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Wittelsbach

Le Nozze di Figaro: ottant'anni di storia in disco

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2 ore fa, Wittelsbach dice:

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Del nostro Cherubino si conosce solo il cognome e l'iniziale: N. Aleksandriskaya. Chissà chi era. Ce lo chiediamo, perché si tratta di un signor Cherubino

:clapping:Bravo! Come al solito, fai venir voglia di ascoltare i dischi di cui parli bene. Quanto all'interprete di Cherubino, la stessa copertina che hai inserito dice Elena (e non N.) Alexandriyskaya. Lo stesso nome si vede (malino ma si vede) sul retro di copertina che c'è su jpc:

4032250084833.jpg

Su youtube si trova una registrazione del 1946 del Convitato di Pietra di Dargomitsky, direttore Orlov, con il cast quasi uguale a queste Nozze, compresa la nostra  Alexandriyskaya.

Effettivamente, però, cercando un po' in rete, ci son tracce anche di una Nina Alexandriyskaya (soprano), che incise anche dei duetti con il grande Lemeshev.

 

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On 11/10/2017 at 10:00, Majakovskij dice:

E credo non solo lui, è evidente che il sito non viene aggiornato da una decina d'anni. Presumo che almeno qualche nuova edizione in dvd (ormai il supporto d'elezione per l'opera lirica) sia uscita negli ultimi anni. 

http://operaclass.com/catalogo/opera.asp?idioma=&idOpera=61&idCat=oc

Questo forse è più aggiornato visto che Currentzis c'è.

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On 18/10/2017 at 14:23, Majakovskij dice:

E' caratteristica comune di tutti "quei direttori lì", negli anni '30 ancora dirigevano (chi bene chi male) tutti con una certa musicalità - quantomeno in linea con i tempi staccati da tutti gli altri direttori del mondo, seppure con uno stile già inconfondibile - dai '40 cominciarono a (tra)sfigurare tutta la musica tedesca con quel piglio grazie al quale, ironia della sorte, sono diventati celeberrimi. Ricordo una Jupiter che mi fece ascoltare burpo (credo proprio del 1941) che rispondeva ancora alle caratteristiche che descrivi. L'inizio del delirio penso riflettesse proprio l'inizio dello sbandamento hitleriano, quindi attorno al '42 (Stalingrado, poi campi di sterminio ecc.), anche se la deriva vera si ebbe dopo la guerra, e per tutti gli anni '50.

Mi fa piacere che ricordi quella bella Jupiter, andrebbe diffusa maggiormente per dare a Kna quel che è di Kna.

Non sono d'accordo ovviamente con il parallelo storico-politico che fai, ma è un discorso trito e ritrito ormai :D.

On 19/10/2017 at 22:10, Wittelsbach dice:

In attesa del prossimo ascolto, dirò che il panorama, probabilmente, era assai meno monolitico di quanto asserisca, non senza un briciolo di ragione, il nostro Majakovskij. Bohm, che visse tranquillamente in Germania, aveva certo uno stile direttoriale diverso da Knappertsbusch (peraltro da sempre antipatizzante dell'establishment nazi) e Furtwangler. Stesso discorso per Elmendorff, per Robert Heger, o per figure di minor spicco come Rother, Bernhard Zimmermann e altri. Insomma, sono più restio a connotare una generalizzazione di questo tipo, stando a quello che si può sentire. Proprio nel senso che queste "eccezioni estetiche" erano proprio tante! Sarà mica che magari non erano così eccezioni, e che semplicemente ci fossero direttori di diverse sensibilità, senza necessariamente collegare la cosa ad altro? Non so, lo dico esaminando globalmente quello che conosco degli antichi direttori austrotedeschi.

Ecco, ha risposto Wittel per me.

Comunque questa conversazione è molto interessante, per quanto devo confessare che alle Nozze preferisco il Don Giovanni.

Aspetto la recensione delle edizioni che ho (Reiner dal vivo con Siepi e Valdengo, la famosa in studio di Kleiber sr. con Siepi, il dvd di Böhm/Ponnelle e Furt in tedesco - decisamente meno riuscita del suo Don Giovanni, ma era prevedibile -), per capire cosa ne pensi.

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1 ora fa, superburp dice:

Mi fa piacere che ricordi quella bella Jupiter, andrebbe diffusa maggiormente per dare a Kna quel che è di Kna.

