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Snorlax

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Tutti i contenuti di Snorlax

  1. Madiel, io a questo punto ti dedico un (celebre) pezzo molto più compresso, ma che in qualche modo rappresenta il canto del cigno di un'epoca, e forse il suo più tragico crepuscolo: Alban Berg, Sonata per pianoforte op. 1, Daniel Barenboim ...estendo anche a @Majaniello, @Wittelsbach, @Ives, @superburp, @Florestan, @glenngould e a chiunque gradisca...
  2. Ordinato ieri da un rivenditore su Amazon. Usato in ottime condizioni al prezzo di una birra: E' un'incisione celebre, ma che non ho mai avuto occasione di sentire. @Wittelsbach che mi dici?
  3. ...qualcosa di Sessions dovevo proprio averlo in disoteca! Ho colto l'occasione e ho appena ordinato a buon prezzo questo usato in ottime condizioni su Amazon... Spero che @Madiel non mi stronchi queste incisioni! (anche perché di alternative non è che ce ne siano...)
  4. Dmitrij Shostakovich, Sinfonia n. 13 in sib min. "Babi Yar", J.-H. Rootering, Coro & Orchestra Filarmonica della Radio Olandese, Mark Wigglesworth So che qui dentro alcuni di voi hanno scarsa affinità con la Babi Yar. Non è una sinfonia per tutti, anche se in fondo riassume - in maniera del tutto peculiare – l’aspetto più esteriore della produzione sinfonica di Shostakovich – quello più retorico, si potrebbe dire – con quello più interiore, ossia l’inesorabile tendenza al nichilismo che forma il fulcro su cui si fonda praticamente tutta la produzione del compositore sovietico. Pure lo humour irrompe bruscamente, costituendo il tema dei due movimenti (apparentemente) più leggeri. Dico queste ovvietà, perché in questo caso abbiamo a fare con una lettura che non esito a definire un vero e proprio capolavoro interpretativo, in quanto non solo tiene assieme mirabilmente tutti i caratteri che in maniera molto semplicistica ho sopraelencato, ma che anche nei momenti più esuberanti riesce a innervare le pagine di questa sinfonia di una tensione al pessimismo nera come le profondità più recondite di un abisso. Wigglesworth ha ottime idee in fatto di tempi e agogiche, ma è la sua attenzione alle sonorità e ai timbri di ogni specifica sezione orchestrale a lasciare a bocca aperta: l’ottima Orchestra della Radio Olandese risponde benissimo alle sollecitazioni del direttore britannico e si scatena sapendo benissimo che la priorità non è il bel suono, ma l’effetto drammatico che pure non è mai fine a sé stesso ma fa parte di una chiara idea estetica che Wigglesworth ha potuto sviluppare nelle sue personalissime esecuzioni shostiane. Se proprio dovessi scegliere degli highlights direi sicuramente terzo e quarto movimento, i quali su di me hanno avuto un impatto emozionale altissimo, al limite della sostenibilità: mai sentita una lettura così spettrale e desolante, eppure così palpabile da avvolgere totalmente l’ascoltatore nelle mestissime atmosfere create dal team Evtushenko/Shostakovich. Il coro maschile della Radio Olandese si comporta egregiamente, eccezionale Rootering che riesce a piegare ogni parola espressivamente senza mai essere plateale, a dimostrazione che certo repertorio non è unicamente appannaggio di cantanti provenienti dal mondo slavofono. La registrazione BIS è sinonimo di qualità, anche se presenta un’escursione dinamica fin troppo ampia, e costringe talvolta ad aggiustamenti di volume che, francamente, si potevano evitare. Di Babi Yar ne ho molteplici in discoteca, fidatevi che questa la consiglierei anche al più grande detrattore di questa sinfonia, la quale, in ogni caso, per il sottoscritto ha tutte le carte in regola per essere un capolavoro... ...dedico a tutti ma in particolare al @Wittelsbach californiano, a @Majaniello, @Ives, @Florestan, @Madiel, @superburp, @glenngould e a chiunque gradisca...
