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Pinkerton

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Risposte risposto da Pinkerton



  1.  

    Zanzotto è un poeta erudito. Dell’erudito ha la metodicità scolastica, lo straniamento e l’accanimento verbale nel ricorso a un lessico ricchissimo e specificante e, anche perciò, per lo più desueto, estraneo al linguaggio parlato comune, più proprio della lingua scritta, destinato comunque a un’elite. Per dire di più, per dire meglio, dice sempre a più pochi. Qui il suo nodo, nel suo disegno estensivo dell’espressione verbale il suo limite. Zanzotto scrive una poesia che delizia il dotto e lascia interdetta la massa degli incolti, ai quali , al netto del tributo di circostanza, sostanzialmente appare come artificiosa e cervellotica

    Sic stantibus rebus, le facoltà espressive di Zanzotto sono veramente cospicue, sebbene possano sembrare confacentisi a una sorta di vigile delirio piuttosto che a un’ardua e ingegnosa creazione artistica.


     

    "Ineptum, prorsus credibile"

    Perchè questa 
    terribilmente pronta luce
    o freddissimo sogno immenso
    su cui trascende
    perpetuo vertice il sole,
    da cui trabocchi tu, tu nella vita?
    Non ha mai fondo questo squallido prodigio,
    no, non dici, ma stai nella luce
    immodesta e pur vera
    nella luce inetta ma credibile
    sospinto nella vita.
    ...Bianca, lacrime sporgi
    sul grumoso abbagliante mattino;
    attraverso l'autunno
    ecco il tuo segmentarti in sale e istanti
    in memoria e sapore.
    ... è tramonto od è luna
    e in aumento perpetuo
    o in perpetuo decrescere è il sole?
    Vuoto di ragnateli
    per valli e fessure,
    vuoto di nascita e sangue,
    acqua che verbo petroso
    deponi ai piedi di questi monti,
    colli e che verde spietato
    rivelate ad un fuoco disuguale e nefasto
    o - è lo stesso - ad un fuoco
    equilibrato e acuto
    contro il muro ch'io piango;
    e alza il muro 
    se dalla stanca testa
    stanca di nascere e nascere
    nell'atroce gemmante vita.


  2. Gli anni

     

    Le mattine dei nostri anni perduti,
    i tavolini nell’ombra soleggiata dell’autunno,
    i compagni che andavano e tornavano, i compagni
    che non tornarono più, ho pensato ad essi lietamente.
    Perché questo giorno di settembre splende
    così incantevole nelle vetrine in ore
    simili a quelle d’allora, quelle d’allora
    scorrono ormai in un pacifico tempo,
    la folla è uguale sui marciapiedi dorati,
    solo il grigio e il lilla
    si mutano in verde e rosso per la moda,
    il passo è quello lento e gaio della provincia.

     

     

    L’Oltretorrente


     

    Sarà stato, una sera d’ottobre,
    l’umore malinconico dei trentotto
    anni a riportarmi, città,
    per i tuoi borghi solitari in cerca
    d’oblìo nell’addensarsi delle ore
    ultime, quando l’ansia della mente
    s’appaga di taverne sperse, oscure
    fuori che per il lume tenero
    di questi vini deboli del piano,
    rari uomini e donne stanno intorno,
    i bui volti stanchi, delirando
    una farfalla nell’aspro silenzio.
    Non lontano da qui, dove consuma
    una carne febbrile la tua gente,
    al declinare d’un altro anno, fiochi,
    nella bruma che si solleva azzurra
    dalla terra, ti salutano i morti.
    O città chiusa dell’autunno, lascia
    che sul fiato nebbioso dell’aria
    addolcita di mosti risponda
    in corsa la ragazza attardata
    gridando, volta in su di fiamma
    la faccia, gli occhi viola d’ombra.


     

    ATTILIO BERTOLUCCI, Le poesie (Garzanti, 1998)

     

     

    Costantemente, indissolubilmente, in bilico e in simbiosi fra prosa e versificazione, è l’assorto e sereno poetare di Attilio Bertolucci. Ma la sestina in vocativo che chiude “L’Oltretorrente” e, segnatamente, gli ultimi due versi, sono un prodigio di pittura e di sintassi poetiche.


