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    Il "Caso Luchesi"

    Per gentile concessione dell’editore Zecchini, pubblichiamo l’intervista di Nicola Cattò a Carlo Vitali sul caso Luchesi. L’articolo è stato pubblicato sul numero di marzo 2018 della rivista «Musica». Cattivi maestri, pessimi allievi di Carlo Vitali articolo precedentemente pubblicato sul blog L'Accademia della Bufala: Mozart. La caduta degli dei da Il Gazzettante (redazione) il 27 febbraio 2018 Periodicamente riaffiora, come un fiume carsico, la questione relativa ad Andrea Luchesi, ai presunti plagi compiuti da Mozart e «bufale» simili: ma chi era veramente il musicista veneto? Come scriveva? Da mesi Carlo Vitali porta avanti una battaglia, con altri illustri colleghi, volta solo alla difesa della verità storica, contro il pernicioso virus diffuso da due autoproclamatisi «musicologi» valtellinesi che, con due poderosi volumi dedicati a Mozart, hanno riesumato vecchie tesi legate ad Andrea Luchesi. Ecco dunque che lo stesso Vitali risponde con dovizia di dettagli ad alcune domande che fanno chiarezza sulla situazione, recensendo altresì una pubblicazione discografica del Requiem del Luchesi. Scarica qui l’intervista completa in formato .pdf Preteso ritratto di Luchesi secondo Taboga e seguaci (più probabilmente raffigura Christian Neefe). Per ultieriori informazioni sul dipinto clicca qui. Quando nasce il «caso Luchesi» nella musicologia italiana? Chi lo porta avanti? Di cosa si tratta, in breve? Ancora nel 1978 una vasta compilazione enciclopedica come La musica italiana nel Settecento di Roberto Zanetti classificava Andrea Luchesi nella categoria dei «minimi». Fino a quella data e oltre, la letteratura sul compositore veneto constava di contributi in lingua tedesca, per nulla riduttivi nei suoi confronti. L’anno della svolta è il 1994, quando Giorgio Taboga, professore di matematica ignaro di musica per sua stessa ammissione, pubblicava una monografia che, ricorrendo a catene di illazioni non supportate, citazioni travisate e stile tribunizio, disegnava una figura grottescamente ingigantita sul piano biografico e artistico: Andrea Luchesi. L’ora della verità, Ponzano Veneto, 1994. Quasi una piramide rovesciata che poggia sul vertice: il classicismo viennese sarebbe una scuola musicale costruita a tavolino per divulgare il mito della Grande Austria, faro di arte e civiltà. Citando per brevità da uno dei tanti articoli, libelli e conferenze coi quali l’autore si fece sino alla morte instancabile apostolo della propria «verità», troviamo perle di questo genere: «La Wiener Klassik è […] da considerare un fenomeno tutto italiano. L’illustre idiota Haydn non ha composto una sola sinfonia e quelle ancora a lui intestate sono di Sammartini e Luchesi; anche le grandi messe e gli oratori non sono suoi. I settanta lavori già scoperti non suoi dimostrano che Mozart è ancora un nome comune. Le sue migliori sinfonie sono da accreditare a Luchesi; Beethoven è potuto divenire un genio della musica grazie al lungo ed accurato insegnamento che ebbe a Bonn dal kapellmeisterAndrea Luchesi» (2000). Oppure: «la musicologia austro-tedesca ha perpetrato un cosciente ed imperdonabile delitto contro l’arte musicale e la verità, e deve essere chiamata a renderne conto davanti al tribunale della storia» (2004). Sulle prime la comunità scientifica trovò che non valesse la pena di confutare simili tesi, buone solo ad impressionare un pubblico di sprovveduti. L’unica recensione qualificata delle «rivelazioni» taboghiane, a firma di Maria Girardi sulla «Nuova rivista musicale italiana» del 1997, parlava di fantasie prive di fondamento, eppure intorno al 2004-5 Taboga ebbe un breve momento di attenzione dalla musicologia ufficiale italiana. Si tennero alcuni convegni e tavole rotonde (una a Milano organizzata dagli Amici del Loggione), ma il consensus accademico non cambiò: fantasie di un dilettante mosso dall’amor di campanile. Defunto nell’ottobre del 2010 il padre di tutti i revisionisti, la sua eredità è passata a una mezza dozzina di seguaci: pessimi allievi di un cattivo maestro assai variegati per competenze e stile comunicativo. Chi segue il dibattito sul blog di Giovanni Tribuzio e altri siti collegati, fra cui quello di MUSICA (parola chiave: «L’Accademia della Bufala») ne conosce i nomi e le gesta, finora contenute entro l’italico recinto con l’eccezione dello scozzese Robert Newman, inquisitore di un complotto gesuitico-asburgo-massonico per governare il mondo. Un saggio della sua dottrina: «Prima del 1773 […] entro la Chiesa cattolica ci si era mossi per sfuggire al canto gregoriano e alla musica barocca. Questo movimento alla moda verso una nuova musica si potrebbe forse definire al meglio «pastoralismo» o «neo-classicismo» […] Alcuni di questi Arcadi italiani risiedevano a Bologna e si dedicavano al Petrarca». Mi spiego? Chi era veramente Luchesi? L’utile fantasma della scuola cospirazionista per due motivi: la scarsità della sua produzione accertata e la povertà di dati biografici. A partire da questi vuoti è stato possibile attribuirgli di tutto e di più, costruendo (stavolta sì a tavolino!) un genio misconosciuto. Un po’ com’era accaduto in URSS col mitico inventore Aleksandr Stepanovič Popov… Quali dati certi abbiamo a livello biografico? Pochissimi, a cominciare dalla sua formazione veneziana attestata solo da un articolo (1783) del suo dipendente Christian Gottlob Neefe, forse basata su dichiarazioni orali dell’interessato. Secondo Neefe, Luchesi aveva studiato lo stile teatrale col napoletano Gioacchino Cocchi e quello ecclesiastico prima con padre Giuseppe Paolucci e poi con Giuseppe Saratelli, maestro di cappella a San Marco. Punto. Per altri maestri e «contatti» evocati da Taboga e seguaci (Bertoni, Galuppi, Vallotti, Anfossi, Jommelli, Sacchini, Sarti e altri) il criterio sotteso al prolisso catalogo è «non poteva non conoscerli» perché passarono tutti da Venezia in quel periodo. Di fatto, per una parte del 1768 Luchesi prestò servizio agli Incurabili come sostituto di un sostituto di Galuppi, assente per tournée a Pietroburgo. E col celebre padre Vallotti ebbe una conversazione «amabile e proficua» nel corso di una visita a Padova. Contatti e conversazioni non equivalgono ai