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Pinkerton

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    Io e pochi eletti
  • Compleanno 27/08/1952

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    Maschio
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    Travagliato ( Bs)
  • Interessi
    opera lirica, poesia e altre cose di cui non so il nome

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  1. Pinkerton

    Poesia

    JULIET Art thou gone so? Love, lord, ay husband, friend! I must hear from thee every day in the hour, For in a minute there are many days. O, by this count I shall be much in years Ere I again behold my Romeo. - Juliet (Act 3, sc v) Andrai via dunque così, tu amore, mio signore, marito, amico? Voglio sapere di te ogni giorno, perché in ogni ora, in ogni minuto, ci saranno molti giorni… Oh, ma contando così il tempo diventerò carica di anni prima di rivedere il mio Romeo! (Trad. Pink)
  2. Pinkerton

    Poesia

    Grande, Persephone!
  3. Pinkerton

    Poesia

    Non te la prendere Persephone, e scusami se sono stato rozzo e volgare. Sul fatto poi che io non sbagli MAI devo purtroppo deluderti. Io è tutta la vita che faccio errori e l'ultimo l'ho fatto poche ore fa scrivendoti in quel modo. Però almeno adesso sono sicuro che ti ricorderai di controllare le tue citazioni.
  4. Pinkerton

    Poesia

    Forse sorriderebbe, Persephone, ma, a vedere che viene citato così sbadatamente, un po' gli girerebbero anche i c.... La poesia di Leopardi è il miracoloso risultato linguistico della combinazione fra uno studio filologico capillare, un profondo travaglio filosofico e uno stato di grazia ispirativo. L'eleganza e la forza comunicativa della sua poesia sono uniche, inimitabili. Ogni parola, ogni frase , ogni cadenza in Leopardi hanno il loro senso, il loro perchè. Per questo Leopardi va citato con grande attenzione.
  5. Pinkerton

    Poesia

    Anch'io, kraus, mi associo a Persephone nell'elogio al link sui Canti leopardiani che hai postato. È fatto veramente bene.
  6. Pinkerton

    Poesia

    Anch'io, Persephone, sul mio cellulare e anche sul mio computer, ho questo sistema di "correzione automatica", che, volendo essere obbiettivi, si potrebbe definire "un'ignobile porcata escogitata da un deficiente". Nondimeno, vincendo la mia pigrizia, controllo e faccio subito le correzioni opportune. Anche adesso,scrivendo a te questo messaggio, m'è toccato fare sette o otto correzioni. Questo, per rispetto al mio interlocutore ( che in questo caso sei tu, Persephone). Figurati se non lo farei anche citando Leopardi. "
  7. Pinkerton

    Poesia

    "Sovente in queste rive,Che, desolate, a brunoVeste il flutto indurato, e par che ondeggi,Seggo la notte; e sulla mesta landaIn purissimo azzurroVeggo dall'alto fiammeggiar le stelle,Cui di lontan fa specchioIl mare, e tutto di scintille in giroPer lo vòto Seren brillar il mondo.E poi che gli occhi a quelle luci appunto,Ch'a lor sembrano un punto,E sono immense, in guisaChe un punto a petto a lor son terra e mareVeracemente; a cuiL'uomo non pur, ma questoGlobo ove l'uomo è nulla.." Un doveroso appunto a Persephone: la "canzone leopardiana", Persephone, è formata da endecasillabi e settenari e va citata rispettando questo metro. Anche il refuso "vengo", va corretto con "veggo".
  8. Pinkerton