  5. Sai che io in questo caso sono una voce fuori dal coro? In generale trovo Chailly grandioso in Stravinskij, ma il suo celeberrimo Sacre di Cleveland non mi ha dato quella sensazione di pugno allo stomaco che mi hanno trasmesso altre esecuzioni. E' bilanciata, pulitissima, dettagliata, suonata in maniera impeccabile - e te credo, con un'orchestra del genere - eppure, da ultimo, l'ho sempre trovata un po' freddina per i miei gusti, non ci ravviso quella dose di sauvagerie che esplode nelle registrazioni che ho citato nel post precedente.
  6. E' proprio quella la versione in questione! Io ce l'ho dal boxino Icon: Ah figurati, Florestan! Nella mia discoteca il repertorio è alquanto striminzito, però in molti casi posseggo molteplici versioni dello stesso pezzo. Negli ultimi tempi sto tentando di cambiare direzione! Conosco bene Chailly, ma nel mio personalissimo podio ci sono questi tre classiconi: Ozawa/Chicago Symphony (RCA), Bernstein/NY Philharmonic (CBS) e Dorati/Detroit Symphony (Decca). In realtà ne ammiro anche altre, ma se dovessi sceglierne tre, andrei diretto su queste...
  7. Igor Stravinskij, La Sagra della Primavera, London Philharmonic Orchestra, Sir Charles Mackerras ...qualcuno la conosce? Presente nella mia discoteca da anni - in un boxino EMI Icon - e non sapevo nemmeno di averla. E' un'esecuzione che meriterebbe maggior diffusione, soprattutto per la lettura di Mackerras, spontanea e sempre attenta al discorso generale: così su due piedi, non ho momenti che rammento in maniera particolare, perché ad avermi colpito di più è la qualità del tutto, dato che il direttore australiano trova il giusto comune denominatore espressivo per l'intero capolavoro stravinskiano. L'orchestra londinese si comporta benissimo, ma, ahimé è parzialmente mortificata dalla ripresa del suono. I problemi sono i soliti del digitale EMI anni '80: poca presenza della gamma media, basso indietro e non definito, e sound talvolta non del tutto a fuoco (ma che gran cassa! ...reboante come poche!). La stessa casa discografica ha fatto ben di peggio, quindi accontentiamoci e godiamo di quello che abbiamo. In ogni caso è stata una bella scoperta, anche se ho seri dubbi che scalzerà le mie references del pezzo in questione. In dedica a @Madiel, @Ives, @Florestan, @Majaniello, @superburp, @Wittelsbach e a chiunque gradisca...
  8. Il suono EMI anni '80 - diciamo nella prima decade del digitale - sovente è un mezzo disastro, registrazioni che potrebbero essere delle references assolute sono rovinate da alti vetrosi, bassi quasi inesistenti e medi poco ariosi. Il Respighi di Muti sotto questo punto di vista riesce a cavarsela, ma comunque ne risente. Mi viene in mente quello che è - o meglio, dovrebbe essere - il mio riferimento assoluto per la Romantica bruckneriana, ossia Tennstedt/Berliner: incisione rovinata da un sound così terribile che riesce a scartavetrarti le orecchie anche a basso volume...
  9. Evidentemente, per quel che riguarda Respighi, viaggiamo su due binari differenti. Per me è un capolavoro questo disco. Vabbé dai, volemose bbbene...
  10. Mi sono espresso male, evidentemente. Nel mio discorso l'accezione di ordinario non intendeva essere negativa: è una lettura didattica - ancora una volta, in senso buono - che dà a Respighi quel che è di Respighi e che nella sua comprensibilità è ottima per un primo approccio, vista anche una Philharmonia in gran spolvero e un'ottima ripresa del suono. Tutto qui.