  3. On 22/5/2018 at 23:45, Pinkerton dice:

    La poesia di Montale, Giordano, è, volutamente io credo, una poesia da salotto borghese postbellico, accademica, virtuosistica,vaniloquente,  esibizionistica e soprattutto disimpegnata, sia nei contenuti che nell'allestimento letterario. Dal punto di vista letterario è barocca, di un barocchismo iconoclastico-ludico, sperimentale, compilativo-associativo, ricompositivo, da mero gioco enigmistico a incastro. Ignora l'ideale, di cui ridimensiona la portata e rifiuta i miti,  fonte recente di due guerre abominevoli, fatte di numeri talmente immani da ridurre ogni tragedia a puro dato statistico e forse proprio per questo supera ed evita il pathos, proiettandosi accidiosamente, con dilettantesca nonchalanche, in una dimensione metastorica e antistorica, algida, perplessa, anaffettiva,  non approvante.

    Molti poeti,d'altra parte, persino poeti maldestri e pedestri, sono un po' alchimisti e allestiscono i loro più o meno plausibili laboratori linguistici, dove inventano o recuperano mattoni verbali, li adunano, li associano e li compongono, edificando così la casa della loro poesia. Lo aveva fatto Dante nella sua meravigliosa Commedia, progetto enciclopedico e universale, mescolando, in una pozione tanto corroborante quanto poco digeribile, il latino teologico e liturgico dei dottori della Chiesa al dialetto toscano contemporaneo e lo rifà anche Montale, a suo modo e a suo uso e consumo, congegnando un linguaggio poetico salottiero, tributario della tradizione più negli stilemi che nella sostanza, eclettico e inevitabilmente artificioso, destinato a essere il fiore all'occhiello di una classe dirigente istruita sul modello scolastico gentiliano; classe dirigente della quale Montale fu, di fatto, il moderno bardo e alla quale lui stesso riteneva appartenere. 


  4. 12 ore fa, Stefano Conti dice:

    Ho sempre considerato l'Ave Maria di Gounod un qualcosa di Kitsch ma onestamente....non pensavo che potesse essere suonata così bene.

     

    Est modus in rebus, Stefano.

    L'Ave Maria di Gounod si può anche cantare. Così bene però, non è facile.

     

     


  5. 11 ore fa, Snorlax dice:

    Felice genetliaco a Riccardino Wagner con: Lohengrin, S. Konya, L. Rysanek, E. Blanc, A. Varnay, K. Engen, Chor und Orchester der Bayreuther Festspiele 1958, André Cluytens

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    ...a @Wittelsbach, @Pinkerton e @zeitnote ...e, ovviamente, a chi gradisce!

     

    Non sbagli un colpo Snorlax. Questo Lohengrin è fra i miei preferiti. Cluytens all'aspetto epicheggiante antepone una lettura lirica, non di rado sommessa e  introspettiva, attenta ai dettagli. I cantanti, esclusa la Varnay, dura, fissa e spigolosa negli acuti, sono tutti al loro meglio. Konya canta con voce morbida e limpida, equilibrio e varietà di fraseggio; la Rysanek  è in ottima forma vocale e appare particolarmente ispirata; anche Blanc si fa valere delineando un Telramund particolarmente espressivo. Astrid Varnay infine, compensa le incipienti crepe vocali con la personalità, il temperamento e l'approfondita conoscenza del ruolo.

     

     

     

     


  6. On 20/5/2018 at 14:00, giordanoted dice:

    La voce poetica di Montale raccoglie il lessico della tradizione con lo "straniamento" di cui dice Luciano, cioè come cultura, erudizione, e lo adopera in forma di contrasto per rappresentare un'umanità ormai livellata, dopo la caduta di ogni superiore trascendenza. Montale è da questo punto di vista il primo poeta borghese [.............]

