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Sondriaggio: le opinioni su Mozart dei Sigg. Bianchini e Trombetta, musicologi sondriesi

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Ahimè ch’io cado, n. 109 A

Il piazzista dà lezioni a buon mercato

di Michele Girardi

Trombin Hood non cessa di farsi propaganda, e se ne ha così tanto bisogno vuol dire che i suoi ‘rotoloni’ non vendono. Non possiamo commentare il testo tecnicamente, perché il presunto ‘musicologo’ non dà modo di sapere quale brano stia criticando con una sicumera che una persona in grado di commettere un errore a ogni parola non si dovrebbe permettere (e che sia presunto lo dimostra la tecnica di citazione: se un mio allievo facesse come lui non lo farei laureare in… musicologia). Posso peraltro affermare che il loro capitolo sui canoni nel vol. I è una sequela di idiozie prive di fondamento, solo per dire che Mozart copiava anche quelli. E poi sostengono che il testo «Difficile lectu mihi mars et ionicu difficile» non voglia dir nulla, magari perché a digiuno di latino (vedi Ahimè ch’io cado, n. 33). Ma soprattutto: come si permette il Bianchini di dare lezioni a Mozart? Come discriminante ci sarebbe un’ottava parallela (non contestualizzato il rilievo è pura aria fritta), che un buon compositore non dovrebbe mai scrivere, secondo lui? ma oramai nemmeno più i maestri saccenti d’una volta (non i bignamini-trombini-musicologini) ignorano che i compositori veri scrivevano ottave, quinte e quant’altro, e che quelli bacchettoni si attenevano a regole asfittiche. Davvero mi torna in mente un vecchio adagio: la musicologia sta alla musica come la ginecologia sta all’amore. Lo ho sempre contestato, ma a questa pseudomusicologia da strapazzo si attaglia benissimo.

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La puzza di nazismo e complottismo in mostruose manipolazioni

di Mirko Schipilliti

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Che il nazismo usasse e strumentalizzasse la cultura e tutto ciò che non fosse ebreo nel nome della razza è uno dei fatti stranoti che i rotoloni cercano di riciclare con sedicente astuzia, ma con risultati catastrofici. Di cosa ci dobbiamo meravigliare? Che i criminali nazisti sfruttassero anche il nome Mozart? Per Bianchini & Trombetta è lì la causa della genesi del mito di Mozart e del concetto di “stile classico viennese”. Di fatto, il nazismo non ha creato proprio alcun mito, perché Mozart era già autenticamente ammirato da Schubert, Rossini, Liszt, Cajkovskij, Mahler, Kierkegaard, Adorno, per elencarne alcuni. Come ha ben ricordato Erik Levi, molto citato dai nostri due autori, «il punto di svolta fu indubbiamente l’annessione dell’Austria alla Germania del Reich nel marzo del 1938, e la deduzione che Mozart poteva essere usato come una potente arma culturale con cui promuovere il concetto di Grande Germania» (E. LEVI, Mozart and the Nazis: How the Third Reich Abused a Cultural Icon, London, Yale University Press, 2010, p. 145). Quale originalità, quindi, ma qui veniamo – e non troppo sottilmente, bensì attentamente – all’ennesimo nuovo esempio di mastodontica castronata, ben velata, che si affianca ad alcune fesserie e furberie colossali ed esemplari sufficienti a invalidare qualsiasi contenuto dei rotoloni. Ci vogliono far cadere subito nel tranello fra le righe, perché nella bibliografia dei volumoni su questo testo di Levi gli autori omettono – e non crediamo per nulla fortuitamente – il sottotitolo di copertina «come il Terzo Reich ha abusato di un’icona culturale». Caro lettore, apri bene le orecchie, anzi gli occhi, leggi bene, anzi benissimo: per Levi i nazisti non hanno creato un’icona culturale, ma ne hanno abusato. È un concetto ben diverso da quello che vorrebbero farci bere Bianchini&Trombetta. Ecco che Mozart and the nazis di Levi, ma anche il suo Music in the third Reich del 1994 (non citato) hanno sicuramente potuto offrire molti spunti ai nostri autori, con ben 53 citazioni dal primo libro di cui alcune particolarmente estese (33 nel volume I, 20 nel volume II), ma evidentemente a proprio piacimento, ovvero travisando l’intero significato di un testo documentatissimo strumentalizzandone appositamente la portata.
Erik Levi (1949) è uno studioso e musicista, Reader e Director of Performance alla Royal Holloway University di Londra. Ha studiato presso le Universities of Cambridge and York e alla Berlin Staatliche Hochschule für Musik, approfondendo negli ultimi vent’anni lo studio della musica del XX secolo, del periodo della Repubblica di Weimar e fra le due guerre mondiali, con particolare riferimento al periodo nazista.
Cercare di appoggiarsi malamente ad uno dei maggiori studiosi di questo ambito serve a dar credito alle proprie tesi balorde, considerando anche che i due testi non sono ancora tradotti in Italia, fatto che gioca a sfavore di tutti i lettori, un vulnus su cui si fa leva. Ecco come ti frego senza che tu nemmeno te ne accorga. Ed ecco inoltre che rimettere Mozart in palmo di mano ai nazisti, costruendoci intorno un universo, piace ancora di più perché puzza di complotto. Ma puzza.

