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Ieri ho sentito Batiz che ha suonato la Patetica di Beethoven, la 2.a sonata e la Polacca op.53 di Chopin (più il primo movimento della sonata facile di Mozart, il finale dei Quadri di Mussorgskij ed un pezzo certamente di Schumann che non conoscevo).

Non pensavo, mi è sembrato un interprete solido, che ha un'idea ben precisa della struttura del pezzo. I tempi in Beethoven erano tendenzialmente lenti, con alcuni ritardi più romanticheggianti inseriti con senso della misura.

Visto lo stile mostrato con Beethoven, Chopin doveva essere ancora meglio ed in effetti così è stato (per quanto non sia un grande amante di Chopin, in particolare mi infastidisce il finale della sonata).

Belli anche i bis (giusto i Quadri eseguiti un po' superficialmente). Tecnicamente ci sono stati un po' di punti sporchi, ma vista la sua attività prevalentemente da direttore e le condizioni fisiche (ha 74 anni, ma gliene avrei dato più di 80, sarà stato che è stato a giocherellare con la dentiera tutto il tempo) ci sta.

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1 ora fa, superburp dice:

Ieri ho sentito Batiz che ha suonato la Patetica di Beethoven, la 2.a sonata e la Polacca op.53 di Chopin (più il primo movimento della sonata facile di Mozart, il finale dei Quadri di Mussorgskij ed un pezzo certamente di Schumann che non conoscevo).

Non pensavo, mi è sembrato un interprete solido, che ha un'idea ben precisa della struttura del pezzo. I tempi in Beethoven erano tendenzialmente lenti, con alcuni ritardi più romanticheggianti inseriti con senso della misura.

Visto lo stile mostrato con Beethoven, Chopin doveva essere ancora meglio ed in effetti così è stato (per quanto non sia un grande amante di Chopin, in particolare mi infastidisce il finale della sonata).

Belli anche i bis (giusto i Quadri eseguiti un po' superficialmente). Tecnicamente ci sono stati un po' di punti sporchi, ma vista la sua attività prevalentemente da direttore e le condizioni fisiche (ha 74 anni, ma gliene avrei dato più di 80, sarà stato che è stato a giocherellare con la dentiera tutto il tempo) ci sta.

e cioè ? :o:D

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35 minuti fa, giobar dice:

E cioè si era dimenticato di passare in farmacia...

orasiv-super-polvere-adesiva-per-protesi

:lol:

santo cielo!!! :ph34r:

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3 minuti fa, Madiel dice:

santo cielo!!! :ph34r:

Scusa, non hai mai avuto a che fare con persone anziane (ma anche appena 50enni con problemi dentari) sciatte nel gestire la loro dentiera o - purtroppo per loro e per i loro interlocutori - insofferenti agli adesivi? C'è persino la conduttrice di un'interessante trasmissione radiofonica di Rai3 con quel problema e quando parla è davvero una sofferenza starla a sentire :confused:

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2 ore fa, giobar dice:

Scusa, non hai mai avuto a che fare con persone anziane (ma anche appena 50enni con problemi dentari) sciatte nel gestire la loro dentiera o - purtroppo per loro e per i loro interlocutori - insofferenti agli adesivi? C'è persino la conduttrice di un'interessante trasmissione radiofonica di Rai3 con quel problema e quando parla è davvero una sofferenza starla a sentire :confused:

no, in genere hanno tutti i denti e quelli finti se li tengono ben piantati in bocca. Esistono pure le protesi fisse eh... :cat_lol: Piuttosto è strano il contesto, inatteso per delle dentiere giocherellone, è un particolare che me lo rende simpatico :cat_lol:

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7 ore fa, Madiel dice:

no, in genere hanno tutti i denti e quelli finti se li tengono ben piantati in bocca. Esistono pure le protesi fisse eh... :cat_lol: Piuttosto è strano il contesto, inatteso per delle dentiere giocherellone, è un particolare che me lo rende simpatico :cat_lol:

A vederlo un po' mi fa simpatia, un po' mi schifa, a pensare che da un momento all'altro se si sbaglia la può sputacchiare :D (se non sbaglio Paul Anka in un concerto perse la dentiera cantando, ma penso che sia stato un difetto di adesivo perchè cantare con i denti ballerini non lo vedo semplice :D).