    La poesia di Montale, Giordano, è, volutamente io credo, una poesia da salotto borghese postbellico, accademica, virtuosistica,vaniloquente,  esibizionistica e soprattutto disimpegnata, sia nei contenuti che nell'allestimento letterario. Dal punto di vista letterario è barocca, di un barocchismo iconoclastico-ludico, sperimentale, compilativo-associativo, ricompositivo, da mero gioco enigmistico a incastro. Ignora l'ideale, di cui ridimensiona la portata e rifiuta i miti,  fonte recente di due guerre abominevoli, fatte di numeri talmente immani da ridurre ogni tragedia a puro dato statistico e forse proprio per questo supera ed evita il pathos, proiettandosi accidiosamente, con dilettantesca nonchalanche, in una dimensione metastorica e antistorica, algida, perplessa, anaffettiva,  non approvante.


  7. 14 ore fa, giordanoted dice:

    È una poesia, questa, che rivela fin dai primi versi il suo stampo dantesco. Dante, non altri, è il grande modello montaliano degli Ossi di seppia. Rivoluzione poetica, quella prodotta da questo libro pubblicato dalle edizioni di Piero Gobetti che, come le migliori rivoluzioni, dunque, trae la linfa dai padri. Spie dantesche sono il greppo, il clivo, sostantivi che rimandano alle bolge e alle balze della Commedia. E soprattutto quel "mare che tremola" ai vv. 3-4 che ricorda un immortale passo del Purgatorio, "il tremolar della marina". E l'atmosfera poetica, fin nel finale, è purgatoriale-infernale, quasi una conflazione delle prime due cantiche dantesche. Altri passi - il "crollo di pietrame che dal cielo s'inabissa alle prode" rimandano a torture, supplizi mitici, a fatiche di Sisifo, a quelle degli orgogliosi nel Purgatorio. Il raro verbo "divalla" anche è dantesco, e si potrebbe continuare...

    Non stupisce dunque che per una volta, Pink, che a Montale è generalmente ostile, stavolta si sia espresso favorevolmente. Perché questa poesia in realtà più che una poesia è una parodia dantesca. (Parodia nel senso letterale, non di imitazione ironica).

     

    "Clivo", Giordano, è la descrizione della confusa, fragile, spettacolare provvisorietà di un paesaggio costiero degradante sul mare, tipico della Liguria, patria del poeta. Tale rappresentazione tuttavia, ha  toni e  colori visionari, onirici, profetici, quasi un idillio apocalittico. Tu giustamente rilevi la fonte dantesca, nei modi narrativi e linguistici. Il clima psicologico-artistico però è diverso e autonomo:  moderno e "novecentesco", distaccato, straniato, quasi metafisico. Come in un De Chirico. All'artista non rimane che recuperare da un illustre passato gli strumenti per dare una forma alla sua immaginazione. E, per non sbagliarsi, sceglie Dante. Fons mirabilis et refugium peccatorum.


  8. Una delle cose più riuscite ed ispirate di Eugenio Montale è "Clivo", da "Ossi di seppia",  dove la ricomposizione metrica,  "melange" di rime e di ritmi, qui più scelti che residuati, più evocati che recuperati, tocca un ragguardevole livello formale. Rigogliosa la corrispondenza di rime. Anche il lessico, come sempre ricercato, è meno ostentato che altrove, più funzionale all'espressione poetica. Misure varie, talora accoppiate: settenari, ottonari, novenari, endecasillabi e , ai vv. 4, 8 e 33, la sfasatura ritmica di tre alessandrini (7-5) con quinario finale in sdrucciola. Quasi un vezzo. In realtà questa "coda", pentasillabica simmetrica con tonica sulla terza, aggiunta al settenario,  determina una cesura, una sospensione, una sincope ritmica. Questi interventi deroganti  sul ritmo (come, d'altra parte, sulle rime) costituiscono  lo "smontaggio" dell'ordine metrico, operazione questa molto "à la page" nei poeti italiani post-pascoliani, operazione per altro, di cui Montale rappresenta forse il principale artefice. L'idea è innovativa ma ha un senso solo ottenendo una forma plausibile e attraente ( come avviene in "Clivo"). Altrimenti è solo formula, cieca iconoclastia, ottusa supponenza, maniera, con risultati puntualmente scadenti.