    Poesia

    Ecco l'ntero Canto, Henrich, seguito da un mio breve commento proprio sulla questione dell'inesprimibilità del trascendente, di cui si parlava Paradiso · Canto XXIII Come l'augello, intra l'amate fronde, posato al nido de' suoi dolci nati la notte che le cose ci nasconde, che, per veder li aspetti disïati e per trovar lo cibo onde li pasca, in che gravi labor li sono aggrati, previene il tempo in su aperta frasca, e con ardente affetto il sole aspetta, fiso guardando pur che l'alba nasca; così la donna mïa stava eretta e attenta, rivolta inver' la plaga sotto la quale il sol mostra men fretta: sì che, veggendola io sospesa e vaga,fecimi qual è quei che disïando altro vorria, e sperando s'appaga. Ma poco fu tra uno e altro quando, del mio attender, dico, e del vedere lo ciel venir più e più rischiarando; e Bëatrice disse: «Ecco le schiere del trïunfo di Cristo e tutto 'l frutto ricolto del girar di queste spere. Pareami che ‘l suo viso ardesse tutto e li occhi avea di letizia sì pieni, che passarmen convien sanza costrutto. Quale ne' plenilunïi sereni Trivïa ride tra le ninfe etterne che dipingon lo ciel per tutti i seni, vid' i' sopra migliaia di lucerne un sol che tutte quante l'accendea, come fa 'l nostro le viste superne; e per la viva luce trasparea la lucente sustanza tanto chiara nel viso mio, che non la sostenea. Oh Bëatrice, dolce guida e cara! Ella mi disse: «Quel che ti sobranza è virtù da cui nulla si ripara. Quivi è la sapïenza e la possanza ch'aprì le strade tra 'l cielo e la terra, onde fu già sì lunga disïanza». Come foco di nube si diserra per dilatarsi sì che non vi cape, e fuor di sua natura in giù s'atterra, la mente mia così, tra quelle dape fatta più grande, di sé stessa uscìo, e che si fesse rimembrar non sape. «Apri li occhi e riguarda qual son io; tu hai vedute cose, che possente se' fatto a sostener lo riso mio». Io era come quei che si risente di visïone oblita e che s'ingegna indarno di ridurlasi a la mente, quand' io udi' questa proferta, degna di tanto grato, che mai non si stingue del libro che 'l preterito rassegna. Se mo sonasser tutte quelle lingue che Polimnïa con le suore fero del latte lor dolcissimo più pingue, per aiutarmi, al millesmo del vero non si verria, cantando il santo riso e quanto il santo aspetto facea mero; e così, figurando il paradiso, convien saltar lo sacrato poema, come chi trova suo cammin riciso. Ma chi pensasse il ponderoso tema e l'omero mortal che se ne carca, nol biasmerebbe se sott' esso trema: non è pileggio da picciola barca quel che fendendo va l'ardita prora, né da nocchier ch'a sé medesmo parca. «Perché la faccia mia sì t'innamora, che tu non ti rivolgi al bel giardino che sotto i raggi di Cristo s'infiora? Quivi è la rosa in che 'l verbo divino carne si fece; quivi son li gigli al cui odor si prese il buon cammino». Così Beatrice; e io, che a' suoi consigli tutto era pronto, ancora mi rendei a la battaglia de' debili cigli. Come a raggio di sol, che puro mei per fratta nube, già prato di fiori vider, coverti d'ombra, li occhi miei; vid' io così più turbe di splendori, folgorate di sù da raggi ardenti, sanza veder principio di folgóri. O benigna vertù che sì li 'mprenti, sù t'essaltasti, per largirmi loco a li occhi lì che non t'eran possenti. Il nome del bel fior ch'io sempre invoco e mane e sera, tutto mi ristrinse l'animo ad avvisar lo