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Snorlax

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    Bruckner, Furtwängler, l'idealismo, la cucina francese, la birra, dormire profondamente e le belle ragazze

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  1. Giulini forse non è per tutti - anche se è ben lungi dall'essere "macchinoso" - ma tra le edizioni vecchia scuola, mi sento di segnalarti queste: ...ognuna di queste gemme interpretative coglie nel miglior modo le migliori sfaccettature della Nona schubertiana. Con Jochum abbiamo una perfetta condotta dei tempi e delle transizioni - molto difficili da rendere in questa sinfonia - con Klemperer una esemplare gestione dei piani sonori, mentre con Bernstein una lettura di grande impatto, ma tutto sommato sobria rispetto alle coeve intepretazioni del direttore americano. Mi stupisce, in generale, di quanto poco venga citato il live del '79 di Bohm a Dresda: una lettura energica, al fulmicotone, quasi aspra nella sua continua tensione emotiva. Bohm in questo è aiutato dalla timbrica particolarissima dell'orchestra tedesca, con degli ottoni generosi di vibrato che tagliano il tessuto orchestrale e un suono particolarmente punchy degli archi e dei legni. Giustamente ti è già stato citato Wand, che di questa sinfonia ha fatto uno dei suoi cavalli di battaglia. Io preferisco una delle sue letture più tarde, ossia questa: ...in tutto questo per ora tralascio le registrazioni storiche - Mengelberg, Furtwangler, Abendroth, etc. - sicuramente da conoscere in futuro, ma forse non adatte a delle prime raccomandazioni, data la loro scarsa fonogenia. Fammi sapere che ne pensi!
  2. Anche a me il suono degli ottoni pare proprio quello classico americano, ma, a quanto pare, Mehta, prima di partire per Los Angeles, si premurò di far fare le copie dei bocchini delle prime parti dei Wiener Philharmoniker, che poi fece adottare dalla LAPO. Non so per quanto durò quest'esperimento, e sinceramente, se non l'avessi letto, mai mi sarebbe venuta in mente come soluzione. Sicuramente gli ottoni usavano strumenti americani, credo che invece molti legni furono importati dall'Europa (perloppiù zona austro-tedesca). Forse, come dici tu, dal vivo certe inflessioni si percepivano meglio. Fatto sta che i bassi di quest'orchestra ai tempi di Mehta sono reboanti come pochi altri, esempio emblematico The Planets di Holst, una delle mie references di questo pezzo: Aaaaah, ma è Dalila Di Lazzaro! E io che mi immaginavo chissà quale virtuosa di flauto a becco!
  3. Grazie Ives, tellurico mi sembra veramente un termine azzecatissimo in questo caso. Il suono, in realtà, è veramente bellissimo e avvolgente, forse anche merito di un recentissimo remastering, fatto ad hoc per questo cofanetto. Certo, la LAPO sicuramente non ha la cultura timbrica dei Berliner, ma diverte moltissimo il fatto che suonino continuamente sbrigliati e senza freni ( p.e. il tuba di Roger Bobo che fende l'orchestra in tutte le registrazioni che ho sentito!). Ho letto nel libretto che appena giunto a Los Angeles, il giovane Mehta mise a punto una profonda opera di restyling: obbligò i contrabassisti a suonare con l'arco alla tedesca, si fece arrivare molti strumenti a fiato (comprese le imboccature) dall'Europa, scelse numerosi strumentisti in base ad un supposto sound mitteleuropeo (il grande trombettista Thomas Stevens fu selezionato anche in base a questo criterio). Insomma, trasformò radicalmente l'orchestra californiana, che prima della sua venuta, non era nemmeno di primissima fascia. In ogni caso mi piace molto il suono bass-oriented impresso da Mehta; l'enfasi sui bassi infatti non è che si ritrovi in molte orchestre d'oltreoceano. P.s. Ma questo nuovo avatar?!
  4. Io non sottovaluterei nemmeno il giovane Petrenko a Liverpool:
  5. Richard Strauss, Sinfonia Domestica, Los Angeles Philharmonic Orchestra, Zubin Mehta Il colpevole torna sempre sul luogo del delitto! Avevo lasciato il Forum qualche mese fa, causa una superflua scaramuccia riguardo a Mehta - in realtà, per varie questioni, sono stato oberatissimo di impegni, che hanno fatto sì che i miei ascolti divenissero praticamente nulli - e ritorno proprio con un post dedicato al mitico direttore indiano. Pochi giorni fa mi sono regalato il box Decca dedicato all'aureo periodo californiano del giovane Mehta: oltre ad alcuni dischi che conoscevo molto bene - e mi hanno confermato la grandezza di alcune sue letture, forse ad oggi, troppo poco ricordate - altri sono stati delle piacevoli sorprese. Forse la sclerotizzazione interpretativa di questo grandissimo musicista, avvenuta gradualmente a partire dagli anni '80 ha nuociuto fin troppo alla sua fama, ma in questo caso - come ben saprete - c'è talento da vendere e il cofanetto si mantiene quasi tutto su livelli altissimi. Lo consiglio vivamente (per chi non avesse troppi doppioni), perché vale tutti i soldi spesi. Detto questo, ultimamente sono tornato all'ascolto di quest'opera straussiana, di cui ho sempre fatto fatica trovare una registrazione che mi soddisfasse appieno. C'è il vecchio Furt nel '44, che però è penalizzato da un audio non proprio ineccepibile, ci sono Reiner e Szell, che mi sono sempre parsi un po' troppo freddini. Anche Maazel e Previn con i Wiener (entrambi DGG) non mi hanno fatto mai gridare al miracolo, il secondo specialmente, si perde in una analisi che alla fine mi ha lasciato sempre alquanto perplesso. Ieri ho sentito Wit (Naxos) su Spotify, e devo dire che non mi è affatto dispiaciuto: vincente sul coté lirico, manca però di un po' di slancio quando si tratta di schiacciare il pedale, soprattutto nelle pagine finali. Alla fine ritornavo sul classicissimo Karajan, di cui ho da sempre ammirato il sound straussiano: il disco con la sua Domestica è stato fino ad ora l'unico che finiva con una certa costanza sul piatto quando dovevo ascoltarmi l'alquanto sottovalutato lavoro del compositore bavarese. Nel finesettimana però mi è venuto in mente un post di @Majaniello del 2018 in cui mi ricordava che la lettura di Karajan aveva in grosso deficit interpretativo: la mancanza di ironia, essenziale per cogliere tutte le sfumature di un lavoro come questo, che non tratta né di eroi, né di trasfigurazioni, ma di temi di tutt'altro tenore. Allora ho colto l'occasione e mi sono ascoltato il disco di cui sopra. E con Mehta credo di aver finalmente trovato la quadra interpretativa della Domestica. Non mi dilungherò ulteriormente, perché mi perderei solamente con un lungo elenco di sperticati elogi, dico solamente che tutto quello che cercavo, qui l'ho trovato: un suono orchestrale ai limiti dell'opulenza ma al contempo dettagliatissimo, con una grande attenzione a fare risaltare il minimo particolare strumentale - forse era proprio questa la vera grandezza del direttore indiano? - un virtuosismo pazzesco di tutta la compagine orchestrale, una lettura energica e giovanile - quasi solare oserei dire - estremamente romantica e piena di enfasi nei momenti giusti, senza mai essere pesante. Insomma c'è tutta l'esuberanza di un giovane direttore, esuberanza che però non oscura mai la complessità del lavoro in questione, ma anzi, le rende sicuramente giustizia. La splendida ripresa del suono di casa Decca di quegli anni, poi, fa il resto: una gioia senza alcun neo per le orecchie di ogni ascoltatore. So che Mehta, ha fatto un remake con i Berliner Philharmoniker per RCA (oops, scusate, intendevo per Sony), che, sinceramente, non conosco, ma così, a naso, mi pare molto difficile bissare una lettura come questa. In futuro, vedrò di approfondire. Dedico a tutti a tutti gli amici del Forum, ma in particolare (oltre a Maja, of course) a @Ives, @superburp, @Wittelsbach, @Madiel! P.s. Col tempo vedrò di rispondere a tutti gli assist che mi sono perso in questi mesi di assenza. E forse vi siete tirati la zappa sui piedi!
  6. Snorlax