     

    Clivo


     

    Viene un suono di buccine

    dal greppo che scoscende,

    discende verso il mare

    che tremola e si fende per accoglierlo.

    Cala nella ventosa gola

    con l'ombre la parola

    che la terra dissolve sui frangenti;

    si dismemora il mondo e può rinascere.

    Con le barche dell'alba

    spiega la luce le sue grandi vele

    e trova stanza in cuore la speranza.

    Ma ora lungi è il mattino,

    sfugge il chiarore e s'aduna

    sovra eminenze e frondi,

    e tutto è più raccolto e più vicino

    come visto a traverso di una cruna;

    ora è certa la fine,

    e s'anche il vento tace

    senti la lima che sega

    assidua la catena che ci lega.

     

    Come una musicale frana

    divalla il suono, s'allontana.

    Con questo si disperdono le accolte

    voci dalle volute

    aride dei crepacci;

    il gemito delle pendìe,

    là tra le viti che i lacci

    delle radici stringono.

    Il clivo non ha più vie,

    le mani s'afferrano ai rami

    dei pini nani; poi trema

    e scema il bagliore del giorno;

    e un ordine discende che districa

    dai confini

    le cose che non chiedono

    ormai che di durare, di persistere

    contente dell'infinita fatica;

    un crollo di pietrame che dal cielo

    s'inabissa alle prode...

     

    Nella sera distesa appena, s'ode

    un ululo di corni, uno sfacelo.

     

     

    ( Eugenio Montale, "Ossi di seppia")


  9. Dal 1831 al 1847, dai suoi quaranta ai cinquantasette anni, Giuseppe Gioacchino Belli, letterato romano che il matrimonio con una facoltosa vedova dispensò dalla necessità di lavorare, scrisse più di duemila sonetti in dialetto romanesco che, pubblicati postumi e contro la volontà dell'Autore, rappresentano un affresco incomparabile della vita e della mentalità del popolo romano di quel tempo.Il loro valore tuttavia supera le contingenze d'epoca e di cultura e appare universale. Da punto di vista letterario I Sonetti  sono un capolavoro assoluto di mimesi linguistica e di introspezione psicologica, un monumento grandioso al dialetto come forma linguistica privilegiata per rappresentare la realtà. Poche altre volte nell'arte fu così dipresso e nettamente rappresentata la feroce innocenza del popolo.

     

     

     

     

     

     

     


  10.  

     

    21 ore fa, Snorlax dice:

    Dopo Ciaikovskij, cambio genere e per cena mi ascolto: Giuseppe Verdi, Aida, C. Mancini, M. Filippeschi, G. Simionato, R. Panerai, G. Neri, Orchestra Sinfonica e Coro di Roma della RAI, Vittorio Gui

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    ...registrazione che ho sottratto alla polvere dei miei scaffali, ma che per ora mi sembra assai godibile. La direzione di Gui mi sta appassionando, ho qualche riserva sulla protagonista, mentre Filippeschi, senza essere un campione di raffinatezza, lo trovo alquanto esaltante. E il resto del cast mi sembra molto azzeccato (Simionato e Neri soprattutto!) senza troppe riserve. Ma siccome io ne capisco troppo poco di queste cose, vorrei erudirmi con i sempre preziosi pareri di @Pinkerton e @Wittelsbach, ma anche di chiunque altro!:D