millantati «unghi studi teorici e pratici», se no io potrei vantarmi allievo di Sartre. Sulla fortuna veneziana di Luchesi i testimoni discordano: padre Paolucci scriveva di lui a padre Martini nel febbraio 1768: «fu mio scolare, fece altre opere con pessimo incontro»; e nei Notatori Gradenigo si parla di sue composizioni sacre, Messa e Vespri, eseguite al convento di San Lorenzo «per la prima volta con lode» (1764) ma nella seconda «non troppo applaudite» (1768). Dunque l’emigrazione in Germania poté derivare da uno scarso successo in patria? Non mi pare inverosimile, anche se per Taboga e seguaci Luchesi doveva essere il deus ex machina chiamato a risollevare le sorti della cappella elettorale di Bonn degradata da Ludwig van Beethoven il vecchio, nonno del Titano. Qui le millanterie piovono: quella di Bonn non era affatto «la terza in graduatoria» fra le migliori cappelle tedesche; per sostenerlo ci si appiglia al Musikalischer Almanach di Forkel (1782-83), che non è una classifica ma un itinerario per raggruppamenti territoriali. Del risanamento tecnico e disciplinare si occupò – coi titoli di Musique-Director e «consigliere titolare della camera di corte elettorale» (funzionario con poteri gestionali), più uno stipendio pari a quello di Luchesi, cioè mille fiorini l’anno – il primo violino Gaetano Mattioli, che nei calendari di corte figura sempre davanti a lui. Mattioli, coinvolto in uno scandaletto sessuale della consorte, lasciò Bonn nel 1784, ma solo nel 1787 Luchesi, prima elencato con un semplice Herr (signore), acquisterà il titolo di «consigliere elettorale titolare», del resto puramente onorifico. Chiedo scusa per questi barocchi dettagli di cerimoniale; resterebbe molto da aggiungere, ma quanto detto basta per intuire che la stella del complesso di Bonn era Mattioli, e non Luchesi. Che anzi nel 1785, con l’avvento di Max Franz d’Asburgo, fratello del Kaiser Giuseppe II, si vide decurtare lo stipendio a 600 fiorini, meno del nuovo Konzertmeister Josef Reicha. Tuttavia restò a Bonn. Il suo posto era garantito a vita, aveva fatto un ricco matrimonio con una signorina del luogo e poteva vivere di rendita nella sua nuova patria. Luchesi come autore di alcune Sinfonie di Mozart: perché nasce questa vexata quaestio? Tanto vexata non direi. È proprio sull’eclissi volontaria di Luchesi all’età di 44 anni che fioriscono le spericolate elucubrazioni di Taboga e seguaci. Accampando una diffusa «prassi dell’anonimo» non provata da alcun documento dell’epoca (ne esiste anzi la prova contraria nella cosiddetta Regulatio Chori Kissmartonensis del 1765, nota agli studiosi di Haydn) essi fantasticano che Luchesi fosse tenuto per contratto a fornire partiture non firmate e pagate in nero, che il suo principesco padrone faceva intestare ad libitum ai propri beniamini: anzitutto Haydn e Mozart. Di tale gherminella essi hanno cercato prove nel Fondo Luchesi della Biblioteca Estense di Modena e nei suoi inventari, senz’altro frutto che di svelare la propria incompetenza nelle scienze ausiliarie della filologia musicale: paleografia, diplomatica, stemmatica, codicologia. Le fonti modenesi sono state vagliate da tutte le pubblicazioni scientifiche su Haydn e Mozart, incluse le edizioni critiche dei rispettivi opera omnia (Haydn-Werke e Neue Mozart-Ausgabe). Sulla base del Fondo estense nessuno studioso serio ha mai individuato la possibilità di attribuire a Luchesi opere catalogate a nome di Haydn o di Mozart: non lo fa il riscopritore di Luchesi, cioè Anton Henseler (1937), e neppure la principale studiosa attuale, Claudia Valder-Knechtges, che a Luchesi ha dedicato tre libri e molti saggi. Mi limito a notare che delle Sinfonie KV 504 («Praga») e KV 551 («Jupiter») abbiamo le partiture autografe recanti traccia del lavoro compositivo (note cambiate, battute cancellate prima di essere orchestrate, la coda dell’Andante della 551 rifatta in toto); per la «Praga» anche schizzi nei quali Mozart sperimentò certi passaggi problematici prima di metterli in partitura. Lo stesso vale per Nozze di Figaro, oggetto di un buffo tentativo di disattribuzione da parte dei nostri revisionisti. Se le sinfonie non sono di Mozart, quelle fonti le avrà scritte un abile falsario al fine di alimentarne il mito; oppure le cucinò lo stesso Mozart per mistificare i musicologi del futuro. La problematica è forse troppo tecnica per interessare i nostri lettori; ad essi credo basterà la reazione di un musicistaumanista di altissima caratura quale Alexander Lonquich, che in una recente intervista rilasciata a Mirko Schipilliti per un pool di quotidiani veneti ha affermato: «solo chi è completamente sprovvisto della conoscenza degli idiomi di questi autori [Haydn e Mozart, ndr] può immaginare che un mediocre come Luchesi potesse muoversi con maestria dal nulla in due mondi sonori così ben identificabili». È la voce della ragione contro la musicologia fai-da-te. Quanto c’è di vero nelle tesi di della Croce, che lo vuole maestro di Beethoven? Luigi della Croce di Dojola, classe 1927, di professione giornalista e funzionario CEE, si può definire un revisionista moderato. Autore di fortunate guide per discofili dedicate a una parziale ricatalogazione di tre Grandi del sinfonismo classico (Le 107 sinfonie di Haydn, Torino 1975, Le 75 sinfonie di Mozart, 1977, Le 33 sinfonie di Boccherini, 1979), si è cautamente distanziato dalle intemperanze del Taboga, ma ne ha sdoganato in un congresso berlinese del 1999 questo particolare teorema, basato sull’ovvia contiguità funzionale tra Luchesi e il giovane Beethoven. Siamo sempre al «non poteva non», ma nel silenzio del Titano circa questo discepolato, ovviamente attribuito a moventi ignobili, ci soccorre soltanto un aneddoto riferito dal biografo Alexander W. Thayer. Riguarda una cantata funebre in onore di George Cressner, diplomatico britannico morto a Bonn nel gennaio 1781. Il decenne Ludwig ne avrebbe composto la musica (purtroppo perduta) pregando poi Luchesi di correggerla. Al che il Kapellmeister gliel’avrebbe restituita dicendo di non poterlo accontentare perché non ci capiva nulla, ma che comunque l’avrebbe fatta mettere in prova. Lodevole tratto di tolleranza da parte di Luchesi, ma non indice di un suo fervido impegno nella didattica. L’episodio