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Mischa Maisky e le suites n. 3, 2 e 6 di Johann Sebastian Bach

La sintesi del concerto è negli occhi lucidi e sbalorditi, nel sorriso da un orecchio all'altro e nella frase che ci rivolge una giovane signora della fila davanti mentre io e mia moglie ci spelliamo le mani e gridiamo "bravo!" dopo l'ultimo bis: "ma quanto è bravo?". Sì bravo a rendere magnetica l'atmosfera di una grande sala strapiena, ad avvinghiare in un silenzio ascetico e stupefatto davanti al nudo Bach per violoncello solo un pubblico tradizionalista e spesso chiassoso, ad incantare, con foga e dolcezza insieme, cesellando le frasi in modo così naturale, fluido e vivo  da far pensare che egli sia nato con l'archetto in mano. Impossibile richiamare tutte le perle di un'avventura sonora così intensa. Su tutto, forse, la magia degli effetti d'eco del preludio della suite n. 6, con cui Maisky riusciva a spostare l'ascoltatore in una dimensione cosmica. Di fronte a una esperienza di musica tanto cogente e inclusiva è fuori luogo fare confronti con altre interpretazioni, chiedersi se e in che misura Maisky si sia sintonizzato con le letture filologiche, obiettare che questo o quell'altro movimento io lo "sentivo" diversamente. Il concerto di ieri sera, nell'esplosività del suo immenso e catartico "qui e ora", porta a dire, sommessamente, che certe sparate di Celibidache non erano poi così stravaganti. Nel suo porsi in modo discreto e garbato al pubblico, l'unica concessione di Maisky allo spettacolo è nel vezzo di cambiare il largo camicione di seta dopo ogni suite: il primo era bianco coi polsini neri, il secondo nero con poche righine argentate e il terzo blu elettrico. Altra nota di colore: il piccolo asciugamano nero che usava ogni tanto per tergersi il sudore abbondante e per asciugare poi il prezioso violoncello con la stessa tenerezza con cui si asciuga la testa di un bambino dopo la doccia.

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24 minuti fa, giobar dice:

Mischa Maisky e le suites n. 3, 2 e 6 di Johann Sebastian Bach

La sintesi del concerto è negli occhi lucidi e sbalorditi, nel sorriso da un orecchio all'altro e nella frase che ci rivolge una giovane signora della fila davanti mentre io e mia moglie ci spelliamo le mani e gridiamo "bravo!" dopo l'ultimo bis: "ma quanto è bravo?". Sì bravo a rendere magnetica l'atmosfera di una grande sala strapiena, ad avvinghiare in un silenzio ascetico e stupefatto davanti al nudo Bach per violoncello solo un pubblico tradizionalista e spesso chiassoso, ad incantare, con foga e dolcezza insieme, cesellando le frasi in modo così naturale, fluido e vivo  da far pensare che egli sia nato con l'archetto in mano. Impossibile richiamare tutte le perle di un'avventura sonora così intensa. Su tutto, forse, la magia degli effetti d'eco del preludio della suite n. 6, con cui Maisky riusciva a spostare l'ascoltatore in una dimensione cosmica. Di fronte a una esperienza di musica tanto cogente e inclusiva è fuori luogo fare confronti con altre interpretazioni, chiedersi se e in che misura Maisky si sia sintonizzato con le letture filologiche, obiettare che questo o quell'altro movimento io lo "sentivo" diversamente. Il concerto di ieri sera, nell'esplosività del suo immenso e catartico "qui e ora", porta a dire, sommessamente, che certe sparate di Celibidache non erano poi così stravaganti. Nel suo porsi in modo discreto e garbato al pubblico, l'unica concessione di Maisky allo spettacolo è nel vezzo di cambiare il largo camicione di seta dopo ogni suite: il primo era bianco coi polsini neri, il secondo nero con poche righine argentate e il terzo blu elettrico. Altra nota di colore: il piccolo asciugamano nero che usava ogni tanto per tergersi il sudore abbondante e per asciugare poi il prezioso violoncello con la stessa tenerezza con cui si asciuga la testa di un bambino dopo la doccia.