Appendice ascessualizzata

Il solo accostamento ‘critico’ della musica di Mozart alle aberrazioni naziste è esso stesso una gigantesca aberrazione. Ci si rotola nel fango e ci si sporca in modo indelebile. Lo stesso titolo Mozart la caduta degli dei accosta il grande compositore al nazismo in modo subliminale, copiando e alludendo primariamente al famoso omonimo film di Luchino Visconti, ambientato nella Germania nazista, e secondariamente alla Götterdämmerungwagneriana in una luce ovviamente negativa dal pretestuoso e iperbolico carattere implicitamente profetico. Ma non sarebbero proprio i nostri autori i paladini dell’originalità contro ogni forma di plagio? Si afferma in modo imperativo che «la musicologia tedesca ha cancellato e riscritto cento e più anni di storia della musica» (vol. I, p. 49) e si vuole far credere che la musicologia del dopoguerra pro-Mozart è neonazista, riducendo Mozart, il classicismo e l’essenza stessa del significato musicale a un rapporto tra musica e politica, concetto oggigiorno quanto mai anacronistico, e traslato sulla visione di Mozart addirittura paradossale e grottesco.
Se da un lato la lettura del libro sembra far intendere paure ancestrali e archetipiche contro i barbari d’oltralpe, dall’altro dare un tale peso al nazismo stesso sembra quasi nascondere pericolose relazioni, un attaccamento morboso che fa distorcere la visione della storia. Ma chi sono i nazisti in questo libro? Chi ha sempre amato e cercato di comprendere la musica di Mozart o chi colleziona falsi indizi per ideare un impianto accusatorio su castelli di carte? È proprio la propensione dolosa alla distorsione degli eventi e della storia la tipica caratteristica delle dittature e del nazismo per distruggere cultura e libertà, atteggiamento che ritroviamo in questi libri e che si ritorce contro come un boomerang, verso autori a cui piace infatti citare Goebbels, ministro della propaganda hitleriana (ben diciotto volte nel primo volume e sette nel secondo): «Non sarebbe impossibile dimostrare che un quadrato in realtà è un cerchio» (vol. II, p. 61). Appunto, come si cerca di fare attraverso le centinaia di pagine dei rotoloni. E poi tirano in ballo l’Olocausto, cadendo in contraddizione: «L’Olocausto ha colpito non solo gli ebrei, le minoranze, i dissidenti, gli artisti degenerati e milioni di individui, ma anche la musica stessa. Nei forni delle Società di musicologia sono andati distrutti purtroppo secoli di storia musicale» (vol. II, p. 26). Il risvolto della lettura è purtroppo ben diverso a un occhio attento, visto che sotto il nazismo – contrariamente a quanto affermato in modo categorico – Theodor Anton Henseler studiava e pubblicava persino sull’italiano Luchesi, ma ora nel forno crematorio ci finisce pure Mozart. La stessa Shoah – tirata in ballo dagli autori – viene offesa dal momento che noti studiosi tedeschi di origine ebraica hanno contributo agli studi sul classicismo.
Del resto, il germanocentrismo di impronta nazista verso cui i nostri due autori vorrebbero far convergere le loro tesi antimozartiane, è un gatto che si morde la coda col prosciutto davanti agli occhi, rivelandosi un equivoco colossale retto dalla malafede e smascherabile da questa acuta sintesi di Bojan Bujic, che mette insieme tutte le anomalie interpretative che attraversano i due assurdi tomi:

Come la purezza razziale è una nozione biologicamente sospetta, così il credere nella supposta unicità di tradizioni separate falsifica la storia e sottovaluta importanti correnti trasversali. Alla luce di ciò la più recente storiografia musicale è profondamente impegnata nello spostare l’interesse da uno studio dell’esclusività a uno studio delle trasversalità. […] Sessant’anni dopo, con il senno di poi, è possibile vedere che, piuttosto che essere sintomo esclusivo di caratteri nazionali, la passata tradizione germanica doveva piuttosto la sua forza ad una consapevole sintesi di stili e approcci diversi. Una volta che questa ricchezza fu ridotta dai nazisti a un insieme di elementi che si supponevano essere tipicamente germanici, la maggioranza della musica scritta in Germania negli anni Trenta dai compositori approvati ideologicamente sprofondò a un livello di mediocrità difficilmente considerabile come caratteristico della musica germanica precedente o seguente.*

* B. Bujic, Le tradizioni nazionali, in Enciclopedia della musica, a cura di J.-J. Nattiez, Torino, Einaudi, 2001, vol. I, Il Novecento, pp. 99-100).

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Ahimé ch'io cado, 112

Carneade: ma chi è costui?

di Michele Girardi

Si scopran le tombe: a Mantova, all'incirca sette anni fa, si era discusso il caso Luchesi e un certo Picardi (se avesse avuto una d in più lo avrei riconosciuto, ma senza proprio non saprei dire chi sia: un altro signor nessuno, presumo) si permette di sostenere tesi fantascientifiche. Per fortuna che il giornale ha concesso diritto di replica a un Giovanni Bietti stupefatto, che gliele canta per le rime. Credo valga la pena riproporre questo scambio, perché fa mostra che i negazionisti tornano periodicamente alla carica, e perché la replica piena di buon senso dovuta a Bietti chiarisce bene i termini della questione. Branco di scimuniti, cretini, incompetenti, ignoranti, faziosi e idioti: mi riferisco ai seguaci. Quelli che inventano le storie sono soltanto dei luridi falsari. FANGALA, diceva il mitico Bracardi! ASSARA' FANGALA!!!!

L'immagine può contenere: 3 persone, persone che sorridono

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On 4/11/2017 at 14:07, Feraspe dice:
 

Di Luchesi di fatto abbiamo queste sei sinfonie, che si trovano negli archivi di Praga e Ratisbona:

– Sinfonia in Do maggiore;

– Sinfonia in Re maggiore;

– Sinfonia in Mi maggiore;

– Sinfonia in Mib maggiore;

– Sinfonia in Sol maggiore:

– Sinfonia in Sib maggiore.

Ad esse si aggiungono quattro sinfonie “avanti l’opera”, quelle de L’Isola della fortuna, Il matrimonio per astuzia, Le donne sempre donne e Il Natal di Giove, che circolavano anche a sé stanti. L’Isola della Fortuna fu arricchita di ulteriori parti di fiati e timpani nella copia oggi ospitata a Stoccolma da parte di un compositore svedese. Dovrebbe esserci qualcos’altro, ma ufficialmente queste sono le sinfonie di Luchesi, databili tra il 1768 circa e il 1773.

Questa chiusa però non è di Artifex.

Comunque grazie. ;)

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On 4/11/2017 at 14:07, Feraspe dice:

Il caso Luchesi: Le sinfonie anonime della Biblioteca Estense di Modena (I-MOe)

di Artifex

Ma ritorniamo alle anonime di Modena. Un po’ di ricerca non fa male. Le sinfonie di cui scriverò sono conservate senza i famosi frontespizi all’archivio di Modena. Senza data, senza autore e incomplete. Come la Jupiter, che qualcuno la ha fatta oggetto di fantasiose attribuzioni. Ma vediamo nel dettaglio queste sinfonie “anonime”.

(...)

Nella lista è stata omessa la Sinfonia anonima (senza frontespizio) in re maggiore rubricata D.638 a Modena: si tratta di una Sinfonia attribuita a Ignaz Pleyel (Ben P.124). Nell'originale di Artifex però c'era, e in passato ne parlò anche qualcun altro.