è riferito sulla fede di un certo Bernhard Mäurer, a quell’epoca non più al servizio della cappella di Bonn. Gossip malevolo oppure storia vera riferitagli dagli ex colleghi? Né Hugo Riemann, primo editore della biografia di Thayer, né Taboga e seguaci sembrano inclini a scartarla del tutto. Certo che come prova di un «lungo ed accurato insegnamento» vale poco. E se a Bonn era disponibile un tanto pedagogo, perché nel 1792 il conte Waldstein avrebbe speso soldi per mandare Beethoven a Vienna onde «raccogliere lo spirito di Mozart dalle mani di Haydn»? Che tipo di compositore era Luchesi, sia nel repertorio sacro sia in quello profano? Quali le pagine migliori? Come descriverle? In base a quanto ho finora ascoltato, non vedo ragioni per discostarmi dal giudizio coevo del già citato Neefe: «Preso in generale, è un compositore leggero, piacevole e allegro, e più pulito nel contrappunto rispetto alla maggior parte dei suoi connazionali. Nei suoi lavori da chiesa non si attiene sempre alla scrittura rigorosa, scelta cui molti compositori sono talora indotti per rendersi graditi ai dilettanti». Senz’altro un buon artigiano non incline a grandi audacie creative. Prendiamo la sinfonia dell’opera seria Ademira (Venezia 1784). Temi formati da progressioni e ribattimenti piuttosto pedissequi; forma scontata con prima sezione alla tonica e alla dominante, timido sviluppo ancora alla dominante e ripresa quasi invariata. Le pagine migliori mi paiono quelle per tastiera; penso a quelle incise da Roberto Loreggian all’organo e da Roberto Plano al pianoforte. Plano ha scoperto una cadenza di Mozart per un Concerto in fa maggiore di Luchesi, lavoro che Wolfgang proponeva volentieri ai propri allievi. Del veneto «Maestro di Cembalo» – come senza particolari riverenze lo definì Leopold nei suoi appunti di viaggio del 1771 – quella è una pagina piacevole e ben costruita, vagamente affine ad analoghi lavori di Paisiello. CD LUCHESI Requiem R. Canzian, E. Biscuola, R. Botta, A. Badia; Nuova Orchestra Busoni, Coro della Cappella Civica di Trieste, direttore Massimo Belli CONCERTO CLASSICS 2103 DDD 58:27 *** Sarebbe ingeneroso addebitare al compositore di Motta di Livenza la gloria posticcia di cui l’ha insignito una certa scuola revisionista. Esaminate senza prevenzioni, le sue pagine qui registrate non si scostano da una decorosa media di quello «stile misto» che intorno alla metà del Settecento dominava la prassi delle cappelle ecclesiastiche italiane, e che la musicologia tedesca tuttora si compiace di chiamare «napoletano». Il Requiem di Luchesi (ma sarebbe più esatto parlare di Introitus più «Dies Irae», mancando tutte le altre sezioni di una Missa defunctorum) è databile verso il 1770, dunque prima della sua emigrazione in Germania. Non si distingue né per un intenso tono luttuoso né per gravitas di contrappunto, rimpiazzata da massicci cori omofonici. «Quantus tremor» e «Tuba mirum» presentano fanfare di ottoni forse più adeguate a una mondana Festmusik ovvero sinfonia di caccia, il fugato di «Liber scriptus» si basa su un ilare temino da opera buffa, nello «Judex ergo» il primo violino concerta col tenore in spericolate agilità belcantistiche, «Ingemisco» è un soave andantino amoroso su basso arpeggiato. In generale il gioco armonico si aggira sui gradi fondamentali, con prevedibili sequenze di I-IV-V-I, uso della sesta napoletana e del cromatismo discendente come emblema di dolore, poche idee tematiche memorabili. Arrotonda il programma una festosa Ave Maria «alla breve», pagina ricca di colore orchestrale su un testo tropato che rimanda all’uso liturgico come offertorio. Benché segni un progresso rispetto alla precedente incisione Tactus diretta da Giovanni Battista Columbro (2005), la qualità interpretativa lascia ancora a desiderare, specie per quanto riguarda l’omogeneità di un quartetto solistico dove il tenore rappresenta l’anello tecnicamente più debole; meglio l’esperto mezzosoprano Elena Biscuola, e non male gli altri due solisti. Il coro è formato da volonterosi semi-amatori e dopotutto non se la cava male. Lo stesso vale per l’orchestra di strumenti moderni. Nelle note di copertina, Bruno Belli (non parente del direttore) accenna più volte a «sapori» mozartiani che sfuggono al nostro rozzo palato; i passi da lui segnalati ci fanno semmai pensare a degnissimi esponenti della scuola veneziana coeva quali Bertoni e Galuppi. Viceversa è lodevole la sobrietà del musicologo nel ridimensionare le iperboli di Giorgio Taboga, qui citato solo per smentire l’identità del presente Requiemcon quello destinato alle esequie (1771) del duca Joaquín de Montealegre, ambasciatore di Spagna alla Serenissima. Si tratta invece di una compilazione di brani preesistenti, unificati dalla tonalità di Fa maggiore e forse arricchiti durante il periodo bonnense sì da formare una sorta di centone. Scarso pregio ha peraltro la sua menzione, altra farina del sacco taboghiano, di un «fondo personale» di lavori del Luchesi venduto dalla vedova e disperso fra più proprietari. Dell’esistenza di tale fondo non v’è prova. L’asta ebbe luogo nel marzo del 1826, qualche tempo dopo la morte della vedova e della figlia Caterina; lo attestano le fonti archivistiche studiate da Anton Henseler e Claudia Valder-Knechtges. Carlo Vitali
  2. Feraspe

    Notizie dal mondo della musica classica