    Malgrado sia stata snobbata dalla critica,  Snorlax, quest'Aida dei primi anni '50 merita di essere conosciuta. Vittorio Gui dirige con mano sicura e la compagine dei cantanti, tutti in ottima forma vocale, è di tutto rispetto. La Mancini è un'Aida convenzionale e con qualche sottolineatura veristicheggiante  ma la voce è solida e timbrata. Filippeschi non avrà avuto una personalità spiccatissima ma è un Radames assai attrezzato vocalmente, rigoglioso e squillantissimo e capace anche, in sede di tecnica vocale, di esibire una gamma dinamica facile e sufficientemente varia oltre che appropriata. Negli anni '50 di Radames di simile portata tecnico-vocale ce n'era rimasto qualcuno ( Corelli, Tucker, il primo Del Monaco). In seguito (e fino ad oggi) tenori così dotati, nel ruolo non se ne sono più sentiti.   Bene per me anche l'Amonasro di Rolando Panerai, dalla dizione nitida e scandita e dagli acuti  timbratissimi. Veramente ottima sotto ogni aspetto l'Amneris di Giulietta Simionato e bene anche Giulio Neri. Riassumendo: un'Aida più che valida.

     

     

     


  11. 21 ore fa, noone dice:

    Commento bellissimo Luciano, grazie infinite. 

    Vorrei argomentare con più precisione ma al momento la commozione per le parole che ho letto mi impedisce di ragionare.

    L'episodio del vecchio Salamano e' altissima prosa, un magistrale esempio di virtuosismo letterario. Il tono e' sobrio, dimesso, conversante, la struttura sintattica elementare, frammentata in una sequenza di brevi periodi. Eppure la breve narrazione ha una nitidezza essenziale e un contenuto esaustivo: epoche, fatti e sentimenti, in una "dispositio" perfetta. E una comprensibilita' universale. Camus in una dozzina di righe ci racconta una vita e in un minuto noi del vecchio Salamano sappiamo quanto basta per conoscerlo. Un romanzo in mezza pagina. Con semplicità, intensità  e leggerezza. E tutti i lettori, per quanto possano essere diversi per intelligenza, sensibilità e cultura, capiscono perfettamente quello che l'autore vuole dire. Questa e' l'Arte, Maddalena.


  12. 21 ore fa, noone dice:

    Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall'ospizio: "Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti." Questo non dice nulla: è stato forse ieri.
    L'ospizio dei vecchi è a Marengo, a ottanta chilometri da Algeri. Prenderò l'autobus delle due e arriverò ancora nel pomeriggio. Così potrò vegliarla e essere di ritorno domani sera. Ho chiesto due giorni di libertà al principale e con una scusa simile non poteva dirmi di no. Ma non aveva l'aria contenta. Gli ho persino detto: "Non è colpa mia." Lui non mi ha risposto. Allora ho pensato che non avrei dovuto dirglielo.

     

    (Incipit de Lo straniero, Albert Camus)

    "L'etranger" di Albert Camus è uno dei pochi libri che hanno dato dignità al Premio Nobel. E' un libro che merita di essere letto, un libro vero, senza orpelli, diretto, totalmente immediato, E' un racconto lungo, o un romanzo breve che dir si voglia, e parla della libertà, del valore e dei pericoli della libertà, della solitudine come dimensione, alla fine pressoché obbligata, della libertà e poi ancora, della giustizia dei tribunali, intesa ed esercitata come puro rituale etico. L'esistenzialismo, spesso citato e attribuito a sproposito, non c'entra molto. E' il racconto di un episodio sfortunato e fatale della vita di Meursault, un francese, bretone credo, dalla desinenza del cognome, trapiantato in Algeria, colonia ancora per poco. E' la storia, tutta raccontata in prima persona, del delitto per legittima difesa e della condanna ingiusta di un uomo qualunque, libero e sincero. L'incipit, celeberrimo, è quello che noone riporta qui sopra.  Il finale, altrettanto celebre e veramente commovente, pacificato e desolato, cede all'enfasi patetica e cita addirittura il Calvario (" Pour que tout soit consommé, pour que je me sente moins seul, il me restait à souahiter qu'il y ait beaucoup de spectateurs le jour de mon exécution  et qu'ils m'accueillent avec des cris de haine." " Perché tutto sia compiuto, perché io mi senta meno solo, non mi resta che augurarmi che ci siano molti spettatori il giorno della mia esecuzione e che mi accolgano con grida di odio".)