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Appendice a L’Accademia della Bufala

Il libro delle facce di bronzo (sul finto ritratto di Andrea Luchesi)

di Carlo Vitali

articolo precedentemente pubblicato sul blog L'Accademia della Bufala: Mozart. La caduta degli dei da Il Gazzettante (redazione) il 7 novembre 2017

Bianchini, Trombetta e seguaci vorrebbero spacciare un ritratto ad olio conservato a Bonn come se fosse di Andrea Luca Luchesi, quasi che i perfidi Germani gli avessero rubato, oltre ai capolavori che mai non scrisse né firmò, anche la faccia.

Vedi: ” Il mistero del ritratto di Neefe o Luchesi”.

http://lorecchiocurioso.blogspot.it/2014/01/il-mistero-del-ritratto-di-neefe-o.html

e la sua fonte confessa, che però almeno si ammanta di un pudico punto interrogativo:

http://www.italianopera.org/luchesi/luchesicominciare.html

Ma quale mistero? Ci facciano un favore… Vediamo di mettere in contesto tutti i pezzi conservati nelle collezioni del Beethoven-Haus di Bonn.

1) Christian Gottlob Neefe (1748-1798), Silhouette, incisione di Gustav Georg Endner e anonimo tratta da uno Schattenriss (contorno in ombra) abbozzato dallo stesso Neefe.

Beethoven-Haus Bonn, n. di catalogo B 142

Neefe, Christian Gottlob - Stich von Gustav Georg Endner

2) Christian Gottlob Neefe (1748-1798) – Incisione di Heinrich Philipp Bossler ricavata nello stesso modo.

Beethoven-Haus Bonn, B 2273

download

Gli autoritratti con la tecnica della silhouette si diffusero come una moda universale tra la fine del Seicento e tutto il secolo successivo (cfr. Georges Vigarello, La Silhouette du XVIIIe siècle à nosjours. Naissance d’un défi, Paris, Seuil, 2012).

3) Christian Gottlob Neefe (1748-1798) – Incisione di Gottlob August Liebe da un disegno di Johann Georg Rosenberg.

Neefe, Christian Gottlob -  Stich von Liebe nach Rosenberg

Beethoven-Haus Bonn, B 135/a

4) Christian Gottlob Neefe (1748-1798) – Ritratto a olio di anonimo.

Beethoven-Haus Bonn, B 1934

detail

Oltre alle orecchie, bisogna proprio avere gli occhi foderati di bresaola per non cogliere i punti di somiglianza fisionomica fra i tre profili (1-3) e l’immagine frontale (4): forma della fronte, linea fronte-naso, arcuatura e punta arrotondata del naso, forma delle labbra e del mento, curva della mandibola. Ciò al di là delle microvarianti che in qualsiasi galleria di ritratti del medesimo soggetto possono derivare dalla sua età e condizioni psicofisiche, nonché dall’illuminazione e dalla maggiore o minore accuratezza/ competenza/ creatività dell’artista ritrattante. Sissignori, capita lo stesso perfino nei ritratti fotografici.

Ci si dice che i coniugi sondriesi tengano cattedra di educazione artistica in un istituto comprensivo della loro città. Fuori le competenze tecniche, Herren Professoren! Che elementi avete – a parte la vostra sconfinata faccia… da musicologi – per sostenere la vostra proposta di attribuzione? Già sospettiamo la risposta: “Leggete un certo libro di Giorgio Taboga dove alla [pseudo]questione è dedicato un intero capitolo”.  Lo abbiamo letto, e sappiamo che dal solito minestrone di gratuite illazioni a catena si può pescare un solo fatto concreto: nel 1776 Padre Martini domandò ad un suo corrispondente in Venezia, il tenore Luigi Righetti, di procurargli per la propria già ricca quadreria di musicisti vivi e defunti i ritratti di Anfossi, Salieri e “Luchessi a Bona”. Anfossi promise rimandando ad un altro momento; Salieri e Luchesi non risposero, e di loro ritratti a olio non c’è traccia nella suddetta collezione. Di Anfossi e Salieri c’è solo un’incisione, mentre di Luchesi… un bel nulla.

Vedi: http://www.bibliotecamusica.it/cmbm/viewschedal.asp?path=/cmbm/images/ripro/lettereb/I03/I03_029/

I03_029_001.jpg

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Dettaglio assai curioso: dalla prima alla seconda edizione del bio-romanzo taboghiano è scomparso proprio il capitolo dedicato al “mistero del ritratto”. Che il padre spirituale di Bianchini e Trombetta – alias “L’Uomo del Dubbio” come da loro filiale dedica dei due Libroni – abbia avuto un ripensamento? Ciò farebbe onore alla sua memoria.