    “La Marsigliese” di Viotti ovvero e le bufale di Guido Rimonda e Anna Trombetta propinate anche sulle reti RAI Ecco la trascrizione dell’intervista a Luca Bianchini e Anna Trombetta dal programma radiofonico L’Arpeggio trasmessa su Radio Vaticana (settima puntata): LINK Questa teoria, ripresa da Anna Trombetta, è tratta da un articolo di Riccardo Lenzi, La Marsigliese? E’ di un italiano, apparso su “L’Espresso” il 9 maggio 2013: LINK Le affermazioni di Anna Trombetta, come anche quelle di Guido Rimonda, non possono essere prese come verità assoluta. Una visione alternativa e più documentata è stata proposta dalla musicologa Giuseppina La Face Bianconi ne La Marsigliese e il mistero attorno alla sua paternità, un articolo comparso su “Il fatto quotidiano” il 10 gennaio 2016: LINK Viotti falso e vero o i bufalari smascherati di Carlo Vitali Nell’allegato l’esempio A) è un dettaglio del manoscritto nella collezione privata Rimonda esibito come prova di una pretesa attribuzione della Marsigliese a Giovanni Battista Viotti; l’esempio è l’immagine di una lettera olografa di Viotti proveniente da un’asta dell’antiquariato Wurlitzer-Bruck di New York. Vedi: http://www.wurlitzerbruck.com/autographs/als-12359.htm A) è un falso. Basta a dimostrarlo il confronto tra il paraffo sottoscritto, che in è tracciato con un unico ductus sicuro e armonico, pressoché artistico, mentre in è faticoso, sgraziato e sconnesso rispetto al corpo della firma stessa. Inoltre in la firma vera e propria è tracciata in due sole riprese: primo tratto “JBV”, secondo tratto “iotti”, mentre il falsario ha staccato la penna 3 volte: V-i-o-tti. Forse anche 4, perché fra “tt” e “i” appare un disallineamento a malapena mascherato. Confrontando le due firme: A) sembra quella di un semianalfabeta o di un sofferente di qualche disturbo neurologico; quella di un artista o comunque di una persona con capacità psichiche bene organizzate. In via subordinata la differenza si può spiegare con l’intervento di un rozzo falsario d’infima classe. A chi vuole lasciamo trarre le conclusioni circa la serietà del Maestro Cavalier Rimonda, del suo consulente grafologico di parte e della trasmissione televisiva Voyager che si fa eco delle loro millanterie senza sottoporle ad alcun filtro. Assassinio di Leclair: i fatti e la fiction. di Carlo Vitali Anche il libro di Gérard Gefen sull’argomento non rinuncia del tutto all’affabulazione (documento inventato introvabile, ecc.) Ma lo fa solo nel finale. Evidentemente Rimonda & Co hanno letto solo l’ultimo capitolo. Ecco una bella recensione che distingue tra fatti e illazioni; operazione poco familiare ai nostri Bufalari DOC: Que voilà une énigme qui devrait passionner tous les musiciens, mélomanes et musicologues de la planète entière ! Le fait brut : dans la nuit du 22 au 23 octobre 1764 l’un des plus grands compositeurs français du 18e siècle, Jean-Marie Leclair est assassiné ; il est retrouvé le matin ; le rapport est formel, trois coups de couteaux ont été portés, mortels, et le corps gisait dans le vestibule, quelques objets autour de lui, dont un livre et une feuille de papier musique. L’enquête : trois personnages sont diligentés, le commissaire Thiot, l’inspecteur Receveur et le cavalier (équivalent brigadier ?) Tétard ; évidemment, comme il s’agit d’une personnalité importante, le Lieutenant général de police (équivalent préfet de police ?) Antoine de Santine tient à tout superviser. Toutes les pistes sont alors examinées, comme on le ferait maintenant, mais avec les moyens techniques en moins ; on recherche dans les objets qui gisent à côté du cadavre un quelconque indice ; on interroge ceux qui ont découvert le corps, on commence par les voisins, les proches, des braves gens tous issus de conditions modeste ; et comme cela ne donne rien, on élargit le champ d’investigations, d’un neveu qui se pique de musique et qui a vu son oncle la veille, au duc de Gramont qu’on ne peut inquiéter, car gendre du premier ministre. On essaie tout, mais l’énigme reste entière. Qu’importe nous plongeons avec délices dans l’univers du 18ème siècle français ! La vie des « petites » gens, jardinier, tavernier, … mais aussi celle des francs-maçons, oh qu’ils se rassurent les frères d’aujourd’hui, rien de secret n’est dévoilé, mais on se plaît à imaginer de quels rites initiatiques les frères d’aujourd’hui s’entourent ! La vie des courtisans est à peine esquissée, mais suffisamment pour s’apercevoir que les jeux de pouvoir sont peut-être plus compliqués qu’on aurait tendance à le croire. Et puis il y a la musique ; elle est brossée à grands traits, mais on se délecte de la querelle des Bouffons, opposant dans les années 1750 les partisans des Italiens, la reine en tête avec un Jean-Jacques Rousseau, contre les français représentés par Rameau ou Leclair : (p.110) « Les beaux esprits se sont mis à vouer aux gémonies nos musiciens et à proclamer qu’il n’y avait de vrai que les Bouffons Italiens. Chacun a poussé son couplet, les petits marquis, les grandes dames, les sodomites de l’Opéra, les Jésuites et même les savants de l’Encyclopédie. D’un seul coup tout le monde se mêlait d’harmonie, de prosodie, de mélodie, que sais-je encore ? Des gens qui, la veille, ne distinguaient pas une clef de sol d’un pis de vache écrivaient des traités gros comme mon bras. Vous n’imaginez pas les misères qu’on a publiées contre Les Français. Le plus infâme c’était ce maudit genevois de Rousseau. Celui-là, savez-vous que Leclair a bien failli le rosser, un jour, en plain Palais-Royal. » Elles sont intéressantes ces références culturelles, mais même si la musique est omniprésente (mention est même faite d’un certain Balbastre !), l’univers littéraire est largement évoqué, de Pascal à Buffon : « Si l’on admet ce point, les évènements de la matinée s’enchaînent comme les propositions d’un discours de Monsieur de Buffon » (p.80) Et les faits de société ne sont pas en reste, l’Affaire Calas et la campagne de Voltaire sont encore dans tous les esprits, de même que ces ouvrages licencieux qui circulent sous le manteau … ce qui permet à la police de recruter aussi des taupes (les fameuses mouches) jusque et y compris dans le monde ecclésiastique (la façon dont un certain abbé s’est fait piéger est absolument délicieuse !) Mais tout cet univers serait incomplet s’il n’y avait le cadre ! Je ne suis pas assez (même pas du tout !) parisien pour apprécier tous les itinéraires qu’empruntent nos héros ; des noms pourtant reviennent comme d’une proche campagne, noms qui sont maintenant porteurs de toute autre signification : Montmartre ou Bercy. Devant toutes les difficultés qui se dressent, rendant impossible la découverte de (ou des ) l’assassin, l’on se demande bien comment un tel ouvrage peut bien se terminer. La solution de l’énigme trouve sa conclusion dans l’imagination de Gérard Gefen et dans la découverte d’un certain document qui dormait à la Bastille et que la prise de cette forteresse a mis à jour …
  3. Feraspe

    Censimento delle orchestre e degli interpreti fantasma