Ti invidio. Se viene a Roma andrò ad ascoltarlo sicuramente.

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On 19/2/2017 at 19:10, giobar dice:

Mischa Maisky e le suites n. 3, 2 e 6 di Johann Sebastian Bach

La sintesi del concerto è negli occhi lucidi e sbalorditi, nel sorriso da un orecchio all'altro e nella frase che ci rivolge una giovane signora della fila davanti mentre io e mia moglie ci spelliamo le mani e gridiamo "bravo!" dopo l'ultimo bis: "ma quanto è bravo?". Sì bravo a rendere magnetica l'atmosfera di una grande sala strapiena, ad avvinghiare in un silenzio ascetico e stupefatto davanti al nudo Bach per violoncello solo un pubblico tradizionalista e spesso chiassoso, ad incantare, con foga e dolcezza insieme, cesellando le frasi in modo così naturale, fluido e vivo  da far pensare che egli sia nato con l'archetto in mano. Impossibile richiamare tutte le perle di un'avventura sonora così intensa. Su tutto, forse, la magia degli effetti d'eco del preludio della suite n. 6, con cui Maisky riusciva a spostare l'ascoltatore in una dimensione cosmica. Di fronte a una esperienza di musica tanto cogente e inclusiva è fuori luogo fare confronti con altre interpretazioni, chiedersi se e in che misura Maisky si sia sintonizzato con le letture filologiche, obiettare che questo o quell'altro movimento io lo "sentivo" diversamente. Il concerto di ieri sera, nell'esplosività del suo immenso e catartico "qui e ora", porta a dire, sommessamente, che certe sparate di Celibidache non erano poi così stravaganti. Nel suo porsi in modo discreto e garbato al pubblico, l'unica concessione di Maisky allo spettacolo è nel vezzo di cambiare il largo camicione di seta dopo ogni suite: il primo era bianco coi polsini neri, il secondo nero con poche righine argentate e il terzo blu elettrico. Altra nota di colore: il piccolo asciugamano nero che usava ogni tanto per tergersi il sudore abbondante e per asciugare poi il prezioso violoncello con la stessa tenerezza con cui si asciuga la testa di un bambino dopo la doccia.

Ma come mai leggo spesso che è calato? Da quanto dici non si direbbe. O è discontinuo?

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43 minuti fa, superburp dice:

Ma come mai leggo spesso che è calato? Da quanto dici non si direbbe. O è discontinuo?

A 69 anni d'età non escludo che possa essere discontinuo per ragioni anagrafiche o che possa patire la fatica di una carriera ormai cinquantennale.  Nel concerto dell'altra sera è stato pressoché perfetto tecnicamente, a parte 4 o 5 suoni sporchi nei passaggi più virtuosistici della suite n. 6: nulla rispetto al livello stratosferico complessivo della sua prestazione.

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Riporto gli ultimi due concerti che ho ascoltato questa settimana.

Mercoledì ho sentito un concerto di musica da camera con Enrico Pace ed altri solisti suonare i quartetti per pianoforte e archi di Mahler, Fauré (n. 1) e Brahms (n. 1).

Il quartetto di Mahler lo conoscevo, è un pezzo giovanile molto interessante, ha uno sviluppo per nulla banale ed un'atmosfera cupa portata con coerenza lungo tutto il brano che è comunque molto compatto, a dispetto di come diverrà Mahler crescendo (anche se per me alla fine della sua vita riuscirà a coniugare lunghezza e densità insieme).

