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Ives

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  1. E' un'edizione che possedevo, ma che ho cestinato quasi subito. Escluso Gedda, che è un Arnold notevolissimo, virtuosistico e aggressivo come non mai (e poi è sempre un piacere sentirlo cantare in francese) e con un timbro ancora piuttosto saldo, il resto del cast è mediocre, compresa la lagnosa Caballè (complessivamente solo dignitosa) e un Bacquier piuttosto problematico, rozzo e monocorde. I comprimari non si coprono di gloria, anzi, sono tutti o quasi pessimi, affidati a cantanti di terz'ordine in ruoli ardui anzichenò (Mesplé e Cassinelli, Taillon e Howells, Burles e Herinckx...). Gardelli è corretto, accompagna con raffinatezza i cantanti e gli si deve riconoscere senz'altro l'approccio primario al testo francese, che è ben più entusiasmante della versione italiana, ma, come al solito, non va oltre la consueta "ordinaria amministrazione". La concertazione di Muti (Philips) è di gran lunga superiore. Ma, alla fine della fiera, l'edizione più equilibrata rimane, per me, quella DECCA di Chailly.
  2. E' un nome che non ho mai incontrato ma, come dice un antico detto popolare, "non si finisce mai di imparare".
  3. Anche io ti dico Muti (Brilliant o EMI) o in alternativa Ashkenazy (Decca), anche perchè, devo ammettere, non so chi sia l'altro direttore. Per il "Poème" e "Prométhée" puoi trovare ottime incisioni singole, per esempio Boulez (DGG o Sony), Maazel (Decca) o Sinopoli (DGG).
  4. Su 5 CD, secondo me, 2 1/2 sono validi (concerti, opere da camera e qualche balletto). Il resto è, più o meno, anonimo.
  5. Purtroppo, secondo me, in questo box dal livello complessivamente molto valido, il "Gloria" e lo "Stabat Mater" hanno ricevuto un trattamento alquanto tiepido e incolore. Charles Dutoit stacca tempi troppo lenti, fraseggia rozzamente e con molta rigidità, rendendo queste opere troppo tetre e seriose, direi quasi "spente" nella mancanza totale di colori, passioni, lucentezza e tensione espressiva, tipiche della musica di Poulenc. Il coro della radio francese poi è mediocre come sempre (neanche "titani del podio" come Karajan e Bernstein riuscirono ad elevare il livello di questa compagine corale). L'audio poco dettagliato non aiuta neanche. Atmosfere ben più effervescenti riescono a creare, invece, nei medesimi lavori sacri, Seiji Ozawa (DGG) e Richard Hickox (Virgin).
  6. Ives

    Philip Glass

    Conosco solo le musiche scritte da Philip Glass per i due documentari di Godfrey Reggio, "Koyaanisqatsi" e "Powaqqatsi". Una specie di jazz-rock sinfonico mistico-corale che, nel caso specifico, si adatta molto bene alle immagini proposte, che si riferiscono a molteplici aspetti della civiltà occidentale. L'ampio ricorso al rallentatore, al teleobiettivo, all'accelerazione, rivelano, in accordo con la martellante partitura, aspetti inquietanti della vita umana sulla Terra. Almeno questo credo sia il messaggio che i due autori volevano trasmettere: [media]http://www.youtube.com/watch?v=LFBijDU8PpE Ecco, non so quanto questa modalità di composizione, diciamo ipnotica, possa essere spendibile in forme più complesse (ma sicuramente per Glass lo è stato, visto che ha composto anche opere liriche, concerti e quant'altro). Sicuramente resta affascinante l'utopia di una musica che possa proseguire all'infinito, che di fatto però non va da nessuna parte (perchè è questa la sensazione che mi procura, così d’emblée).
  7. Rattle-mania...anche se avevo già qualche CD singolo:
  8. Il complesso vocale inglese "The Sixteen" canta tutte le opere per coro a cappella di Poulenc, sia sacre sia profane, "a regola d'arte". C'è da dire che "Figure Humaine" è un capolavoro del genere.