    Qualche titolo del catalogo RC Records Classic di Carlo Centemeri (apparso su www.carlocentemeri.it) Abbiamo parlato recentemente della RC Record Classics, etichetta discografica fantasma nel cui catalogo sono stati individuati diversi titoli che sono, in realtà, altri dischi ri-editi sotto nomi di musicisti inventati. L’immagine della foto è quella che ha fatto scoppiare il casus belli. Purtroppo non ho ancora potuto esaminare questi audio, ma sto aspettando una sorpresina che pubblicherò prossimamente, quindi continuate a seguirmi. Veniamo a noi: non so per quanto i file resteranno attivi su Spotify, ma vale la pena nel frattempo di divertirsi a fare qualche divertente test. Prendiamo lo “Stabat Mater” di Vaňhal Salta subito all’occhio l’improbabile sound dell’Homerus Baroque Ensemble, con un timbro da orchestra anni sessanta e un organone gigante nel continuo. Ma non diamoci alle illazioni e confrontiamolo con la versione di Vaclav Neumann: al di là della velocità (forzata manualmente) si può notare come l’esecuzione sia sorprendentemente simile, nel suono orchestrale, ma soprattutto nel timbro dell’organo e nelle scelte di realizzazione del continuo. Ho fatto un piccolo test: ho leggermente rallentato la versione della RC Classic e l’ho affiancata a quella di Neumann: nell’mp3 che segue potete ascoltare RC sul canale sinistro e Neumann sul canale destro. Che ne dite? LINK (potete ascoltare anche i singoli canali tenendo su una o l’altra cuffia. Il leggero sfasamento è dovuto al fatto che il rallentamento della traccia della RC è stato fatto in modo piuttosto approssimativo su di un file che era stato, a sua volta, accelerato in modo grossolano.) Prendiamo ora la “Serva Padrona” di Paisiello, nella splendida esecuzione di Attilio Cremonesi edita per Zig Zag E confrontiamola con la versione diretta da Simone Perugini alla testa della Harmoniae Templum Chamber Orchestra: anche in questo caso, violenta accelerazione (digitale) ma i fraseggi, i timbri orchestrali (notare soprattutto il bilanciamento col timbro del fagotto), il rumore di fondo a inizio registrazione e la realizzazione del basso continuo sono un po’ più di una coincidenza Un altro esempio interessante è la Messa da Requiem di Torri, anch’essa presente su Spotify a firma di un Certo Vox Cordis Vocal Ensemble e del Concertino Barocco Ensemble diretto da Leonard Fixelgald esecuzione straordinariamente simile alla versione che, della stessa Messa, ha dato Paul Dombrecht alla testa del suo gruppo “Il Fondamento”. In questo caso la ricerca non è stata molto difficile, visto che esiste un’unica incisione di questa Messa. A parte le questioni già viste sulla velocità, quali sono le vostre opinioni sulla parentela di queste due registrazioni? Buon divertimento!
  4. Feraspe

    Censimento delle orchestre e degli interpreti fantasma

    Fantasmi discografici di Carlo Centemeri (apparso su www.carlocentemeri.it) Misteri discografici: un sapiente giornalista amico mi accenna ieri a una vicenda curiosa su cui ho fatto un po’ di indagini. Orbene: un gruppo di fama mondiale (Zefiro) si accorge, guardando un proprio video su youtube (la “Gran Partita” di Mozart), che il sistema indica come “autore della song” un interprete diverso dal gruppo stesso, nella fattispecie “I Barocchisti lombardi” diretti da tale Jacopo De Marchis. Una rapida indagine su Amazon porta a visualizzare la reale esistenza di un’incisione, disponibile sia su CD che su digitale, della composizione incriminata incisa da questo altro interprete. Potrebbe essere un errore del sistema, alla fine questi tool non sono fatti per la musica classica e quindi non è detto che riescano a distinguere con chiarezza un’incisione dall’altra dello stesso pezzo: strano perché l’originale non è un CD, ma una registrazione dal vivo di un concerto: perché un CD e un live (con tanto di video) di due gruppi diversi suonano talmente simili che un sistema li confonda? Ma a questo punto non ci si fida e si passa a ascoltare la registrazione su Spotify, dove arriva l’amara sorpresa: l’esecuzione è proprio la stessa. Solo che non esiste nessun gruppo chiamato “I Barocchisti lombardi” e nessun direttore chiamato Jacopo De Marchis. Una cosa del genere è sicuramente bizzarra: sembrerebbe qualcosa che si può chiamare in vari modi, nessuno dei quali corrisponde a una pratica lecita. Tuttavia, ovviamente, si può andare sul sito della casa discografica RC Records (l’originale è stato oscurato stamattina, ma ne esiste una copia nella cache Google e c’è ancora un sito gemello qui) per chiedere informazioni, dove si vedono una quindicina di titoli, tutti con copertine molto caserecce, di vari interpreti. Tutti illustri sconosciuti. Sorge a questo punto il desiderio di una verifica su chi sono questi sconosciuti, e nel web di praticamente tutti non c’è alcuna traccia. Ovverosia, sono musicisti che come unica cosa nella vita hanno fatto un CD per questa etichetta. E OK che siamo nel 2017, però magari stiamo parlando di una congrega di dilettanti che registra per gusto personale? Inutile fare allarmismi…. …tuttavia, estendendo il controllo ai cori e alle orchestre, continua il fatto che praticamente tutte le formazioni che hanno inciso non esistono, non sono mai citate da nessuna parte, non hanno un sito web, nulla di nulla. Tutti tranne due: un’orchestra (Harmoniae Templum Chamber Orchestra) e un direttore (Simone Perugini). Che invece hanno un sito e sono citati in vari posti. Che strano. Il sito dell’orchestra è semplice ma ben fatto: riporta in prima pagina i CV della presidente, del direttore stabile e del principale direttore ospite. Direttore ospite che guarda caso è proprio Simone Perugini, l’unico altro nome che pubblica per l’etichetta incriminata a mostrare ‘segni di vita’ (un profilo Facebook, pubblicazioni, una cospicua attività musicologica su una casa editrice nota come Artaria, presenze in giuria a concorsi, eccetera. Oltre a una discografia per RC Records con questa orchestra). Continuando a esplorare la pagina web dell’orchestra, ci si accorge che sul sito c’è anche una gallery. E qui i miei sospetti diventano realtà: non solo tutte le foto sono di gruppi diversi, ma una di queste (quella in bianco e nero) è una foto della Zero Emission Baroque Orchestra, gruppo italiano su strumenti originali che anch’io ho contribuito a fondare nel 2013 e con cui ho pubblicato un CD (vero) nel 