  11. Ne dice molto bene anche Hurwitz! Non la conosco, ma spero di riparare presto. Anche questa - parlando di massime orchestre d'Europa - non è da sottovalutare, anche per via di un suono sontuoso ed elegante: ...dal punto di vista interpretativo è alquanto ordinaria, però fa il suo dovere. E' un acquisto che consiglierei ad un neofita che ha a che fare con la prima volta con la Trilogia respighiana. Ho ascoltato di nuovo il disco in cuffia ieri sera prima di andare a letto, per rinfrescarmi la memoria. In realtà non cambio idea anche se capisco bene quello che dici: Dutoit quello che fa lo fa benissimo e si muove nella direzione a cui accenni. Tuttavia noto una mancanza d'enfasi nella sua direzione che mi lascia abbastanza perplesso, e che trovo indispensabile in pezzi come questi. Per me è proprio una questione di preziosismi: l'analisi di Dutoit funziona, ma è la sintesi a non convincermi. Restando in tema, credo che Ozawa si muova tutto sommato nella stessa traccia - con i francesi se l'intendeva pure lui! - e pervenga ad un risultato assai più persuasivo, proprio perché plasma una concertazione più screziata e ariosa rispetto al collega elvetico (anche nel caso del giapponese, trovo le Fontane la lettura meglio riuscita)... Poi a me piace pure Sinopoli che lo fa strano. Ma questo è un'altro discorso.
  12. Capisco che questo disco possa essere considerato una reference, ma, a dirla tutta, non mi ha mai fatto gridare al miracolo. Pur nutrendo una certa simpatia per l'orchestra canadese, spesso ho avuto dei problemi con le registrazioni di Dutoit: quando parlo di suono patinato, il direttore elvetico è uno dei primi esempi che mi sovvengono alla mente. E' pur vero che le sue letture sono piene di dettagli e preziosismi strumentali, ma a me non poche volte sembrano schiacciate su un unico (pur bellissimo) carattere. Non so se mi spiego... Qui sono d'accordo con te, tant'è che in alcuni contesti tali virtuosismi piacciono molto anche a me, e trovo che la trilogia respighiana sia un banco di prova perfetto per esprimerli! Io non credo che né Lane né Mata diano delle interpretazioni di grana grossa, tuttavia sono letture molto colorate che hanno anche bisogno di un medium idoneo per essere riprodotte, altrimenti rischiano di deludere. Un film in Cinerama visto sul piccolo schermo non è che sia gran cosa...
  13. Johann Sebastian Bach, Suites Inglesi 2 & 3, Ivo Pogorelich Glenn Gould chi????!!!! Ho cominciato ad esplorare la discografia di Pogorelich tardi, troppo tardi. Fino a qualche anno fa, in discoteca avevo solo il CD delle Sonate scarlattiane, e conoscevo solo qualche altro must (l'inarrivabile Gaspard de la nuit, per esempio). Qualche mese fa ho acquistato il cofanetto DGG che raccoglie tutte le sue incisioni per l'etichetta gialla, che sto cominciando a piluccare, tentando di rimediare alla mia ignoranza. Non ho la competenza per esprimere un minimo di giudizio in un repertorio come questo ma mi viene da chiedermi: ma come diamine fa un artista ad essere così analitico eppure così maledettamente intenso e passionale? come si può mettere in evidenza ogni singola linea della scrittura bachiana senza perdersi in una sterile cura del dettaglio? Boh. Letture personalissime senza essere idiosincratiche, e che gettano una luce nuova su un repertorio consolidato. Dovrò recuperare in fretta, perché di musicisti così stimolanti non se ne sentono tanti. ...ringrazio il solito @Majaniello che attraverso i suoi post mi ha spinto ad approfondire il Pogo e dedico a @Florestan, @Ives, @Wittelsbach, @glenngould (non te la prendere, dai!), @superburp e chiunque gradisca...