    Tuttavia, la misura e l'atmosfera autentiche di questo capolavoro si rintracciano perfettamente in quest'altro passo:

    "Davanti alla mia porta ho trovato il vecchio Salamano. L’ho fatto entrare e mi ha detto che il suo cane era definitivamente perduto, perché al Canile non c’era. Gli impiegati gli avevano detto che forse era andato sotto una macchina. Aveva chiesto se non fosse possibile informarsi ai Commissariati. Gli avevano risposto che non si tiene nota delle cose di questo genere, perché succedono tutti i giorni. Ho detto al vecchio Salamano che avrebbe potuto trovare un altro cane, ma con ragione lui mi ha fatto osservare che era abituato a quello lì. Ero sdraiato sul letto e Salamano si era seduto su una sedia davanti al tavolo. Mi stava di fronte e teneva le mani sulle ginocchia. Aveva in testa il suo vecchio feltro. Biascicava dei frammenti di frasi sotto i baffi ingialliti. Mi annoiava un po’, ma non avevo niente da fare e non avevo sonno. Per parlare di qualcosa, gli ho domandato del suo cane. Mi ha detto che l’aveva avuto dopo la morte di sua moglie. Si era sposato tardi. In gioventù desiderava fare del teatro: al reggimento recitava nei vaudevilles militari. Ma poi era entrato nelle ferrovie e non se ne pentiva perché adesso aveva una piccola pensione. Non era stato felice con sua moglie, ma in fondo aveva finito col farci l’abitudine. E quando lei era morta, si era sentito molto solo. Allora aveva chiesto un cane a un compagno di officina e aveva ricevuto questo, che a quel tempo era molto piccolo. Aveva dovuto dargli da mangiare col biberon. Ma siccome un cane vive meno di un uomo, avevano finito per diventare vecchi insieme."

     


  13. 2 ore fa, noone dice:

    Sono sempre stata una juventina che si è contraddistinta per la sua obbiettività ed onestà, e non ho di certo intenzione di smettere adesso col perpetuare queste virtù.

    Quindi, per favore, lasciatemi dire e soprattutto credete a queste mie parole:

    qualora dovessimo vincere questo scudetto, io me ne vergognerò.

     

    E, più che per certe discutibili decisioni arbitrali, per quanto cazzo male abbiamo giocato durante tutto questo campionato. Schifo.

    Ciao Maddalena, ben tornata! Oggi colui che ha arbitrato Fiorentina-Napoli non ha voluto essere da meno di Orsato e così la Juve vincerà  il suo settimo scudetto consecutivo. Io non  ce l'ho con i giocatori bianconeri, tutti bravi professionisti, ne' tantomeno con quei tifosi che, come te, onestamente, ammettono l'evidenza. Oggi il calcio é una questione di soldi e dove ci sono i soldi arrivano sempre i delinquenti e i loro lacchè. E' umano. C'est la vie. Ma adesso quando penso alla mia ex squadra, tu sei l'unica cosa bella che mi viene in mente.


  14. Torno adesso da S.Siro. Ho visto una grande Inter. In 10 per 80 minuti ,stava per mettere sotto la Juve. Che poi ha vinto, con un gol in extremis. L'espulsione di Vecino a inizio partita non c'era per nulla, il fallo era si' e no da ammonizione. Ricapitolando: l'Inter ha giocato quasi tutta la partita in 10, la Juve in 12. Altro non c'è da dire.


  15. 5 ore fa, Majaniello dice:

    Non vorrei che qualche nave si schiantasse a causa mia allora :D

    Cosa ti perplime ora? non ti pare che Leonore sia un ruolo drammatico d'agilità, o come vuoi chiamarlo tu? non ti pare che tutti 'sti sopranoni di scuola germanica, così mirabili in certo repertorio, suonino terribilmente in difficoltà quando cantano Fidelio, Medea e, peggio ancora, Norma? 