Non sono d'accordo ovviamente con il parallelo storico-politico che fai, ma è un discorso trito e ritrito ormai :D.

ho spostato la risposta in un topic adatto, così non inquiniamo il bel flusso di recensioni di Witt ;)

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On 4/11/2017 at 20:50, Wittelsbach dice:

51HkcPP3M2L._SY300_.jpg..

Questo rilievo non può farsi a Ezio Pinza, che è un Figaro di riferimento. La voce può essersi smagrita rispetto agli anni precedenti, ma resta sempre una gran bella voce, emessa da maestro e particolarmente adatta al personaggio mozartiano. In più, la presente occasione galvanizza ancor maggiormente un fraseggio che da sempre era un grande atout del basso romano, con notazioni semplicemente memorabili non solo nei recitativi ma anche nel Sestetto e nall'aria dell'ultimo atto.

 

Pinza, Wittel, nel '46 era declinante: tu parli di voce smagrita ed io aggiungerei anche lievemente stimbrata nelle note piene, specie in acuto. I fiati poi si sono acciorciati. Ma la dizione è ancora superba, chiarissima, nitida e scandita:

 

 

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Esiste anche una recita del '47, sempre con Busch e sempre a New York, che però non sono riuscito a reperire.
Questo documento, in ogni caso, vale sia per documentare, una volta di più, la civiltà interpretativa dell'esule maestro tedesco, sia per testimoniare la tradizione mozartiana nient'affatto disprezzabile che vigeva al Met, e capace di darci un Wolfie molto più italiano di quello che si ascoltava in Europa a quei tempi. Oltretutto, la qualità sonora della ripresa è più che discreta.

Fritz Busch, che ai tempi dirigeva spesso colà, mostra di seguire ancora fino in fondo la linea interpretativa sancita dalle preistoriche recite di Glyndebourne, anzi estremizzandola. Si percepisce una gioia musicale davvero notevole in questa rappresentazione, malgrado i limiti congeniti dell'orchestra e soprattutto del coro. Tempi vorticosi, sonorità ricche e gagliarde senza esagerare, un'attenzione al racconto da tempi nuovi, che certamente giovano all'atmosfera di un'opera che, diretta così, mette ancor più le ali ai piedi. Non c'è un attimo di noia, nelle Nozze di Busch. Degna sigla ne è la turbinante stretta del finale ultimo, una vera girandola di follia quasi catartica e condivisa pienamente dall'ottimo cast.

Italo Tajo, per mio conto, è un Figaro perfetto. Di grandi Figaro, del resto, ne abbiamo visti molti in questo scorcio discografico d'inizio secolo, e il basso pinerolese non fa eccezione. Ha senz'altro una caratura timbrica del tutto perfetta per il suo ruolo. Ha la tecnica atta a consentirgli di eseguire con correttezza e facilità. Ha l'estrosità di un fraseggio acrobatico, senz'altro eccezionale fin dalle prime battute. Si ascolta, anzi si gode, con sommo piacere, sia nelle tre arie (tra le migliori mai documentate) che nei concertati e nei magnifici recitativi.

Bidù Sayao non mi entusiasma affatto, ma la trovo assai migliore qui che con Walter. Miagola molto meno mentre canta, mentre il fraseggio da smorfiosetta è singolarmente attenuato, accentuando viceversa una vitale esuberanza che funziona sempre. Certo, non tutto nell'esecuzione è super calibrato, e qualche scoria di gusto rimane, come ad esempio le inutili risate poste a conclusione del duetto con Marcellina. Ma questa Susanna si inserisce in una bella atmosfera teatrale senza sfigurare, anzi contribuendo con ottima pertinenza.

Migliore che in passato anche la grande Eleanor Steber: ancora più rodata la purissima e granitica emissione, molto più spigliato il fraseggio con, in particolare, la gemma del recitativo accompagnato che introduce il "Dove sono i bei momenti", in cui il vigore dell'accento e l'ampia robustezza vocale delineano una parentesi quasi callasiana.

John Brownlee replica il suo già ottimo Conte, forse in lievissimo declino vocale ma capace di un'aria del terz'atto di grande autorità timbrica, canora e interpretativa.

Torna l'ennesimo Cherubino di Jarmila Novotna, ed è sempre decente. Tuttavia, una volta di più, questo personaggio manca di una cifra personale davvero coinvolgente e immedesimata, malgrado la correttezza di un canto nient'affatto da cestinare.