  14. Grazie Wittels, dedica graditissima!Anch'io sono un estimatore di questa incisione di Steinberg. I bostonians qui danno il meglio: al solito abbiamo un suono bello, ricco, ma mai patinato, ma che, anzi, sa essere aggressivo, quasi ruvido quando la screziata partitura di Holst lo richiede. Come ricordi bene, tra le registrazioni storiche trovo eccezionale Sargent/BBC (provare per credere!), tuttavia la mia reference assoluta rimane questa, giustamente celebre:
  15. Sì, quel canale credo che ritocchi parecchio. Comunque io ce l'ho in CD e l'ascolto è assolutamente godibile, molto meglio del suono impastato e confuso della successiva registrazione DGG. Per non parlare dell'interpretazione. Infatti! In realtà, per le Fontane, il meno bombastico dei poemi respighiani, io di solito mi affido a un grande classico:
  16. Bello! Un altro disco respighiano che meriterebbe di essere valorizzato è questo, l'ho messo sul piatto non molto tempo fa: ...al di là della qualità della registrazione, veramente eccezionale, la direzione di Mata colpisce per la cura certosina del dettaglio strumentale, oltre che per il grande respiro architettonico che valorizza ancora di più l'inimitabile scrittura del compositore bolognese. Peccato che in luogo delle Fontane siano presenti le Impressioni brasiliane, un pezzo che, sinceramente, non mi ha mai destato un grande interesse. D'accordo su Karajan: l'incisione DGG è alquanto sopravvalutata: suono impastato e lettura poco coinvolgente; per quel che riguarda i Pini Herbie aveva fatto molto meglio con la Philharmonia a Londra negli anni '50. A me pare registrata pure meglio: In ogni caso per la Trilogia romana le grandi incisioni le conosciamo, credo che finiremmo per fare sempre i soliti nomi...
  17. Mi ricordo che le avevi già citate... mai sentite! Da quello che scrivi, credo che siamo abbastanza distanti dai miei personalissimi gusti, però se per caso su Spotify riesco a scovarle, ci do volentieri un'ascolto... Grazie mille Wittels, ma sono misere e immediate impressioni buttate là senza l'ambizione di fare alcuna analisi. Ci premevo a dire qualcosa su questo ciclo perché lo trovo degno di ascolto, anche se evidentemente non è per tutti i gusti. In ogni caso è una serie di dischi ottimi per testare un buon impianto hi-fi, dato che la qualità registrazione è allo stato dell'arte: Mi pare che questo discorso fosse già emerso un tempo: ebbene Leifs mi ha travolto nelle composizioni orchestrali di breve durata, mentre l'ho trovato profondamente a disagio con le forme più estese. In quest'ultimo caso mi ha spesso annoiato. Peccato che i suoi dischi costino un occhio della testa, vorrei avere qualcosina a casa e non limitarmi solamente all'ascolto in streaming...
  18. Ludwig van Beethoven, Le 9 sinfonie + Ouvertures, P. Lorengar, Y. Minton, S. Burrows, M. Talvela, Chicago Symphony Orchestra & Chorus, Sir Georg Solti Vorrei spendere due misere parole riguardo a questa integrale, sulla quale mi sono concentrato nelle ultime settimane, nel poco tempo libero a disposizione. Trattasi del primo ciclo beethoveniano del direttore anglo-ungherese - vi sarà poi un successivo remake digitale, a mio avviso meno interessante - inciso in studio tra Chicago e Vienna nei primi anni '70. Dico subito che la qualità del suono è spettacolare, frutto del grande artigianato dei migliori tecnici Decca del tempo. Per non dire delle compagini orchestrali orchestrali e corali di Chicago, qui riprese nel loro periodo d'oro. Credo siano dei dischi più citati che ascoltati, e, in ogni caso, visto quello che si legge, non hanno mai occupato i primi posti in classifica delle grandi integrali sinfoniche beethoveniane. Diciamo che Solti non ha mai fatto furore per questo prodotto discografico. Probabilmente il mio cervello funziona al contrario rispetto a quello della gente normale. Sapete bene che non ho mai avuto una particolare simpatia per Solti, anzi. Tuttavia, in questo caso, mi devo ampiamente ricredere, dato che ho trovato il suo approccio al Beethoven sinfonico, non solo persuasivo, ma sovente eccezionale, o perlomeno, assai originale. Se devo fare un