    Quanto alle categorizzazioni, ho abbandonato qualsiasi tipo di semplificazione precostituita che sia cellettiana o post-cellettiana ( :cat_lol: ci siamo capiti), la questione nell'opera è molto più semplice, basta verificare ogni ruolo in quale contesto storico-culturale è stato pensato e quindi per quale tipo di voce è stato scritto; basterebbe anche prestare un po' di orecchio a come si sviluppa la scrittura per capire che caratteristiche deve avere l'interprete giusto (e poi magari leggere il libretto, per capirne il carattere!). Atteso che la tecnica fonatoria è una, la qualità dell'esecuzione, la costituzione della voce (e l'attitudine della personalità), la formazione stilistica e culturale, sono diversi da interprete ad interprete. Mi limito ad analizzare questi aspetti. Del resto è un discorso che vale per qualsiasi strumento, quindi anche pianoforte, violino ecc.

    Piuttosto, io proporrei la distinzione tra interpreti (cantanti-direttori-strumentisti) saggi, che si costruiscono una carriera con coerenza, selezionando il repertorio in maniera congeniale ai loro mezzi stilistici, poetici e tecnici, e interpreti sprovveduti, che vanno a braccio (spesso guidati da esigenze economiche o da una tradizione errata) e combinano disastri, non solo da un punto di vista tecnico - chè uno può essere bravissimo, ma totalmente fuori stile.

    Beh tutte le interpretazioni sono una fantasia intellettuale! :D Anche se parlassi della Sutherland (che Turandot la canta bene) userei qualche fantasia intellettuale per descrivere quel che mi pare essere il suo punto di vista. 

    Su una cosa sono d'accordo, la mia è un'interpretazione totalmente ex-post, nel senso che nè la Ricciarelli nè Karajan ci avevano pensato! Karajan aveva il pallino di utilizzare solo e sempre voci liriche per qualsiasi repertorio! Era convinto che scegliendo un buon marmo, di bel colore e consistenza, e plasmandolo a dovere, si ottenesse un grande risultato. Non faceva i conti col fatto che le voci non sono violini, non esiste solo il colore e la duttilità! Si spiegano anche le scelte insensate degli anni '80, quando in mancanza di Price, Freni e Di Stefano, ripiegava su Ricciarelli, Tomowa, Carreras ecc. Quando andava bene imbroccava per puro caso un risultato poetico, quando andava male, andava male e basta. 

    Ti ringrazio della risposta, Maja, che spiega il tuo criterio e il tuo metodo di giudizio.

    Su Celletti io non direi che e' un semplificatore ma piuttosto un critico d'opera che dà molta importanza al canto, alla vocalità. Di lui mi piace la schiettezza di giudizio, la chiarezza espositiva, la prosa critica sapida e pungente, ma soprattutto la capacità di aggettivare, la pertinenza e l'appropriatezza di certe asciutte e folgoranti aggettivazioni. Con un aggettivo ti riassume un' esecuzione, un un'interpretazione. E poi soprattutto, niente fumosita', niente filosofismi, niente ammiccamenti supponenti ed accademici come spesso succede quando si commenta il melodramma  ( e non solo). Io lo imito (a volte spudoratamente) anche se non sempre sono d'accordo con lui, ma io lo posso fare, non sono un professionista della materia, sono un semplice amatore, non sono nessuno. Tu non sei il primo a darmi il titolo di "imitatore" di Celletti, è  già capitato qui in forum ma anche in altri contesti. Io ammetto che la definizione e' giusta e non me ne adonto, anzi mi fa piacere e in un certo senso ( per dirla con Petrolini) di questo titolo "me ne fregio".

     


  16. 23 ore fa, Majaniello dice:

    Pink mi legge ancora! :o:D 

    Guarda, potrei ribaltare il discorso e dire che la Ricciarelli, coi suoi urletti stiracchiati, esprime in quel contesto quantomeno un messaggio interpretativo preciso: l'inadeguatezza di Turandot di fronte ai sentimenti amorosi, il ruolo politico (anzi mitico) [......]