Nel Bartolo di Salvatore Baccaloni si nota un'incipiente e preoccupante tendenza a cantare senza sostenere il fiato, tuttavia quando canta con la sua voce, tipo nell'aria della vendetta, fa ancora capire che razza di genio del teatro buffo fosse stato. E questo al netto di qualche ghigno superfluo.
Ridacchia parecchio, divertendo comunque moltissimo il pubblico, anche l'untuoso Basilio di Alessio De Paolis, mentre Claramae Turner, famosa perché canterà il Ballo in Maschera con Arturo Toscanini, è una Marcellina di voce non poco opaca, ma di sicura presa.
II pubblico ride e si diverte, e si può capirlo benissimo.
I recitativi, finalmente, sono pressoché integrali, mentre mancano ancora i momenti solistici di Marcellina e Basilio.

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20 ore fa, Wittelsbach dice:

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Italo Tajo, per mio conto, è un Figaro perfetto. Di grandi Figaro, del resto, ne abbiamo visti molti in questo scorcio discografico d'inizio secolo, e il basso pinerolese non fa eccezione. Ha senz'altro una caratura timbrica del tutto perfetta per il suo ruolo. Ha la tecnica atta a consentirgli di eseguire con correttezza e facilità. Ha l'estrosità di un fraseggio acrobatico, senz'altro eccezionale fin dalle prime battute. Si ascolta, anzi si gode, con sommo piacere, sia nelle tre arie (tra le migliori mai documentate) che nei concertati e nei magnifici recitativi.

 

Concordo con Superwittel, della stirpe dei Supereroi ( Come Batman, Superman, l'Uomo Ragno, ecc:). Tajo è un basso comico fra i maggiori del '900. Qui in una recita del S.Carlo del '54. Fervido, facondo, allusivo senza mai essere becero e volgare, dal fraseggio incisivo e variatissimo, sapido e pungente eppure leggero ( nel recitativo si odono passaggi di canto a fior di labbro di ottima fattura): tutto molto espressivo ma ben equilibrato, niente sopra le righe, mai una pesantezza, mai una sguaiatezza. Vocalmente poi è una meraviglia: il timbro sempre pieno e brillante, udibilissimo a tutte le intensità e per tutti i coloriti vocali. Superba, infine, la dizione, chiarissima , perfetta nell'articolazione, scandita eppure fluida e duttile ( basti ascoltare, a 2:38, come sbroglia agevolmente la matassa della stretta " maestre d'inganni, amiche d'affanni ....." , laddove tanti bassi, anche famosi, risultavano precipitosi e ingarbugliati). Così si canta! Meritatissima quindi l'ovazione che il pubblico napoletano gli tributa.

 

 

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8 ore fa, Pinkerton dice:

 

Concordo con Superwittel, della stirpe dei Supereroi ( Come Batman, Superman, l'Uomo Ragno, ecc:). Tajo è un basso comico fra i maggiori del '900. Qui in una recita del S.Carlo del '54. Fervido, facondo, allusivo senza mai essere becero e volgare, dal fraseggio incisivo e variatissimo, sapido e pungente eppure leggero ( nel recitativo si odono passaggi di canto a fior di labbro di ottima fattura): tutto molto espressivo ma ben equilibrato, niente sopra le righe, mai una pesantezza, mai una sguaiatezza. Vocalmente poi è una meraviglia: il timbro sempre pieno e brillante, udibilissimo a tutte le intensità e per tutti i coloriti vocali. Superba, infine, la dizione, chiarissima , perfetta nell'articolazione, scandita eppure fluida e duttile ( basti ascoltare, a 2:38, come sbroglia agevolmente la matassa della stretta " maestre d'inganni, amiche d'affanni ....." , laddove tanti bassi, anche famosi, risultavano precipitosi e ingarbugliati). Così si canta! Meritatissima quindi l'ovazione che il pubblico napoletano gli tributa.

La stessa scioltezza nei sillabati si vede nelle recite del '49 da me testè recensite. Certo che Tajo era un signor cantante e teatrante!

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Ok, Wiener, ok, Karajan.
Ma queste Nozze, incise tra il '49 e il '50 su 78 giri, le trovo francamente dimenticabili.
Quelle russe registrate da Sanderling un paio di anni prima penso siano molto ma molto più interessanti.
In questi cd si respira un'aria di vecchio difficilmente contenibile, e in questa edizione totalmente priva di recitativi (che in Russia c'erano!) è sublimato in toto il manierismo viennese-salisburghese più puro, almeno per come viene considerato criticamente.