Il quartetto di Fauré è molto brahmsiano nel primo movimento, ma dopo un bell'inizio si perde un po'. Il movimento migliore resta lo scherzo secondo me, anche se sono dell'idea che un altro compositore (Mendelssohn) avrebbe saputo sfruttare meglio l'idea iniziale molto graziosa.

Il quartetto di Brahms è cosa nota, molto bello. Non mi ha convinto l'esecuzione del finale dove, immagino per esaltare il carattere zingaresco, tra un episodio e l'altro del rondò facevano una pausa, rendendolo quasi rapsodico.

Per il resto mi son sembrati bravi, specie Pace che ha una bella varietà di suoni e grande facilità digitale. Il violoncellista è quello che si sentiva meno, non so se per questioni di acustica della sala (e del mio posto) o per una certa timidezza sua.

 

Venerdì ho invece ascoltato il primo dei concerti sinfonici organizzati qui a Latina dal conservatorio, in programma il 2° concerto di Rachmaninov e la sinfonia Dal nuovo mondo.

Come uno o due anni fa è venuto come solista Alberto Nosè e come allora mi è piaciuto molto. Secondo me meriterebbe maggior fama. È un pianista solido: una bella tecnica, bel suono, bella musicalità, ottimamente integrato con l'orchestra (merito anche del direttore evidentemente). Certo, andrebbe ascoltato in altro repertorio (l'altra volta suonò il primo di Ciaicovskij, stavolta Rach, siamo lì) o meglio ancora da solista. Ha anche fatto un bis, ma non so cosa fosse e sembrava qualcosa di "poppeggiante".

La sinfonia Dal nuovo mondo è stata un altro piacevolissimo ascolto per l'interpretazione del direttore (Benedetto Montebello), molto attento a sottolineare con brevi rallentamenti i temi "americani". Si è preso quindi delle libertà, ma li ha saputo fare bene, anche perché è una musica che lo consente.

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L'altro giorno ho finalmente ascoltato dal vivo Paavo Järvi al Parco della musica. In programma Bartok (suite di danze e secondo concerto per violino con Kavakos)e la seconda di Brahms.

Gran bel concerto, Paavo è sicuramente un gran concertatore, l'orchestra ha suonato molto bene.

Anche per le esecuzioni il livello è stato ottimo.

La suite in realtà non mi sembra uno dei pezzi più interessanti di Bartok, mentre il concerto è stato molto bello anche per merito di Kavakos (anche se è un pezzo che conosco non benissimo - che poi ho visto che in questi casi ascolto meglio se.chiudo gli occhi -).

Brahms anche mi è piaciuto, suonato con piglio "aggressivo" come piace a me. Giusto nel secondo movimento ha trattenuto lo slancio del tema, ma per come ha eseguito tutto il movimento funzionava.

Quindi complimenti a Paavo (per la gioia di Kovskij).

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Ieri sera c'è stato il concerto di Pasqua dell'orchestra del conservatorio di Latina con musiche sacre di Mozart (Ave verum, Te Deum, Exultate jubilate ed un altro pezzo per coro e archi e poi il Magnificat di Vivaldi).

La cosa più bella, anche se sembra una battuta, è stata l'acustica della sala. Nel senso che il teatro dove si fanno i concerti è un teatro di prosa con un'acustica molto secca, poco adatta alla musica (il suono sparisce subito senza il minimo riverbero). Ieri qualche anima pia ha risolto il problema con un minimo di amplificazione che dava quel riverbero necessario.

Inoltre non riesco a capire se il suono dell'orchestra, migliore delle altre volte soprattutto negli archi, sia stato dovuto a questo intervento o anche al fatto che erano tutte facce nuove (non so spiegarmi questo cambio totale, eppure non c'era scritto da nessuna parte che si trattasse di un rinforzo esterno, perchè i fiati li ho riconosciuti).

Fatto sta che per la prima volta mi son goduto il concerto senza rammaricarmi dell'acustica, al punto che mi son goduto più la parte "tecnica" che i pezzi in sè :D (che eran ben suonati e ben diretti).