maggior foco; e come ambo le luci mi dipinse il quale e il quanto de la viva stella che là sù vince come qua giù vinse, per entro il cielo scese una facella, formata in cerchio a guisa di corona, e cinsela e girossi intorno ad ella. Qualunque melodia più dolce suona qua giù e più a sé l'anima tira, parrebbe nube che squarciata tona, comparata al sonar di quella lira onde si coronava il bel zaffiro del quale il ciel più chiaro s'inzaffira. «Io sono amore angelico, che giro l'alta letizia che spira del ventre che fu albergo del nostro disiro; e girerommi, donna del ciel, mentre che seguirai tuo figlio, e farai dia più la spera suprema perché lì entre». Così la circulata melodia si sigillava, e tutti li altri lumi facean sonare il nome di Maria. Lo real manto di tutti i volumi del mondo, che più ferve e più s'avviva ne l'alito di Dio e nei costumi, avea sopra di noi l'interna riva tanto distante, che la sua parvenza, là dov' io era, ancor non appariva: però non ebber li occhi miei potenza di seguitar la coronata fiamma che si levò appresso sua semenza. E come fantolin che 'nver' la mamma tende le braccia, poi che 'l latte prese, per l'animo che 'nfin di fuor s'infiamma; ciascun di quei candori in sù si stese con la sua cima, sì che l'alto affetto ch'elli avieno a Maria mi fu palese. Indi rimaser lì nel mio cospetto, `Regina celi' cantando sì dolce, che mai da me non si partì 'l diletto. Oh quanta è l'ubertà che si soffolce in quelle arche ricchissime che fuoro a seminar qua giù buone bobolce! Quivi si vive e gode del tesoro che s'acquistò piangendo ne lo essilio di Babillòn, ove si lasciò l'oro. Quivi trïunfa, sotto l'alto Filio di Dio e di Maria, di sua vittoria, e con l'antico e col novo concilio, colui che tien le chiavi di tal gloria. Il XXIII Canto del Paradiso si apre con una similitudine agreste e si sviluppa, come “delirium” poetico, ponendo in sinergia l’amore di Maria Vergine per l’umanità con l’amore del poeta per Beatrice, nella descrizione di una visione inenarrabile, la luce del Paradiso che, anziché descritta, viene evocata e allusa tramite negazioni di capacità e di possibilità di esprimerla. I momenti, in questo Canto, in cui Dante dichiara la sua inadeguatezza a rappresentare e a sostenere la sublime visione sono molti ( v. 49 e seg. “Io era come quei che si risente…;v. 55 e seg. “Se mo sonasser tutte quelle lingue...”; v. 61 e seg. “E così figurando il Paradiso...”;v. 67 “Non è pileggio da piccola barca...”;v. 87 “a li occhi miei che non t’eran possenti”;v.97 e seg. “ Qualunque melodia più dolce sona….”;v. 118 e seg. “però non ebber gli occhi miei potenza...”). La luce paradisiaca è inesprimibile ma l’amore delle due vergini , la divina gloriosa e la terrestre soccorritrice , lo è : a Beatrice: “ Perchè la faccia mia sì t’innamora…?” e a Maria: “Il nome del bel fior ch’io sempre invoco...” Dante si rivolge con accenti amorosi appassionati, propri della poesia cortese. Una grandiosa sinestesia visivo-uditiva (luce-suono), per trentatre versi ( “Come a raggio di sol che puro mei/….”,vv.79-111), percorre il Canto, compiuta e riassunta nell’ultima terzina (vv. 109-111, “Così la circulata melodia/…..”). I ventotto versi finali ( “Lo real manto di tutti i volumi/….”, vv. 112-139) sono inneggianti e celebrativi di Simon Pietro, ministro e capo della Chiesa, depositario delle chiavi del Paradiso.
  9. Pinkerton