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Ahimè ch’io cado, 111 B

I supposti principi di propaganda nazista dei Gazzettanti mozartiani utilizzati ciecamente da Luca Bianchini, Anna Trombetta e i loro fans

di Michele Girardi

In un post recente Bianchini commenta ed esecra i principi della propaganda così come furono enunciati da Goebbels. Leggeteli: sembra proprio di essere di fronte alla loro pratica quotidiana (la moglie condivide quello che appare nella bacheca del marito, e poi lo condividono anche altrove ecc.), devotissima ai principi che enunciano in un eccesso di negazione freudiana.

L'immagine può contenere: sMS

Nessun testo alternativo automatico disponibile.
Provo a dimostrare come siano applicati sistematicamente dalla coppia sondriese i 12 principi della propaganda nazista che i due hanno ricavato da un libro uscito nel 1948 senza specificare come (metodo scorrettissimo, ma l’unico che possano applicare), e se qualcuno avesse voglia di fare altrettanto sarà il benvenuto.

  1. B&T hanno individuato come bersaglio grosso Mozart e lo stile ‘classico’;
  2. B&T vedono l’origine dei mali del mondo nei musicologi veri, cioè in quello che loro non sono;
  3. B&T chiamano in causa gazzettanti & affini, mestieri che neppure sono in grado di svolgere, infimi come sono; 
  4. questo principio lo si può riscontrare, applicato secondo il canone nazista, in ogni pagina dei rotoloni;
  5. questo principio viene ampiamente dimostrato dal livello infimo dei fedelissimi seguaci di B&T;
  6.  infatti: «Nazimozart forever» è il grido di battaglia di B&T;
  7. ogni giorno B&T scrivono sempre nuove stupidaggini, sono proprio instancabili;
  8. sparare balle è il loro mestiere, ma non rispettano il loro maestro tedesco, perché le loro non sono nemmeno lontanamente verosimili;
  9. non hanno mai risposto a una sola delle questioni che gli sono state poste, non una sola volta;
  10. anche qui non c’è miglior dimostrazione che il gruppo dei fedelissimi e del linguaggio usato per blandirli, che abboccano a argomenti risibili e non cambiano idea neppure di fronte all’evidenza;
  11. qui B&T si aiutano cancellando dalla loro bacheca sistematicamente le opinioni contrarie alle loro, dopo aver insultato l’autore;
  12. vedasi gli scarsi dibattiti, le allusioni dei coniugi travestiti con identità varie, fra le quali Mauro & Mina.

I due rimproverano dunque ad altri fantomatici interlocutori ciò che fanno abitualmente. Basta leggerli senza i paraocchi dei fanatici, fra i quali spicca uno spiritosone, artista da balera, che calpesta la lingua italiana, la logica e la sintassi e, per quanto ho potuto ascoltare io prima di chiudere inorridito, pure l’intonazione. Peccato che fra i loro ‘amici’ qualche persona seria ci sia. Ma se scrive in quel forno di mediocrità forse in realtà ne condivide i principi?
Bene, ecco i loro principi. Pigiate sull’indirizzo che riporto sotto e troverete la fonte di Bianchini: ha copiato tutto, parola per parola, da lì. Altro che Dobb … http://www.salsamentarius.it/gli-undici-principi-di-goebbels-da-non-seguire/
VERGOGNA!!!! 

Lo si becca come quando si colgono in fallo gli studenti che compilano le tesi di laurea, basta infilare una frase in google. Ma lui, se le immagini non mentono, si è lasciato alle spalle la cinquantina. 
VERGOGNA! COPIONE! TRUFFATORE!

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On 8/11/2017 at 12:59, Feraspe dice:

Dettaglio assai curioso: dalla prima alla seconda edizione del bio-romanzo taboghiano è scomparso proprio il capitolo dedicato al “mistero del ritratto”. Che il padre spirituale di Bianchini e Trombetta – alias “L’Uomo del Dubbio” come da loro filiale dedica dei due Libroni – abbia avuto un ripensamento? Ciò farebbe onore alla sua memoria.