paragone con i grandi del passato, mi viene subito in mente Klemperer, per la graniticità dell'esecuzione. I tempi viaggiano con una pulsazione tutto sommato regolare e sono mooolto ampli. Già questo può sembrare strano, tenendo conto delle prove soltiane con altri autori. Ciò nonostante, una ragione di fondo per questo approccio c'è, ed è abbastanza palese, almeno per mio conto. Solti guarda a ogni sinfonia di Beethoven con la lente d'ingrandimento, e più si avvicina a ogni dettaglio, più le agogiche si dilatano. Ho ascoltato il tutto con partiture alla mano, e sono emersi dei particolari - soprattutto per quel che riguarda alcuni raddoppi strumentali - che non avevo mai sentito prima. Ma la grandezza non sta in questo, o meglio, non sta solamente in questo. L'occhio per il dettaglio non va a discapito dell'impostazione generale, che di primo acchito, sembrerebbe inconciliabile con l'osservazione al microscopio di Solti. Il direttore infatti scolpisce un Beethoven gigantesco, enorme, di rara monumentalità, quasi soverchiante nelle sue dimensioni. Ad accentuare questo fenomeno, c'è il fatto che Solti mantiene tutti i ritornelli, per cui le sinfonie acquisiscono una dimensione ancora maggiore. Dico la verità, l'ho trovato un ascolto assolutamente stimolante e diverso da molti altri. Sono stato piacevolmente colpito e inaspettatamente soddisfatto. ...in dedica a @Wittelsbach, @Majaniello, @Ives, @Florestan, @superburp, @glenngould e a chiunque gradisca...
  19. Dmitrij Shostakovich, Sinfonia n. 9 in mib magg., Dallas Symphony Orchestra, Eduardo Mata Scusate ragazzi, ma in questi giorni ho veramente poco tempo per scrivere in Forum. Il buon @Majaniello mi ha pure interpellato, tuttavia la mole di lavoro e il caldo stanno offuscando fin troppo la mia debole (e pigra) testolina. Nel frattempo vi beccate tutti in dedica questa Nona shostiana, di cui il buon Mata da una lettura scorrevole e coinvolgente, anche se qualche cattiveria e un po' di malizia in più non avrebbero guastato. Non riesco a scrivere di più, il mio vecchio computer scalda tantissimo e io mi sto sciogliendo come un gelato al sole...
  20. Beh certo, anche l'olezzo di un peto si può riconoscere a metri di distanza, tuttavia lungi da me il paragonare le partiture del Russo a degli attacchi di aerofagia. In effetti è il compositore che in assoluto trovo più indigesto. Glazunov, che spesso è tacciato di volgare accademismo, mi pare che gli stia diverse spanne sopra, tanto per dire. Così per non scomodare i grandi.
  21. Io Rachmaninov lo sopporto poco, va ben oltre la mia soglia della tollerabilità. Ho alcuni amici, anche ascoltatori mooolto casuali, che però ne vanno in visibilio: questi sono capaci di ascoltarsi senza batter ciglio tutta la Seconda sinfonia, che al contrario al sottoscritto sembra mortifera... solitamente faccio fatica ad arrivare alla fine del primo movimento. Oltre ad annoiarmi, mi irrita proprio; e sì che io di (tardo)romanticismo ci campo dalla mattina alla sera. Le uniche cose che salvo sono le Danze sinfoniche e questo disco qui (che in realtà non posseggo da molto): ...una delle esperienze corali più abbacinanti che io abbia avuto occasione di sentire, anche se la apprezzo di più per il magistero di Shaw e per la straordinaria tecnica di registrazione che per la composizione in sé...
  22. Edvard Grieg, Danze Sinfoniche op. 64, Hallé Orchestra, Sir John Barbirolli Afa mortificante, ascolto rinfrescante. Si parla poco del Grieg di Barbirolli, ma il Norvegese era molto nelle corde del direttore britannico, che aveva in reperorio anche pezzi non proprio conosciutissimi al grande pubblico. Questo stereo molto vintage del 1957, ruvido quanto efficace, tutto sommato, rende giustizia vitalità della lettura barbirolliana: alla fine l'incisione è più che godibile e le brume nordiche filtrate dall'italianità peculiare di questo genio del podio sono meglio di un bel gelato in questi giorni di caldo opprimente. ...a @Majaniello, @Wittelsbach, @Ives, @Madiel, @Florestan, @superburp, @Keikobad, @glenngould e a chiunque gradisca...
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