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Teodor Currentzis - MusicAeterna - Alexander Melnikov (fortepiano)

FerraraMusica, 10 Aprile 2017

Mozart: Sinfonia N.25, Concerto K466 - Beethoven: Sinfonia N.3

Il concerto rappresentava una delle prime uscite in Italia dell’orchestra MusicAeterna con il proprio “creatore”, Teodor Currentzis. “Creatore” è un termine voluto, in quanto oltre ad esserne stato il fondatore (nel 2004), Currentzis ha plasmato ogni orchestrale, ogni sezione dell’orchestra, portando in essa la sua personalissima visione del fare musica. Currentzis è una personalità forte, emergente, innovatrice, che ha come fondamento l’idea di eseguire il repertorio con gli strumenti d’epoca, cercando tuttavia una sorta di svecchiamento, quasi di destrutturazione, per uscire dalla routine sicuramente ma anche per ricercare elementi ormai perduti da tempo e sepolti da veli e veli di polverosa abitudine all’uguale. L’orchestra suona inoltre in piedi e questo, nell’intenzione di Currentzis, deve consentire maggiore immedesimazione da parte degli orchestrali, rendendoli liberi di suonare anche con il corpo.

Tutto questo si unisce al gesto di Currentzis, che non si può certo definire elegante, ma che rientra nella collettiva esecuzione come un unicum del tutto naturale. Raramente l’uso delle mani si adegua al mero battere del tempo. E’ sempre espressione, guida per gli orchestrali e per il pubblico medesimo. Gli sguardi possono sembrare quelli del direttore-dittatore, spesso fulminei, ma anche dolci e complici verso il proprio collettivo strumento. A fronte di questo la reazione di chi lo vede per la prima volta è inizialmente di perplessità, ma bastano poche battute per esserne catturati. Il magnetismo e il senso del racconto della musica che si sta eseguendo arrivano all’ascoltatore, che quindi si ritrova catapultato in un’esperienza bi-sensoriale, dove ascolto e vista si uniscono a cogliere aspetti mai uditi e mai visti in sala da concerto.

Detto questo, il concerto si è aperto con la straordinaria e notissima Sinfonia k185 di Mozart. Opera giovanile, resa celebre dal film “Amadeus”, rivela la genialità e lo spirito ribelle del salisburghese. L’incipit è indiavolato e tutto il primo movimento intriso di contagiosa energia. Harnoncourt docet, non siamo lontani da quella visione musicale. I tempi procedono rapidi, sebbene non vengano tralasciati momenti di rilassamento e di delicatezze sonore.

A seguire è stato proposto il Concerto k466, anche questa pagina notissima. Serve qui aggiungere che la scelta esecutiva volge all’uso del fortepiano, in totale coerenza con l’assetto orchestrale. E il fortepiano è’ elemento dell’orchestra, non davanti ad essa. Esecutore ne è Alexander Melnikov, già in sintonia con Currentzis a seguito di precedenti collaborazioni. Il suono è ovviamente più delicato, a volte si confonde con l’orchestra, ma nel complesso è abile Currentzis a dare spazio sonoro ai momenti chiave della partitura fortepianistica. Melnikov da par suo si immedesima nel ruolo di orchestrale aggiunto con ruolo di prima parte. Il risultato è di grande coesione musicale.

La seconda parte del concerto prevedeva la Sinfonia N.3 “Eroica” di Beethoven. Anche qui orchestra in piedi, allargata rispetto alla prima parte mozartiana. Bastano le prime due frustrate con cui la sinfonia inizia per rendersi conto delle intenzioni. I tempi sono rapidi, probabilmente molto vicini al metronomo beethoveniano messo recentemente in luce dall’edizione di Riccardo Chailly. Ma non è una questione di tempi soltanto. Sono accenti e dettagli a non finire che Currentsiz ci porta a conoscere, sorprendendoci ancora e spesso. Uno su tutti, i sei accordi ribattuti degli archi nel primo movimento, che sono normalmente eseguiti tutti uguali in forte: qui Currentzis li diversifica portandoli da piano al mezzo-forte al forte e al fortissimo. Qualunque sia la “verità esecutiva”, questa non può non sembrare tale. Geniale! La Marcia funebre non poteva che essere da meno. Nulla a che vedere con un triste funerale dell’eroe: c’è si l’aspetto funebre e solenne, ma nel contempo ci parla dei momenti dolci, dei momenti di passione dell’eroe, quasi come uno straussiano Heldenleben in miniatura. Scherzo e Finale diventano a seguire il rutilante epilogo della sinfonia, con i corni in evidenza.