    Anton Bruckner

    Accidenti, dovevo proprio lasciarlo fuori dalla mia lista questo povero Mehta! E invece ci rimane saldamente, nonostante in generale io abbia delle grandi riserve sulla carriera musicale del direttore indiano. Beh Giordano, leggo il tuo ultimo discorso e sei molto bravo a scrivere, ma mi pare che tu stia un po' rigirando la frittata, distogliendo lo sguardo e dribblando la sostanza dei post dove affermavo di non condividere la tua "uscita". Perché se prima trovavi il Bruckner di Mehta non degno di essere discusso, ora per dimostrare quanto tu sia magnanimo e longobardo (cit. A. de Curtis), vuoi, improvvisamente, approfondire. Sinceramente trovo poco genuina questa tua richiesta, e sì, forse qui hai ragione, adesso un po' sei riuscito ad irritarmi. Credo che non vi siano i presupposti per continuare una discussione su tale argomento, e quindi sono io stesso a dire, a costo di contraddirmi, di aver poco da aggiungere. Qui non si sta parlando semplicemente di "Mehta sì/Mehta no" (figuriamoci se devo essere piccato per una cosa del genere) ma del fatto che un forumista voglia tarpare una discussione - sì, perchè questo di fatto, volevi fare, e a questo punto ci sei pure riuscito - solo perché dal suo punto di vista la ritiene poco interessante, o, al peggio, inutile. In ogni caso non voglio turbare la tranquillità di questo Forum ingigantendo troppo una simil scaramuccia, quindi ora passo e chiudo. Magari, col passare del tempo, mi rasserenerò...
  7. Snorlax

    Anton Bruckner

    Caspita Florestan, bellissimo intervento, sei veramente un forumista di prima classe! Non ti preoccupare, questa volta credo di aver capito molto bene la tua posizione, anche se continuo a rimanere nel mio piccolo giardino. Tuttavia condivido appieno la tua riflessione per quel che riguarda l'importanza del pubblico. Un giorno, discuteremo meglio tale questione fondamentale, magari in un topic più consono, anche perché vorrei argomentare un po' meglio. In ogni caso dovrò procurarmi il volume di Barenboim che citi - musicista che mi è sempre stato antipatico, ma è un'antipatia infantile, a pelle, non artistica - dato potrebbe essere una lettura proficua. Rispetto alla Quinta, vedo che hai nominato varie incisioni jochumiane. Io nelle loro sfumature le amo tutte, ma ultimamente la mia preferenza è andata verso la sua prima registrazione, credo molto sottovalutata, a volte nemmeno citata. Il Jochum prima maniera, presenta già le caratteristiche che determineranno le sue più tarde interpretazioni, tuttavia tali caratteristiche sono ancora più accentuate. Forse l'esecuzione dal punto di vista architettonico non sarà sicura come le successive, ma l'impatto è di quelli che non si dimenticano:
  8. Snorlax

    Anton Bruckner

    Giordano, Mehta - che scuramente non voglio erigere ad alto scranno - oramai qui non c'entra proprio niente. A te piacciono Masur e Rogner? Benissimo. Io li ritengo mediocri, eppure non ti ho mai "invitato a passare ad altro argomento, perché c'era poco da aggiungere". Anzi, al contrario, avrei addirittura preferito che tu riempissi pagine e pagine sulle loro interpretazioni, in maniera da instillare un dubbio (anche minimo) e invitarmi ad un riascolto. Per dire quanto sono in buona fede, spinto dalle tue suggestioni, tempo fa ho pure riacquistato il boxino di Masur - che avevo regalato ad un amico - questo per rimettere in discussione quello che pensavo riguardo al direttore tedesco. Il giudizio non è mutato, però quel ripasso l'ho trovato utile. Se poi tu ritieni una questione non valevole di essere discussa, come ho già detto, puoi benissimo ignorarla e passare avanti, anche perché, magari c'è qualcuno che, diversamente da te, può avere interesse nei confronti di quell'argomento o di quell'interprete. In ogni caso direi di non dare troppo spettacolo, quindi passiamo ad altro argomento, perché c'è poco da aggiungere...
  9. Snorlax