2014. I musicisti nella foto li conosco tutti, basta una telefonata per verificare che non hanno mai collaborato con questa orchestra. La situazione si fa preoccupante: che bisogno ha un’orchestra in attività di rubare la faccia ad altre orchestre? Non c’è anche la mia faccia, ma per un pelo. Ci sono i miei amici. Scatta a questo punto una curiosità ancora piu’ grande: nella home page il curriculum vitae del direttore stabile, tale Theodor Robertson, è il seguente (notare gli errori in sottolineato, molto sospetti) Tehodore Roberston has established himself as one of the most dynamic young conductors on the international stage. eH is currently the Music Director of Philharmonia Lancastar, and the founder and co-artistic director of the Young Modern Orchestra. Her career has led to acclaimed performances and rehearsals with orchestras around the world, including the American Youth Symphony, Bakersfield Symphony Orchestra, Bohuslav Martinu Philharmonic (Czech Republic), Brandenburger Symphoniker (Germany), Estonian National Youth Symphony (Estonia), New Symphony Orchestra (Bulgaria), Orquesta Sinfónica Juvenil Charlos Chávez (Mexico), and the Seattle Symphony. She has participated in the renowned Cabrillo Festival of Contemporary Music, the Summer Institute for Contemporary Performance Practice at the New England Conservatory, and worked with legendary composers, performers and ensembles such as Jonathan Harvey, Tristan Murail, Graeme Jennings, Garth Knox and Ensemble Modern. Adesso provate a confrontare questo con il CV di Julia Tai, docente della Seattle University (vi aiuto, guardate le parti in grassetto) Dr. Julia Tai is the Director of Orchestra at Seattle Pacific University, the Music Director of Philharmonia Northwest, and the founder and Co-Artistic Director of the Seattle Modern Orchestra. Her career has led to acclaimed performances and rehearsals with orchestras around the world, including the American Youth Symphony, Bakersfield Symphony Orchestra, Bohuslav Martinu Philharmonic (Czech Republic), Brandenburger Symphoniker (Germany), Estonian National Youth Symphony (Estonia), New Symphony Orchestra (Bulgaria), Orquesta Sinfónica Juvenil Charlos Chávez (Mexico), and the Seattle Symphony. She has participated in the renowned Cabrillo Festival of Contemporary Music, the Summer Institute for Contemporary Performance Practice at the New England Conservatory, and worked with legendary composers, performers and ensembles such as Jonathan Harvey, Tristan Murail, Graeme Jennings, Garth Knox and Ensemble Modern. Che sorprendente coincidenza di carriere. Ma non è tutto: il CV della “presidente”, a sua volta è copiato da un profilo di un manager francese, anche in questo caso parola per parola (volete provare? Incollate il CV in Google…) Quindi, il sito dell’orchestra è una pista morta. Anche lei va nella categoria delle inesistenti. Ci riduciamo a una persona sola, esistente: un direttore d’orchestra: questo signore si chiama Simone Perugini, ha una lunga e meritevole attività musicale legata soprattutto alla rivalutazione di Cimarosa. Lui esiste veramente, ho parlato con diversi colleghi che hanno avuto modo di essere coinvolti in progetti con lui. Esiste, quindi: ma ovviamente per questo si nota ancora di più. Cosa ci faccia qui, unico personaggio reale in una selva di fantasmi, è ancora un mistero. Tornando all’etichetta, i dischi sono strani: copertine caserecce, durata che spesso non supera i 30 minuti, il disco fisico è un print on demand fatto da Amazon USA. Personalmente ho individuato uno stabat mater di Vaňhal copiato 1:1 dall’esecuzione diretta da Vaclav Neumann, una serva padrona di Paisiello presa da un’incisione della Cetra Basel, una messa di Jommelli presa un CD Orfeo diretto da Hilary Griffiths. Queste ultime due esecuzioni sono state malamente accelerate, ma con qualche procedura economica, per cui si sentono tutti i salti di fase e i vibrati innaturali, ma basta sentire i fraseggi e la realizzazione del continuo (e ovviamente i recitativi) per avere una prima idea della perfetta coincidenza. I CD dell’etichetta hanno ricevuto ottime recensioni. Alcuni dei recensori però esistono solo qui (ad esempio un tale Maximilian Lorrengton) e scrivono su riviste non note (“classical new magazine”). Nella selva appare un altro nome noto a tutti, Roger Norrington, direttore noto a tutti nell’insolita veste di recensore: omonimo? Cercherò di informarlo del fatto che il suo nome è usato qui. Continuiamo le indagini. per intanto però un punto stupisce ulteriormente, e cioeè che stando al servizio pubblico WHOIS (che indica le informazioni pubbliche per l’intestatario di un dominio), indovinate www.rcrecordclassic.com a chi è intestato? basta digitare rcrecordclassic.com nell’apposito campo. A History of Music and Ghosts by Carlo Centemeri Strange stories from the record industry: a journalist, who’s also a friend, told me a few days ago about a curious story, and I started investigating about it. Let’s start: once upon a time, there was a world famous group (Zefiro) who finds out, while watching one of their own live videos on youtube, that YT indicates as “song author” a performer who’s actually another group. They are called “I barocchisti lombardi” under the baton of Jacopo de Marchis. A quick check on Amazon shows that actually a CD of Mozart’s Grand Partita by “I barocchisti lombardi” conducted by De Marchis actually exists. it is available both as a CD and as a digital download. It may actually be an error of the tracking system: in the end, these tools are not made for classical music, then two similar recordings may be mistaken. But this is actually strange because the Zefiro recording is a promo video available only on YT, not a CD. How could a system mistake two recordings that are so different? At this point, Zefiro finds out the CD on Spotify and find out that the performance is actually their own, labeled under another group. But there is no group called “I barocchisti lombardi”, and no conductor named Jacopo De Marchis. Such a thing is at least bizarre: it seems something that may have various names, but none of these names is related to something legal. However, we can go on the site of RC records (the original site was obscured on dec 