I Wiener suonano alla grande come sempre. Ma Karajan, signori, fa quanto di più lontano ci sia dall'italianità in quest'opera. Ratifica tutte le più abusate concezioni interpretative ed espressive connesse alla delicatezza inoffensiva. Certi tempi sono particolarmente veloci, come nel finale Secondo, ma senza vera vivacità, anzi con un clima annacquato e col vero risultato di mettere in difficoltà l'articolazione musicale di cantanti come London o la Seefried, rispettivamente il migliore e la peggiore del cast tra l'altro.

La compagnia è roba viennese. Ma roba viennese che si esprime diversamente a quanto si può sentire, per esempio, con un Krauss.
Il povero Erich Kunz che fa? Certo sapeva cantare. Ma la sua emissione, idonea alla lingua tedesca, non è troppo ben posizionata con l'italiano, risultando quindi meno fluida. Inoltre, la pronuncia non è sempre impeccabile, e numerose sono le parole sbagliate. Col che, la fantasia dell'interprete appare tarpata, sortendone un ritratto molto più sfocato e stereotipato rispetto a quanto ascoltato nella sua precedente apparizione.

Ma Irmgard Seefried è peggio. Questa cantante ad alcuni piace moltissimo, ma io la trovo spesso insopportabile, e questa prestazione la inserisco nel novero. L'emissione è piattissima, lacunosa tecnicamente, tendenzialmente aperta al centro e in alto. E l'interpete? Mio Dio! Crea una Susanna tutta pigolii e cinguettii, davvero agghiacciante nel "Venite inginocchiatevi", ridicola per la petulanza con cui schiaffeggia Figaro in fine d'opera, ma ai limiti del grottesco nel micidiale duettino con Marcellina, che spesso è lo specchio con cui misurare la riuscita di una recita delle Nozze. Sopra un accompagnamento karajaniano a dir poco evanescente, la Seefried e la prestigiosa wagneriana Elisabeth Hongen fanno una specie di gara a chi squittisce di più, rassomigliano a due vezzose topoline del coretto della Cenerentola disneyana, a volte sembrano addirittura sussurrare. Rimpiango quasi la Sayao e la Turner, che almeno delineavano una viperina vivacità che è idonea al momento scenico.

Elisabeth Schwarzkopf, trattata con occhi di riguardo in quanto consorte del gran produttore Walter Legge, quantomeno sfodera una purezza vocale davvero esorbitante in tutte le sue arie. Ma negli altri momenti, il fraseggio risulta ancora da rodare, cosicché c'è lo strano risultato di lasciar trapelare l'usuale manierismo ma in forma embrionale, come se dovesse essere messo a punto. Si farà apprezzare molto di più in seguito.

Viceversa George London pare nato per il Conte, anche se il clima noncurante creato da Karajan (sentire la blandizie con cui accompagna il Terzetto al Primo Atto) lo favorisce ben poco. Debutta con l'usuale nasalità, che comunque è la cifra saliente di un'organizzazione vocale di impressionante personalità e solidità, oltretutto espressa in ottimo italiano. Il Conte, qui, è il personaggio davvero moderno della combriccola, e va ascoltato con attenzione.

Buono pure il Cherubino di Sena Jurinac, esecutrice di grande capacità e teatrante molto sensibile. Vero, senza recitativi resta poco, ma le arie sono davvero trascinanti, e anche i suoi interventi nel Finale ultimo meritano una citazione.

Quanto al resto, occorre registrare il Bartolo mediocremente cantato di Marjan Rus; la Marcellina di gran voce di Elisabeth Hongen, purtroppo istradata da Karajan su binari soubrettistici piuttosto consunti; l'estroso Erich Majkut che sforna un Basilio stranamente spento, per poi doppiare anche Curzio nel Sestetto; la Barbarina decente di Rosl Schwaiger; l'Antonio parlante e sopra le righe di Wilhelm Felden.
Signori, è un no.

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Le Nozze italiane! Dopo il bagno, non proprio eccezionale, di viennesità targata Karajan, ci voleva qualcosa di diverso. E lo otteniamo, malgrado ci siano evidenti ragioni per criticare questa onesta edizione.
Il motivo fondamentale è dato da assurdi tagli. Con un Conte del livello esecutivo e teatrale di Sesto Bruscantini, l'escissione completa della sua grande aria è assolutamente insensata, e difatti nessun'altra registrazione né rappresentazione l'ha mai lontanamente contemplata. In aggiunta, i recitativi sono spesso sforbiciati, senza alcuna ragione che non sia quella di irritare l'ascoltatore. Aggiungiamoci che il "Susanna, or via sortite" è amputato della ripetizione di "Giudizio!" e della stretta finale, altra primizia. Come da copione, lo avrete immaginato, mancano le arie di Basilio e Marcellina. Un peccato questi tagli, un peccato davvero mortale.
La qualità sonora è accettabile, e la caratteristica evidente è la totale italianità del cast, tranne forse Christiano Dalamangas (presenza ricorrente in rai all'epoca, qui fa Antonio) che ha l'aria di un sudamericano, anche se italico d'elezione. I recitativi, pur scorciati, si giovano di questa caratteristica saliente. Per inciso, per la prima volta nella discografia sono accompagnati da un clavicembalo.