Il trionfo tributato dal pubblico convince Currentzis e i suoi ad un immancabile bis, l’Ouverture dalle “Nozze di Figaro” mozartiane. Come nella recente incisione dell’opera il ritmo e il divertimento la fanno da padroni in un’esecuzione tutta d’un fiato di una brillantezza unica.

Può la musica classica diventare rock, addirittura suonandola con strumenti originali? La risposta è chiaramente si, con Currentzis e i suoi ragazzi. Il problema ora diventiamo noi, il pubblico: vogliamo lasciarci portare in mondi nuovi o preferiamo gli appigli sicuri dei grandi maestri del passato (e anche di oggi)? Ci sarà di sicuro chi dirà che questo non è il modo con cui si suonano Mozart o Beethoven. Ebbene, chiediamo a queste persone se erano là, più di 200 anni fa, aa ascoltare gli originali e poi – certi di sentire indubbi borbottii a risposta – torniamo a riascoltare Currentzis (o chiunque altro voglia sfidare coraggiosamente i detentori della Tradizione) e cerchiamo di utilizzare nuove orecchie, lasciandoci sorprendere. Solo così la musica classica può avere un futuro ed accogliere giovani ascoltatori.

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47 minuti fa, Steclassico dice:

Teodor Currentzis - MusicAeterna - Alexander Melnikov (fortepiano)

FerraraMusica, 10 Aprile 2017

Mozart: Sinfonia N.25, Concerto K466 - Beethoven: Sinfonia N.3

Il concerto rappresentava una delle prime uscite in Italia dell’orchestra MusicAeterna con il proprio “creatore”, Teodor Currentzis. “Creatore” è un termine voluto, in quanto oltre ad esserne stato il fondatore (nel 2004), Currentzis ha plasmato ogni orchestrale, ogni sezione dell’orchestra, portando in essa la sua personalissima visione del fare musica. Currentzis è una personalità forte, emergente, innovatrice, che ha come fondamento l’idea di eseguire il repertorio con gli strumenti d’epoca, cercando tuttavia una sorta di svecchiamento, quasi di destrutturazione, per uscire dalla routine sicuramente ma anche per ricercare elementi ormai perduti da tempo e sepolti da veli e veli di polverosa abitudine all’uguale. L’orchestra suona inoltre in piedi e questo, nell’intenzione di Currentzis, deve consentire maggiore immedesimazione da parte degli orchestrali, rendendoli liberi di suonare anche con il corpo.

 

Tutto questo si unisce al gesto di Currentzis, che non si può certo definire elegante, ma che rientra nella collettiva esecuzione come un unicum del tutto naturale. Raramente l’uso delle mani si adegua al mero battere del tempo. E’ sempre espressione, guida per gli orchestrali e per il pubblico medesimo. Gli sguardi possono sembrare quelli del direttore-dittatore, spesso fulminei, ma anche dolci e complici verso il proprio collettivo strumento. A fronte di questo la reazione di chi lo vede per la prima volta è inizialmente di perplessità, ma bastano poche battute per esserne catturati. Il magnetismo e il senso del racconto della musica che si sta eseguendo arrivano all’ascoltatore, che quindi si ritrova catapultato in un’esperienza bi-sensoriale, dove ascolto e vista si uniscono a cogliere aspetti mai uditi e mai visti in sala da concerto.