     

    Certo che ti leggo Maja! Tu sei uno dei piu' interessanti partecipanti al Forum, anzi ( concedimi l'allitterazione) tu sei un faro del Forum. Resto ammirato, ma alle volte anche perplesso, dalla tua mente aristotelica, ircocervo intellettivo, capace di grandi sintesi ma anche incline alla catalogazione e, quindi, alla categorizzazione quasi obbligata. Sulla vocalità infine, direi che, malgrado qualche maldestra approssimazione, rispetto agli inizi, stai facendo passi da gigante.

     

    P.S. Quanto dici qui sopra della Ricciarelli come Turandot, e' solo una  tua fantasia intellettuale. In quell'incisione la Katia nazionale e' indifendibile. Canta male e basta.


  17. On 16/4/2018 at 20:27, Majaniello dice:

     L'idea di Karajan di far fare Turandot alla Ricciarelli (in generale di assegnare Turandot e Liù a due soprani lirici) è certamente affascinante, e risponde ad una precisa visione estetica, ciò non toglie che la Ricciarelli sia estremamente a disagio in quel ruolo, oggettivamente a disagio. 

    La tua tesi, Maja, e' buona, ma l'esempio e' infelice. L'idea di Karajan dei due soprani lirici Turandot-Liu', fallisce  perché la Ricciarelli non disponeva di una tecnica decente e inoltre già allora mostrava delle serie  crepe vocali. Per sapere se fosse stata anche "oggettivamente" a disagio avrebbe dovuto saper cantare meglio. La Flagstad, che invece sapeva cantare ( e molto bene), come Leonore, può essere stilisticamente discutibile o, se vogliamo, "alternativa", ma non fallisce affatto.


  18. Più ancora dei suoi film, bozzettistici e fiabeschi, pervasi dalla provvisorietà di un realismo vero e profondo, immerso nella memoria e nell'inconscio, io ho sempre ammirato di Federico Fellini la straordinaria valenza comunicativa del suo eloquio, la capacità di concettualizzazione,  la nitidezza e la proprietà e, perché no? anche l'eleganza di linguaggio.

     

     


  19. 20 ore fa, Lele23 dice:

    La mia passione per la musica classica ha qualche annetto, ma quella per l'opera è molto recente.

    Mi sto particolarmente interessando ad Handel e Richard Strauss perché mi sembra che trattino la voce femminile meglio di ogni altro.

    Si tratta di una mia impressione oppure è un fatto condiviso?

    La tua, Lele, è  un'impressione giusta anche se, in questo senso, Mozart è  inarrivabile.


  20. On 10/4/2018 at 20:55, Snorlax dice:

    Stasera vado sul sicuro col mio Rigoletto preferito:

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    ...dedico a @Wittelsbach, @Pinkerton e, come sempre, a chiunque gradisce! :D

    Grazie Snorlax.

    Questo Rigoletto è, tutto sommato, fra i migliori. Angelo Questa dirige con mestiere sicuro una compagine di cantanti di tutto rispetto. Giuseppe Taddei è un protagonista autorevole, sebbene il ruolo non sia del tutto congeniale a un baritono brillante quale lui era: il timbro viene iscurito a bella posta e il fraseggio, pur efficace e toccante, non sempre risulta spontaneo. Lina Pagliughi, pur in lieve declino, è una Gilda ragguardevole, mentre Tagliavini è un Duca tutto sommato accettabile, anche se tende a dilatare e indurire i centri e gli acuti. Si rifà però in più occasioni esibendo una mezzavoce duttile e soave, forse un poco manierata, come osserva Celletti, ma di indubbia musicalità. Giulio Neri, infine, è, con Siepi, il miglior Sparafucile mai inciso.

     

     

     


  21. Morale: mai sottovalutare chi non ha più nulla da perdere. La Roma ha giocato una partita perfetta, concentratissima e col coltello fra i denti. Il Barcellona si è svegliato dal suo supponente letargo quando ormai era troppo tardi.

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