    Poesia

    Grande dicitore Carmelo! (per un'altra volta ancora nomen-omen). Ecco, Heinrich, un'altra lettura magistrale dall'VIII Canto del Purgatorio:
  10. Pinkerton

    Poesia

    Dante, Heinrich, scrivendo la Commedia dichiara palesemente di essere ispirato. Considerare questa cognizione è fondamentale per capire il senso delle Cantiche dantesche, segnatamente del Paradiso. Lo strumento linguistico che il Sommo Poeta escogita per comporre il suo capolavoro è, di fatto, un geniale ircocervo: il volgare fiorentino corrente e la poesia cortese si fondono in una lingua che assomma anche terminologie specifiche e un ricco repertorio di neologismi . Il risultato è sconvolgente, unico, inaudito, irripetibile. " O voi che siete in piccioletta barca, desiderosi d’ascoltar, seguiti dietro al mio legno che cantando varca, tornate a riveder li vostri liti: non vi mettete in pelago, ché forse, perdendo me, rimarreste smarriti. L’acqua ch’io prendo già mai non si corse; Minerva spira, e conducemi Appollo, e nove Muse mi dimostran l’Orse." (Par. II, 1-9)
  11. Pinkerton

    Poesia

    Heinrich, ti sottopongo la mia traduzione del passo dantesco: Vidit ergo, ut dicit, aliqua «quae referre nescit et nequit rediens». Diligenter quippe notandum est quod dicit «nescit et nequit». Nescit quia oblitus, nequit quia, si recordatur et contentum tenet, sermo tamen deficit. Multa namque per intellectum videmus quibus signa vocalia desunt; quod satis Plato insinuat in suis libris per assumptionem metaphorismorum, multa enim per lumen intellectuale vidit quae sermone proprio nequivit exprimere. (Epistola a Cangrande) Egli vide dunque, come dice, "alcune cose che chi ritorna di là non sa né può raccontare". E, volendo essere precisi, è da osservare che egli dice "non sa e non può": "non sa" perché ha dimenticato, "non può" perché, se pure ricorda e conserva nella mente ciò che ha visto, le parole di cui dispone sono inadeguate a esprimerlo. Molte infatti sono le cose che noi vediamo e percepiamo nella nostra mente ma per esprimere le quali i segni vocali, cioè le parole, sono insufficienti: ciò lascia intendere anche Platone nelle sue opere, dove ampio è il ricorso alle metafore; infatti la sua mente, per illuminazione, vide molte cose che la lingua di cui disponeva non poteva esprimere. (Trad. Pink)
  12. Pinkerton

    Poesia

    Bravissimo Heinrich! In pochi periodi e una citazione hai riassunto un pensiero che oggi può apparire fallace e superato ma che, se preso come ipotesi alternativa, può rivelare ancora qualche valore. Il sovrarazionale, in realtà, allora come oggi è semplicemente mistero, mistero che la lingua poetica si prova a rappresentare.
  13. Pinkerton

    Confronti

    Tagliavini, Wittel, in questa frase trae partito dalla sua mezzavoce "gigliana" assai più del suo maestro recanatese. La dinamica é più varia e anche l'accento è più consono al momento. A 0:34 la mezzavoce del ripiegamento patetico ' Quante notti ho vegliato anelante", sebbene un po' manierata, è di eccellente fattura. Più avanti, sugli acuti, la voce si indurisce e risulta lievemente forzata, ma son rose e fiori rispetto alle ingolature di Di Stefano.
  14. Pinkerton

    Poesia

    Giusta osservazione, kraus. "Amor che nella mente mi ragiona" sta per " Amor che domina la mia mente". Ma allora torniamo all'impossibilita' di esercitare il raziocinio quando a dettare le parole è una forza irrazionale. Cosi per il verso del celebre sonetto dantesco: "e quivi ragionar sempre d'amore".
  15. Pinkerton

    Poesia

    Il "ragionar d'amore", Heinrich, è un ossimoro, una contraddizione in termini: non si potrebbe "ragionare" di ciò che è fuori dalla ragione. Se mai, di quello, si potrebbe vaneggiare, fantasticare. Oppure testimoniarne il potere suggestivo, misterioso, incantevole. I trentuno numeri della "Vita nuova", sulla scia della poesia cortese provenzale, siciliana e toscana, sono un'iperbole linguistica che ha come soggetto la donna nel suo fiore, il miracolo che la donna in fiore manifesta. Per certi aspetti, una prova generale della lingua del "Paradiso", anch'essa escogitata per raccontare l'inesprimibile. Come nel Paradiso anche nella Vita Nuova Dante ricorre alla categoria del superlativo e dell'ultrasuperlativo come indicibile. Ma, si badi bene, il suo atteggiamento verso la donna non è idealista, bensì realista. Dante Alighieri, Vita Nova, XXIV
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