Può sembrare assurdo, ma preferisco la direzione sincera, angolosa, ritmata e ruspante di Ferdinando Previtali a quella artefatta e cincischiata del Karajan precedente. Sarà troppo "alla Paisiello", dicono certi critici: e perché no? Che ha di male Paisiello? Non è forse questa una delle opere più genuinamente italiane di sempre? E allora ben vengano questi coloriti smaglianti, questi ritmi cangianti, quest'atmosfera vagamente caciarona e molto teatrale. L'orchestra è senz'altro ottima, ma latrice di alcune piccole imprecisioni strumentali. E chi se ne frega? Mozart c'è, il teatro c'è. Non siamo in un salottino viennese, qui a Roma.

E non è damina da salotto Susanna. Alda Noni, che pur aveva cantato per anni alla Staatsoper di Vienna (e non solo in parti italiane: ricordate la Zerbinetta amatissima da Richard Strauss nelle recite del 1944, organizzate per il suo compleanno sotto l'egida di Karl Bohm?), si mostra immune ai malcostumi austriaci: un fraseggio naturalissimo, contrastato, pieno di ironia guizzante e per nulla rassicurante, una donna piena di spirito, volitiva, intelligente. La Seefried è ampiamente surclassata, e anche da un punto di vista vocale: timbro caldo, leggero ma non vetrificato, esecuzione di livello.

Italo Tajo già lo conoscevamo, e non stupisce che anche qui sia un Figaro d'una classe a parte: il fraseggio dell'aria dell'ultimo atto è davvero da segnare a caratteri d'oro, per come il suo personaggio vibra di amarezza, di disillusione, pur conservando un ottimismo di fondo. Anche nei recitativi (quelli che restano) lui è il mattatore. E come voce, ecco il consueto timbro morbido, cordiale.

Di recitativi purtroppo non ne restano moltissimi a Sesto Bruscantini, oltre al taglio barbaro dell'aria. Un peccato, giacché trovo che l'artista marchigiano, grandissimo Figaro sia in Mozart che in Rossini, come Conte fosse perfino più al suo posto. Le abilità vocali ci avrebbero regalato un grande "Vedrò mentr'io sospiro", conoscendo la perizia del sommo Sesto in ornamentazioni e acuti in genere. Pazienza, ce lo sogniamo soltanto. Ma lo facciamo godendoci un Conte per nulla gelido, ma nobilmente nervosissimo, quasi tarantolato nella gelosia ma anche nella profferta amorosa. Nel duetto con Susanna è un autentico seduttore!

La Contessa è la grande ma poco nota Gabriella Gatti, un notevole soprano romano che raccolse più di quel che seminò. Non sarà un genio del fraseggio, ma la sua Contessa sa svariare con abilità sul terreno del sentimento nobile e patetico. Le arie sono svolte con voce corposa, educatissima, melodiosa nel timbro.

Non trovo nemmeno che Jolanda Gardino sia un Cherubino "spaesato e piuttosto duro" (Giudici): anzi, il suo carattere si sposa benissimo coll'irruenza del personaggio, dandoci un fraseggio mai banale, per giunta espresso da vocalità non miracolistica ma certo correttissima e ben riconoscibile anche timbricamente.

Gli altri sono una compagnia felice: Fernando Corena va sopra le righe, ma meno di altre volte, e il suo Bartolo figura bene; Angelo Mercuriali, caratterista tra i maggiori d'Italia, fa rimpiangere il taglio della sua arie, grazie alla scolpitura di un Basilio di rara rifinitura; pure Mitì Truccato Pace è una Marcellina sopra la media, autrice d'un duettino con Susanna molto piccante; Graziella Sciutti, nel cameo di Barbarina, fa già capire di che pasta fosse fatta. Disturba soltanto il citato Dalamangas, un Antonio plateale e volgare che ci saremmo risparmiati volentieri.

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