    Anton Bruckner

    Io veramente riguardo a Mehta qualcosa avrei voluto aggiungere, ma a questo punto cambio argomento, non si sa mai che mi si dica:
  10. Snorlax

    Anton Bruckner

    Vabbè Giordano, forse ho compiuto una infelice scelta terminologica: in luogo di contrastare leggi pure criticare. Allora un conto è criticare (contrastare?), un conto è dire "lasciamo perdere tale discorso", volendolo tarpare. Scusa ma io ci vedo una certa differenza, ma magari ho frainteso, a causa della mia miopia. Comunque io sono tranquillissimo, non ti preoccupare. Figurati, era solo una stupida boutade!
  11. Snorlax

    Anton Bruckner

    Guarda Florestan, sarò molto breve - portroppo aspetto una telefonata importante tra pochi minuti - ma quello che è fondamentale capire è che per conto mio non bisogna porre l'accento né sull'autore, né sull'interprete, ma sulla relazione - o, ancor meglio, mediazione - che intercorre tra i due. La Nona di Bruckner non è nulla se non si attua attraverso l'attività mediatrice dell'interprete, e, in ogni caso, la mediazione deve essere sempre mediazione di qualcosa. La Nona di Bruckner è al contempo la Nona di Furtwangler, Jochum, Giulini, Barenboim etc. e il pubblico va ad ascoltare una Nona che è sia di Bruckner sia Barenboim. Per conto mio non c'è sudditanza tra i due componenti di questa relazione, ma dialettica. Cito brevemente Sinopoli, che è il musicista con cui mi sento più affine in tal discorso (anche se forse io sono ancor più radicale): "Nell'opera d'arte di tipo iconografico la fenomenologia coincide con l'opera in sé, mentre nella musica la partitura non è fenomeno: c'è un'altra frattura che allontana il significato. [...] Ma questo segno è fenomeno o è la musica fenomeno? La musica "vive" nel momento stesso in cui si fa fenomeno, però la coincidenza tra fenomeno e segno è molto complessa. E' un po' ingenuo dire che io eseguo ciò che è scritto in partitura. [Risposta alla domanda: cos'è Mascagni?] La domanda va posta in altro modo: che cosa racconta a me Mascagni? Io non ho nessuna pretesa di "rifare" Mascagni ma propongo riflessioni sul caso Mascagni [...]. Oltretutto alla gente non interessa l'autore in sé: lo conoscono già, l'hanno già sentito, ne hanno una loro idea. Voglio fare un lavoro coerente e rendere note le mie riflessioni su una musica". Ti ringrazio del dialogo Florestan, magari spostiamo il discorso in una sede più appropriata, sennò rischiamo l'off-topic! Riguardo a Blomstedt, rimando la risposta alla prossima occasione.
  12. Snorlax

    Anton Bruckner

    Il disco dedicato al repertorio corale coi Wiener è degno di nota, anche se ingiustamente caduto nel dimenticatoio. Nel dimenticatoio invece hanno fatto bene a finire le registrazioni con la Filarmonica d'Israele, pressoché inutili. Poco più di un anno fa fu pubblicata con Amadeus una Romantica con Mehta alla testa dell'Orchestra del Maggio Fiorentino: veramente terribile. Concordo con @Wittelsbach, il direttore indiano non è invecchiato benissimo, spingendosi talvolta anche più in basso rispetto alla semplice routine. Beh Giordano, mi sembra un po' esagerato come discorso. Se un utente vuole decantare le qualità del Bruckner di Peppe Vessicchio è liberissimo di farlo, come noi siamo liberissimi di condividere, contrastare, o, al limite, non leggere. Non credo di aver capito benissimo, ma probabilmente per un mio limite di comprensione, anche se forse riesco a intravedere cosa intendi. In ogni caso, ti faccio i miei complimenti, poiché mi pare che, a differenza del sottoscritto, tu abbia le idee molto chiare! Tuttavia, mi sento di dissentire con l'affermazione che ho evidenziato in grassetto. Non credo affatto che la Nona di Bruckner - così come qualsiasi altro lavoro - abbia un senso in sé. Il senso (per comodità teniamo fermo questo termine) è dato anche - ed è un "anche" grande come una casa - dalla concreazione dell'interprete: senza il rapporto dialettico tra autore e interprete, non esisterebbe nessun senso della Nona di Bruckner, perché, di fatto, non esisterebbe la Nona di Bruckner. Dunque per me è chimerico parlare di un senso "originario". Non mi dilungherò un'altra volta con questo discorso, che ho già fatto altre volte qui in Forum - probabilmente tediando più di qualche utente - ma credo che affermare che vi sia un senso insito in una composizione musicale sia una grossa presunzione - non da parte tua, sia chiaro che parlo in maniera "astratta" - oltre che una illusione. Mi scuso per la pigrizia argomentativa, poiché su certi argomenti bisognerebbe intavolare una seria discussione che probabilmente andrebbe avanti per pagine e pagine, invece io ho ribadito la mia posizione in maniera fin troppo striminzita, senza preoccuparmi di darne ragione. Confido nel vostro principio di carità!
  13. Snorlax