  9. Mi autocito: Possiedo l'integrale ONDINE curata dal pianista finlandese Matti Raekallio: L'unanimità della critica riguardo l'estrema bontà di questa integrale delle sonate per pianoforte di Prokofiev, ha una sua ragione d'essere ben precisa. Le oggettive qualità pianistiche di Raekallio, pulizia, velocità e potenza di suono, appaiono esaltate ai massimi livelli da un assoluto controllo tecnico e della forma (spesso molto libera in Prokofiev), un'impressionante coesione del discorso musicale, delineato sempre con grande lucidità e un equilibrio maniacale tra virtuosismo e costruzione polifonica, accenti intimistici e drammatici e sonorità percussive. Ottimo l'audio. E' un'integrale di pregio, senza dubbio. Bronfman (Sony) mi è ignoto ma è un pianista tecnicamente fantastico, con un bel suono molto compatto e accurato. Andando ad analizzare invece l'interpretazione delle singole Sonate, possiamo trovare registrazioni notevoli, per esempio di Richter (n. 2, 4, 6, 7, 8, 9), Gilels (n. 2, 3, 8) o anche altri come Horowitz, Argerich (la settima), Pogorelich (una splendida sesta). Esistono poi registrazioni anche di Ashkenazy (n. 6, 7, 8), Sokolov (n. 7, 8), Pollini (n. 7), Gavrilov (n. 3,7,8), decisamente riuscite, anche se forse meno caratterizzanti rispetto a quelle dei pianisti sopra citati. Antheil ebbe a dire: A quanto pare l'integrale di Raekallio la ristampano a maggio, quindi aspetterò di vedere il prezzo di lancio prima di prendere una decisione.
  10. Premesso che anch'io prediligo il mezzo-soprano, purchè non sia eccessivamente matronale nel timbro, così come il soprano non sia troppo fanciullesco, è pur vero che questo ciclo di "mélodies" è stato cantato indistintamente da soprani, tenori e baritoni (a volte anche qualche controtenore). Dipende, secondo me, anche dal timbro che si vuole ascoltare. E' poi anche questione d'interpretazione perchè si può accentuarne il carattere specifico, mettendo in contrasto la ballata tempestosa con l'onirica visione; oppure si può inseguire, l'ansia dell'inafferrabile, che si sprigiona da parole anche liete, diafane, dalla natura, da un sogno. Per quanto riguarda la cosidetta "birra nelle corde vocali", è sempre difficile convincersi che, nel repertorio francese, l'elocuzione è spesso più importante della semplice emissione vocale (che deve essere comunque sempre corretta e adeguata al brano, ovvio), diciamo pure la parola più della musica. E' anche in queste finezze vocali, in questi tremiti della voce, che risiede la più profonda sensibilità musicale francese. Qualità specifiche che, purtroppo andate perdute con l'eclissarsi della scuola francese di canto classica, ho ritrovato al sommo grado nell'interpretazione della Gens: [media]http://www.youtube.com/watch?v=lMsUsdixvJM&feature=watch_response_rev Grazie a te per lo scambio d'opinioni.
  11. Indubbiamente, un "classico". Una versione moderna differente ma altrettanto valida è, secondo me, quella di Véronique Gens che, nonostante possieda un minor peso vocale, mostra una gamma emotiva e di sfumature coloristiche di profonda sensibilità, calibrata su un'attenzione certosina all'elocuzione e alla "finezza del fonema" quantomai fondamentali nel repertorio francese (si ascolti, ad esempio, l'enunciazione estatica sulle parole "j'arrive de Paradis" in "Le Spectre de la Rose", di splendida lucentezza). Una flessibilità vocale di inesauribile ricchezza e un'adeguata densità di linguaggio, unite a una sensibilità musicale stroardinaria, pongono la presente edizione del 2001 accanto alle migliori registrazioni di questo ciclo di liriche. Raffinatisssimo anche l'accompagnamento di Louis Langrée con un'Orchestre de l'Opera de Lyon dai timbri delicati e fluttuanti:
  12. Stokowski eseguì (e registrò) solo due sinfonie mahleriane, la Seconda (in studio con la LSO e poi live alla Royal Albert Hall con la Baker) e l'Ottava (un live alla Carnegie Hall, con audio un pò congestionato). Le sue due letture colgono abbastanza bene taluni aspetti della grandiosità mahleriana, del suo gusto sonoro, soprattutto di quell'enfasi dionisiaca che per certi versi accomunava tutti gli appartenenti al cosiddetto "gruppo Pernerstorfer". Sono esecuzioni, secondo me, che hanno una loro valenza quasi del tutto storica o a livello di curiosità (visto anche le numerose alternative che la discografia propone).
