avuto il suo handicap nella costruzione della fama che si è (o gli hanno) costruito addosso? Assodato che Bocelli non ha particolari doti artistiche (è un tenorino come un altro, in fondo), a me sembra che, almeno all'inizio, sia stato trattato come una specie di fenomeno, della serie "il cantante lirico che non vede", su una fetta di pubblico 'sta cosa deve aver avuto un impatto. 

    La massa, Maja, vuole lo spettacolo, il teatro, qualcosa di insolito, qualcosa che la gratifichi. Panem et circenses. Per Bocelli lo spettacolo è "lui che canta qualcosa" non "come canta qualcosa". Dire che Bocelli è un grande ci fa sentire magnanimi, buoni, generosi, umani; in più è di moda e poi "lo dicono tutti". Meno Wittel e Pink naturalmente ( ma loro sono due snob, due criticoni, gelidi e presuntuosi).


  23. 13 ore fa, Wittelsbach dice:

    Se qualcosa hanno fatto, è servito comunque a poco.

    Concordo Principe. Come disse Re Franceschiello: "Se uno nasce quadrato, non può morire tondo". Nemmeno se passa in sala di registrazione.


  24. 34 minuti fa, Ives dice:

     ecco qualche domanda fossi in Gatti me la farei...

    E' possibile che il Maestro Gatti segua il motto "Molti nemici, molto onore". Nondimeno il consiglio di Ives mi pare più che sensato.

    Quanto alle denunce per molestie delle due cantatrici, io ho la sensazione che se tutti i direttori d'orchestra che ci hanno provato fossero stati puniti e rimossi, ora i nostri scaffali di musica classica sarebbero pressoché vuoti.

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