 

Detto questo, il concerto si è aperto con la straordinaria e notissima Sinfonia k185 di Mozart. Opera giovanile, resa celebre dal film “Amadeus”, rivela la genialità e lo spirito ribelle del salisburghese. L’incipit è indiavolato e tutto il primo movimento intriso di contagiosa energia. Harnoncourt docet, non siamo lontani da quella visione musicale. I tempi procedono rapidi, sebbene non vengano tralasciati momenti di rilassamento e di delicatezze sonore.

 

A seguire è stato proposto il Concerto k466, anche questa pagina notissima. Serve qui aggiungere che la scelta esecutiva volge all’uso del fortepiano, in totale coerenza con l’assetto orchestrale. E il fortepiano è’ elemento dell’orchestra, non davanti ad essa. Esecutore ne è Alexander Melnikov, già in sintonia con Currentzis a seguito di precedenti collaborazioni. Il suono è ovviamente più delicato, a volte si confonde con l’orchestra, ma nel complesso è abile Currentzis a dare spazio sonoro ai momenti chiave della partitura fortepianistica. Melnikov da par suo si immedesima nel ruolo di orchestrale aggiunto con ruolo di prima parte. Il risultato è di grande coesione musicale.

 

La seconda parte del concerto prevedeva la Sinfonia N.3 “Eroica” di Beethoven. Anche qui orchestra in piedi, allargata rispetto alla prima parte mozartiana. Bastano le prime due frustrate con cui la sinfonia inizia per rendersi conto delle intenzioni. I tempi sono rapidi, probabilmente molto vicini al metronomo beethoveniano messo recentemente in luce dall’edizione di Riccardo Chailly. Ma non è una questione di tempi soltanto. Sono accenti e dettagli a non finire che Currentsiz ci porta a conoscere, sorprendendoci ancora e spesso. Uno su tutti, i sei accordi ribattuti degli archi nel primo movimento, che sono normalmente eseguiti tutti uguali in forte: qui Currentzis li diversifica portandoli da piano al mezzo-forte al forte e al fortissimo. Qualunque sia la “verità esecutiva”, questa non può non sembrare tale. Geniale! La Marcia funebre non poteva che essere da meno. Nulla a che vedere con un triste funerale dell’eroe: c’è si l’aspetto funebre e solenne, ma nel contempo ci parla dei momenti dolci, dei momenti di passione dell’eroe, quasi come uno straussiano Heldenleben in miniatura. Scherzo e Finale diventano a seguire il rutilante epilogo della sinfonia, con i corni in evidenza.

 

Il trionfo tributato dal pubblico convince Currentzis e i suoi ad un immancabile bis, l’Ouverture dalle “Nozze di Figaro” mozartiane. Come nella recente incisione dell’opera il ritmo e il divertimento la fanno da padroni in un’esecuzione tutta d’un fiato di una brillantezza unica.

 

Può la musica classica diventare rock, addirittura suonandola con strumenti originali? La risposta è chiaramente si, con Currentzis e i suoi ragazzi. Il problema ora diventiamo noi, il pubblico: vogliamo lasciarci portare in mondi nuovi o preferiamo gli appigli sicuri dei grandi maestri del passato (e anche di oggi)? Ci sarà di sicuro chi dirà che questo non è il modo con cui si suonano Mozart o Beethoven. Ebbene, chiediamo a queste persone se erano là, più di 200 anni fa, aa ascoltare gli originali e poi – certi di sentire indubbi borbottii a risposta – torniamo a riascoltare Currentzis (o chiunque altro voglia sfidare coraggiosamente i detentori della Tradizione) e cerchiamo di utilizzare nuove orecchie, lasciandoci sorprendere. Solo così la musica classica può avere un futuro ed accogliere giovani ascoltatori.

 

Currentzis è un grande! Ho avuto il piacere di suonare con lui Lady mcbeth di Shostakovich anni fa... Grandissimo artista, maniacale nei dettagli e sempre attento al carattere.