  13. Le Sonate del Rosario sono uno dei vertici della musica strumentale barocca. Fortunatamente sono molto rappresentante in CD, grazie a una discografia nel complesso di buon livello. Si tratta di composizioni tecnicamente complesse, dense di implicazioni simboliche e retoriche, spesso poco accessibili a noi uomini del XXI secolo. Secondo me, richiedono un'esecuzione assorta, morbida, più "parlante" che "squadrata": tutto l'opposto, insomma, della prova fornita da Goebel, troppo "ruvida" e brusca. Avevo la sua incisione, ma sinceramente non sono mai riuscito a farmela piacere: troppo aspra e "tagliata con l'accetta", per i miei gusti. Sarò uno dei pochi che apprezza quest'incisione HM, ma ho trovato il mio riferimento proprio in Andrew Manze. La sua esecuzione è spesso contrassegnata da tempi lentissimi, da atmosfere rarefatte ai limiti dell'impalpabile: più misticismo e suggestioni sacrali che "teatro degli affetti", tanto per capirci, ma comprendo bene che può non piacere a tutti, proprio per queste sue scelte interpretative.
  14. Questa di Böhm dal vivo non la conosco (a dire il vero neanche quella in studio DGG). Se vuole un'edizione "storica", questa, a mio avviso, è un capolavoro (costa poco e l'audio è buono) pur con i suoi "difetti": Altrimenti, ci sono le "solite" Nilsson/Solti (Decca) o Marc/Sinopoli (DGG). Mitropoulos lo ignoro.
  15. La domanda sorge spontanea: riuscirà mai ad ascoltarla tutta? Ultimi arrivi:
  16. Di quella diretta da Solti ne ho un vago ricordo (la trasmise in illo tempore il canale ARTE). Rammento però un Thomas Moser molto opaco nel ruolo di "Der Kaiser". Era proprio la negazione del personaggio: brutto, saccente, sfocato vocalmente e con i modi forbiti dell'intellettualoide un po' dandy. Di contro c'erano una Studer e una Lipovsek molto affiatate: ruoli ben cantati (qualche acuto a parte), sfumano, colorano, accentano, recitano, insomma tutto molto professionale, come è nelle loro corde. C'era poi la Marton, come al solito molto caricaturale. Concertazione intensa, precisa, elegante di Solti che pare amasse molto quest'opera (e che opta per la versione senza tagli). Dell'edizione Sawallisch non so nulla.
  17. Sono d'accordo, però a volte si risparmia rispetto all'acquisto dei singoli CD. Comunque, ho preso questi (ecco nel primo, ad esempio, i libretti delle opere e i testi dei lieder non sono presenti):
  18. Una delle opere di maggior respiro di Michael Tippett, che si ispira a Herschel Grynszpan, nonchè forte testimonianza del pacifismo dell'autore. L'edizione è buona anche se la "vecchia" Philips del '75 sempre diretta da Sir Colin Davis offre una lettura dal maggiore slancio drammatico e solisti più in forma, tra i quali la Baker e la Norman. A suo modo, un classico. Come qualità acustica della registrazione e livello tecnico dei cori è meglio la terza versione, però. Esiste anche un Davis-II (del 2003) con i complessi di Dresda ma lo ignoro:
  19. Prego. Si, ricordo anch'io di aver visto una consolle d'organo (sulla destra dell'altare) nel film senza nessuno che stia suonando.
  20. L'ho acquistato anch'io ed è un SACD (ma in negozio, però).
  21. Prendilo! E' una delle registrazioni di riferimento per "The Planets" assieme a quelle di Dutoit (Decca), Mehta (Decca), Karajan (DGG), Boult (EMI). Le prime tre eccelgono anche per qualità acustica della registrazione. Recentemente ho acquistato questo CD con alcuni brani orchestrali, ma ancora lo devo sentire: Altro non conosco di Holst.
  22. In Liszt, ad esempio, la Rapsodia ungherese n. 15 è basata sul tema della "Rákóczi March" scritta a metà del '700 da un autore minore per celebrare le gesta del principe di turno: [media]http://www.youtube.com/watch?v=mvvb7oQSxgA Stesso tema rielaborato da Berlioz nella sua "Damnation de Faust" durante la scena in Ungheria appunto: [media]http://www.youtube.com/watch?v=8yFU8SikrKA
  23. In realtà, in entrambi i casi, ci si trova di fronte soltanto a un libero trattamento di melodie colte, ma popolarmente ben note, non più vecchie di 70-80 anni. La vera riscoperta del patrimonio musicale folklorico magiaro avvenne successivamente.
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