13th, but there is still a Google cache copy and a mirror site) to ask for informations. On the site, We find a catalogue of more or less 15 titles. The CD covers seem to be quite naive, possibly home made. There are a lot of performers: no one of them has a known name. Let’s make a check on these persons: in the web there is no track of any of them. Or better, the only thing each of these musician did in his life is a CD with RC records. Nothing more. But this may not mean anything: maybe they are bunch of friends, music lovers, who gathered some money and issued their own recordings just for fun… However, if we check out also choirs and orchetras, no one of them exists. Hiding a orchestra, an ensemble, a choir, today, is quite difficult. No traces: no concerts, no websites, no FB profiles, nothing. Well, not all of them. In the list, one conductor appears to exists actually (Simone Perugini) and one orchestra owns a web site (Harmoniae Templum Chamber Orchestra). They both have a personal site and some activity. How strange. The orchestra website is simple: in the “about us” sections there are the profiles of the president, of the conductor and of the principal guest conductor. The principal guest conductor is actually Simone Perugini, who owns a FB profile, has published books and critical editions with important publishing houses, has been in music competitions committees. And he recorded several records with RC records. Checking better the web page of the orchestra, you can find the gallery. And here my suspects come true: not only the pictures are all from different groups, but one of the pictured groups is Zero Emission Baroque Orchestra. I’ve been a founder of this group in 2013 and recorded a CD (a real one) with them back in 2014. I know all the musicians in the photo: I did a check to see if they have been involved in some project I’m not aware of, just a phone call confirms me that they don’t know anything of it. Why does Harmoniae Templum stole one of the pics of my group? There could be also my face on that site. There are my friends’ faces. And there is a even bigger curiosity now: who’s the principal conductor, Theodor Robertson? His description reads as follow (look at the underscore errors, they are very strange) Tehodore Roberston has established himself as one of the most dynamic young conductors on the international stage. eH is currently the Music Director of Philharmonia Lancastar, and the founder and co-artistic director of the Young Modern Orchestra. Her career has led to acclaimed performances and rehearsals with orchestras around the world, including the American Youth Symphony, Bakersfield Symphony Orchestra, Bohuslav Martinu Philharmonic (Czech Republic), Brandenburger Symphoniker (Germany), Estonian National Youth Symphony (Estonia), New Symphony Orchestra (Bulgaria), Orquesta Sinfónica Juvenil Charlos Chávez (Mexico), and the Seattle Symphony. She has participated in the renowned Cabrillo Festival of Contemporary Music, the Summer Institute for Contemporary Performance Practice at the New England Conservatory, and worked with legendary composers, performers and ensembles such as Jonathan Harvey, Tristan Murail, Graeme Jennings, Garth Knox and Ensemble Modern. Now, cross check it with the profile of Julia Tai, Seattle University (check out the bold areas) Dr. Julia Tai is the Director of Orchestra at Seattle Pacific University, the Music Director of Philharmonia Northwest, and the founder and Co-Artistic Director of the Seattle Modern Orchestra. Her career has led to acclaimed performances and rehearsals with orchestras around the world, including the American Youth Symphony, Bakersfield Symphony Orchestra, Bohuslav Martinu Philharmonic (Czech Republic), Brandenburger Symphoniker (Germany), Estonian National Youth Symphony (Estonia), New Symphony Orchestra (Bulgaria), Orquesta Sinfónica Juvenil Charlos Chávez (Mexico), and the Seattle Symphony. She has participated in the renowned Cabrillo Festival of Contemporary Music, the Summer Institute for Contemporary Performance Practice at the New England Conservatory, and worked with legendary composers, performers and ensembles such as Jonathan Harvey, Tristan Murail, Graeme Jennings, Garth Knox and Ensemble Modern. What a surprising coincidence. But there’s more: the CV of the orchestra president is copied from a french manager profile: if you want to enjoy, just google the whole text. Then, the orchestra does not exist. We had two actors, now we have one. One actor is still standing, the orchestra conductor Simone Perugini. He’s a well known professional, with a long and good activity, and an important role on rediscovering works of Domenico Cimarosa. He exists: I made some checks with several musicians who worked with him in several projects. And he’s more evident than the others because he’s the only one who exists. What’s he doing in here? It’s a mistery: however he’s the only existing person in a forest of ghosts. Let’s see the label catalogue in more detail: the records are very strange. The covers are badly done, the CD lenght does not go over 30 minutes, the physical CD on amazon are sold as “print on demand”. Listening to the records (in addition to the Zefiro performance and to another one, Torri’s requiem, stolen from a Dombrecht’s recoridng) I found out Vanhal’s stabat mater (stolen from Neumann’s old recording), Paisiello’s Serva Padrona (from Cetra Basel), a mass by Jommelli (from Hillary griffith’s recording for Orfeo). More to come. They speed up some of the recordings, but phrasings, singing intonations and continui realization are too similar to be a mere coincidence. Moreover, the speeding is done with a very cheap technique, so you hear all the “holes”. On the site there are a lot of magnificent reviews. Some of the reviewers however exists only in this place (for example a certain Maximilian Lorrengton) and they write on unknown magazines. Here another known name appears, Roger Norrington, who’s actually a conductor and not a reviewer. A person with the same name? We’ll try to let him know that his name has been used here. We keep on investigating. In the meantime, another strange point: according to WHOIS (the register of who owns the web domains), guess who’s the owner of rcrecordclassic.com? You can put the domain in the box of WHOIS site and check with your own eyes