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Ieri sera ho ascoltato Tilson Thomas dirigere il concerto per due pianoforti e orchestra di Mozart (soliste le sorelle Labeque) e la 5.a di Mahler.

Mozart è stata un'esecuzione senza particolari pregi, mi aspettavo più vitalità dalle Labeque.

Il pezzo forte è stato però Mahler. La 5.a non è tra le mie preferite, ma l'esecuzione è stata bellissima, facendo percepire la complessità dell'orchestrazione mahleriana senza rendere caotico il discorso che si seguiva bene nei vari piani sonori.

Questo ha permesso di mantenere alto l'interesse durante tutta la sinfonia, nonostante qualche lungaggine del pezzo.

Esecuzione entusiasmante.

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Ho ascoltato Il viaggio a Reims all'Opera di Roma.

Premetto che avevo preso i biglietti per quel poco che avevo visto della regia di Michieletto che mi sembrava molto interessante. Dato che è stata la cosa più interessante dello spettacolo posso ritenermi molto soddisfatto. L'idea dei quadri, per quanto non si incastri granchè con la "trama", culmina nella seconda parte della serata, con la ricostruzione del quadro con l'incoronazione di Carlo X (nella prima parte devo dire c'erano stati un po' di momenti che distraevano dalla musica, ma va bene lo stesso).

L'esecuzione musicale è stata secondo me un po' moscia come direzione, specie nella prima metà. Il direttore (Montanari) non aveva la brillantezza dell'Abbado storico, rendendo piuttosto noiosi i pezzi meno movimentati. E' stato originale nell'accompagnamento al fortepiano, intervenendo ogni tanto anche durante i pezzi cantati, e partecipando allo spettacolo. Ma musicalmente l'esecuzione non mi ha convinto molto.

Sui cantanti non mi pronuncio. Mi son sembrati complessivamente bravi, anche se alcuni non reggevano contro l'orchestra a tutta forza.

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Non avevo mai sentito prima il quartetto Belcea, nemmeno in disco o su youtube, ed ero curioso di vedere se la fama era meritata. Ebbene, più che meritata: un concerto fantastico. All'inizio Haydn (quartetto Hob. 34 dall'opera 20). Forse non è il loro autore prediletto, perché c'era poco ben poco di settecentesco, ma da subito i quattro hanno messo le cose in chiaro: enorme perizia tecnica e cura certosina delle dinamiche e della timbrica. Pianissimi eterei ed esplosioni incontenibili, con attenzione a sottolineare nel modo più gustoso ogni episodio. Nel secondo tempo un lungo solo del violoncello di intensità commovente. Poi il clou della serata: primo quartetto di Ligeti. Non avrei mai immaginato che al termine di questo pezzo, sconosciuto ai più, difficile e ostico per un pubblico tradizionalista, gli esecutori potessero ricevere un'ovazione come quella cui, con entusiasmo, ho contribuito anch'io. Una capacità straordinaria di cogliere ogni microcellula del discorso, di variare i piani sonori, di evocare atmosfere in continua mutazione, con un approccio al pezzo energico, convinto, magnetico, incantatorio. Una bravura pazzesca nel far emergere e trascolorare ogni timbro possibile. Pubblico attentissimo, catturato e alla fine visibilmente felice di aver partecipato a quest'avventura sonora. All'ultimo momento ho convinto mia moglie e mia figlia a venire con me. Ora vogliono che prepari loro una playlist di Ligeti, che prima conoscevano solo da Kubrick, perché, parole loro "è un grande"!  Nella seconda parte un'esecuzione freschissima, vitaminica, trascinante dell'op. 96 di Dvorak, costellata da prodigi tecnici messi giù con assoluta nonchalance. Come bis un adagio in pianissimo di Thomas Adès che sembrava Morricone: malgrado una certa banalità del pezzo, anche qui una sbalorditiva capacità di tenere stabile la dinamica in sieme a un favoloso timbro liquescente. Il quartetto Belcea suonerà a Milano il 14 novembre: chi può vada a sentirlo.

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