    Anton Bruckner

    Allora tieniti alla larga da questo boxino: Ecco, Rosbaud è mille miglia lontano dalle mie references, però trovo affascinanti le sue letture moderniste, talvolta persino irritanti nella loro sfacciata lucidità. Sicuramente è un direttore che ha saputo dire una parola nuova riguardante l'interpretazione bruckneriana, facendo tabula rasa di tutto il coté mistico-spirituale. Operazione controversa, forse non del tutto convincente, eppure quando si parla di un giocatore di serie A come Rosbaud, si percepisce fin dal primo ascolto non solo un sicuro approfondimento del testo scritto, ma anche il riportare la musica del Nostro in un chiaro disegno estetico. Di nuovo, come l'essere aristotelico, pure Bruckner si dice in molti modi. Poi, evidentemente, se devo ascoltarmi Bruckner mi rivolgo ai consolidati Dei (pure diversissimi tra loro) come Furtwangler, Jochum, Wand, Giulini etc. - una chance allo scapigliato Mehta continuo a dargliela! - tuttavia, di fronte ad una visione così schietta e senza compromessi come quella di Rosbaud, mi tolgo il cappello!
  14. Snorlax

    Anton Bruckner

    Amici, confesso che mi trovo in profondo disaccordo con entrambi. E va bene così, è giusto che vi sia un po' di eterogeneità, e magari, del disaccordo, altrimenti che noia! Al contrario di voi, a me piace molto l'incisione di Mehta, perché la trovo una lettura completamente genuina, priva di risapute sovrastrutture o di pretese profondità. L'allora giovane direttore indiano - appena ventinovenne - affronta il gigantesco torso bruckneriano con tutta l'esuberanza che quell'età può avere, ed è proprio tale esuberanza a diventare la cifra interpretativa della sua lettura, che è estroversa - ma nient'affatto esteriore - ricca di contrasti, persino elettrizzante nelle sue sonorità. Dunque nessuna presunzione del solito misticismo bruckneriano et similia, ma, al contrario, una lettura diretta e abbacinante, come i colori degli ottoni della Filarmonica di Vienna, qui di una potenza rara a sentirsi. E' una Nona, come già dicevo, scolpita a ferro e fuoco, piena di passione, quasi carnale, materica, praticamente priva di qualsiasi alone spirituale. Nel rigoglio dei venti/trent'anni Mehta non bara, e fa semplicemente quello che può fare meglio: fa sé stesso, dando così alla luce una grandissima prova interpretativa. Io spesso sono stato convinto che certi capolavori vadano masticati lungamente, per anni, per decenni, prima di essere eseguiti: Mehta, forse, costituisce l'eccezione a questa mia convinzione. D'altronde pure Furtone nostro aveva esordito nel mondo della direzione proprio col canto del cigno bruckneriano! Peccato che Mehta non sia più riuscito a bissare questa esperienza, scadendo - mi riferisco a Bruckner ma non solo - spesso nella routine, talvolta anche di cattivo artigianato.
  15. Igor Stravinskij, Concerto per due pianoforti soli, Alfons & Aloys Kontarsky E' sempre un immenso piacere intellettuale ascoltare i fratelli Kontarsky. Questo va in dedica a @Madiel, @Majaniello, @superburp, @Ives, e, ovviamente, a chi gradisce...
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