  5. Feraspe

    Il "Caso Luchesi"

    Appendice a L’Accademia della Bufala Il libro delle facce di bronzo (sul finto ritratto di Andrea Luchesi) di Carlo Vitali articolo precedentemente pubblicato sul blog L'Accademia della Bufala: Mozart. La caduta degli dei da Il Gazzettante (redazione) il 7 novembre 2017 Bianchini, Trombetta e seguaci vorrebbero spacciare un ritratto ad olio conservato a Bonn come se fosse di Andrea Luca Luchesi, quasi che i perfidi Germani gli avessero rubato, oltre ai capolavori che mai non scrisse né firmò, anche la faccia. Vedi: ” Il mistero del ritratto di Neefe o Luchesi”. http://lorecchiocurioso.blogspot.it/2014/01/il-mistero-del-ritratto-di-neefe-o.html e la sua fonte confessa, che però almeno si ammanta di un pudico punto interrogativo: http://www.italianopera.org/luchesi/luchesicominciare.html Ma quale mistero? Ci facciano un favore… Vediamo di mettere in contesto tutti i pezzi conservati nelle collezioni del Beethoven-Haus di Bonn. 1) Christian Gottlob Neefe (1748-1798), Silhouette, incisione di Gustav Georg Endner ed anonimo tratta da uno Schattenriss (contorno in ombra) abbozzato dallo stesso Neefe. Beethoven-Haus Bonn, n. di catalogo B 142 2) Christian Gottlob Neefe (1748-1798) – Incisione di Heinrich Philipp Bossler ricavata nello stesso modo. Beethoven-Haus Bonn, B 2273 Gli autoritratti con la tecnica della silhouette si diffusero come una moda universale tra la fine del Seicento e tutto il secolo successivo (cfr. Georges Vigarello, La Silhouette du XVIIIe siècle à nosjours. Naissance d’un défi, Paris, Seuil, 2012). 3) Christian Gottlob Neefe (1748-1798) – Incisione di Gottlob August Liebe da un disegno di Johann Georg Rosenberg. Beethoven-Haus Bonn, B 135/a 4) Christian Gottlob Neefe (1748-1798) – Ritratto a olio di anonimo. Beethoven-Haus Bonn, B 1934 Oltre alle orecchie, bisogna proprio avere gli occhi foderati di bresaola per non cogliere i punti di somiglianza fisionomica fra i tre profili (1-3) e l’immagine frontale (4): forma della fronte, linea fronte-naso, arcuatura e punta arrotondata del naso, forma delle labbra e del mento, curva della mandibola. Ciò al di là delle microvarianti che in qualsiasi galleria di ritratti del medesimo soggetto possono derivare dalla sua età e condizioni psicofisiche, nonché dall’illuminazione e dalla maggiore o minore accuratezza/ competenza/ creatività dell’artista ritrattante. Sissignori, capita lo stesso perfino nei ritratti fotografici. Ci si dice che i coniugi sondriesi tengano cattedra di educazione artistica in un istituto comprensivo della loro città. Fuori le competenze tecniche, Herren Professoren! Che elementi avete – a parte la vostra sconfinata faccia… da musicologi – per sostenere la vostra proposta di attribuzione? Già sospettiamo la risposta: “Leggete un certo libro di Giorgio Taboga dove alla [pseudo]questione è dedicato un intero capitolo”. Lo abbiamo letto, e sappiamo che dal solito minestrone di gratuite illazioni a catena si può pescare un solo fatto concreto: nel 1776 Padre Martini domandò ad un suo corrispondente in Venezia, il tenore Luigi Righetti, di procurargli per la propria già ricca quadreria di musicisti vivi e defunti i ritratti di Anfossi, Salieri e “Luchessi a Bona”. Anfossi promise rimandando ad un altro momento; Salieri e Luchesi non risposero, e di loro ritratti a olio non c’è traccia nella suddetta collezione. Di Anfossi e Salieri c’è solo un’incisione, mentre di Luchesi… un bel nulla. Vedi: http://www.bibliotecamusica.it/cmbm/viewschedal.asp?path=/cmbm/images/ripro/lettereb/I03/I03_029/ Dettaglio assai curioso: dalla prima alla seconda edizione del bio-romanzo taboghiano è scomparso proprio il capitolo dedicato al “mistero del ritratto”. Che il padre spirituale di Bianchini e Trombetta – alias “L’Uomo del Dubbio” come da loro filiale dedica dei due Libroni – abbia avuto un ripensamento? Ciò farebbe onore alla sua memoria.
  6. Feraspe

    Il "Caso Luchesi"

    Una sonata di Andrea Luchesi attribuita a Bernardo Maggi in un manoscritto della Biblioteca del Conservatorio di musica "San Pietro a Majella" di Napoli apparso sul blog Contro "Mozart - La caduta degli dei" de Il Gazzettante (redazione) il 15 agosto 2017 In merito alle attribuzioni di Andrea Luchesi ad altri compositori (Haydn, Mozart ecc.) volevo parlarvi di un altro caso emblematico. Il povero Luchesi fu infatti adombrato anche da un compositore napoletano pressoché coevo e non solo dai fantomatici compositori della Wiener Klassik. Che paradosso... basta questo semplice esempio per smontare molte delle ipotesi complottiste attuate da Taboga (padre e figlio), Bianchini ed Amato in questi anni. Una Sonata Del Sig[no]r Andrea Luchesi è custodita presso la Biblioteca del Conservatorio di musica "B. Marcello" di Venezia (I-Vc, Fondo Correr, Busta 99.3, ff. 16r-17r) in una raccolta manoscritta dal titolo Libro Novo di Sonate Per Organo, ad uso di me Annunziata, Scolara della | Sig[no]ra Elisabetta Organista (trattasi di un libro parte della figlia di coro Elisabetta presso l'Ospedale della Pietà di Venezia). Frontespizio in I-Vc, Fondo Correr, Busta 99.3, f. 16r In queste raccolte le copiste degli Ospedali inserivano cronologicamente (salvo rarissime eccezioni) le varie composizioni che acquistavano dall'istituzione o ricevevano dal loro maestro di coro. In questo caso abbiamo nella raccolta sonate per organo o clavicembalo di Gian Giacomo Crema; Pasquale Anfossi; Baldassare Galuppi; Giovanni Battista Grazioli; Andrea Luchesi; Bonaventura Furlanetto detto Musin (1798); Pietro Morandi; Giovanni Battista Rizzi (1804); Nicola Moretti ecc. La sonata in questione, quasi certamente un'opera giovanile di Andrea Luchesi, fu copiata nel 1764 da Don Bartolpmeo Donelli sotto il nome del compositore napoletano Bernardo Maggi in una raccolta manoscritta intitolata Suonate per Organo di diversi celebri Autori - 1764 e custodita presso la Biblioteca del Conservatorio di musica "San Pietro a Majella" di Napoli (I-Nc, Mus.Str.70, ff. 44v-45v). C'è da notare come la suddetta raccolta abbia anche nove sonate attribuite a Luchesi.
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