Adesso non ho il testo di Taboga (GTOV, 1994) sottomano, ma mi sembra di ricordare che in quel capitolo lo studioso veneto  accennò nelle prime righe - senza darvi troppo credito - anche a un ritratto attribuito a Luchesi custodito a Motta di Livenza, il quale tuttavia sul suo volume non viene mostrato.

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On 10/11/2017 at 13:57, Conte Caramella dice:

Adesso non ho il testo di Taboga (GTOV, 1994) sottomano, ma mi sembra di ricordare che in quel capitolo lo studioso veneto  accennò nelle prime righe - senza darvi troppo credito - anche a un ritratto attribuito a Luchesi custodito a Motta di Livenza, il quale tuttavia sul suo volume non viene mostrato.

Ti invio la riposta di Carlo Vitali, "osservatore esterno":

Sì, non gli dà credito e non lo pubblica perché lo stesso pittore, il rag. Angelo Faveri di Motta di Livenza, gli comunicò di averlo tratto dall'effigie di uno sconosciuto stampata in un libro di Franco Abbiati. Quanto al presunto ritratto di Bonn, lo "studioso veneto" si fa forte di argomenti come questo: "Mi attende una approfondita ricerca in campo etnologico perché, a mio avviso, le caratteristiche somatiche del soggetto del quadro non sono tedesche". 

Di profondi studi etnologici che insegnano a distinguere tra facce tedesche e non-tedesche abbondano le biblioteche germaniche. Periodo di pubblicazione: anni 1930-40; parola chiave: "Rassenkunde".

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35 minuti fa, Feraspe dice:

Ti invio la riposta di Carlo Vitali, "osservatore esterno":

Sì, non gli dà credito e non lo pubblica perché lo stesso pittore, il rag. Angelo Faveri di Motta di Livenza, gli comunicò di averlo tratto dall'effigie di uno sconosciuto stampata in un libro di Franco Abbiati. Quanto al presunto ritratto di Bonn, lo "studioso veneto" si fa forte di argomenti come questo: "Mi attende una approfondita ricerca in campo etnologico perché, a mio avviso, le caratteristiche somatiche del soggetto del quadro non sono tedesche". 

Di profondi studi etnologici che insegnano a distinguere tra facce tedesche e non-tedesche abbondano le biblioteche germaniche. Periodo di pubblicazione: anni 1930-40; parola chiave: "Rassenkunde".

Grazie per il chiarimento... non ricordavo d'aver letto il dettaglio del pittore, dell'effigie e soprattutto del libro di Abbiati, pertanto mi domandavo come mai Giorgio Taboga non l'avesse preso in considerazione.

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In uno dei numerosi oracolari responsi a scopo promozionale che provengono dalla pagina fb dell’autore dei due tomi antimozartiani si legge:

Un articolo apparso sulla Gazzetta musicale di Vienna nel 1817 rassicurava chetale metodo di Basso Continuoè realmente di Mozart” e che per conseguenzanon poteva dirsi speculazione mercantile”. Si trattava invece di una truffa, perché Mozart non aveva mai scritto un manuale del genere.

Citazioni virgolettate dunque,  riferite alla “Allgemeine Musikalische Zeitung”, n. 34, 22 Agosto 1817, che presentava la Kurzgefasste Generalbassschule attribuita a Mozart.  

Nel suo Dizionario e bibliografia della musica (1826) Peter Lichtenthal si era riferito all’articolo in questione e scriveva a p. 588: 

Asserisce la Gazz. Musicale di Vienna del 1817, pag. 290, che tale metodo di Basso continuo è realmente di Mozart, e per conseguenza non può dirsi speculazione mercantile.

 

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La favola del Requiem

di Carlo Vitali-Carlo Fiore su «Classic Voice» n. 221 (ottobre 2017), pp. 35-36

Mozart morì per una banale epidemia da streptococco. Eppure la leggenda della sua uccisione dilagò fin dal Settecento. Smentita dai più grandi studiosi, oggi persiste nella più scadente editoria musicale italiana

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La quadratura del cerchio, la macchina del moto perpetuo, la decrifrazione dell’etrusco come lingua turanica: in siffatte “rivoluzioni” scientifiche si esibiscono dilettanti genialoidi o professorini di provincia avidi di scorciatoie alla notorietà. Nella subcultura della verità 2.0, fra i diritti umani se ne scopre uno nuovo: lo jus solae, ossia il diritto alla “sòla”, lemma romanesco sinonimo di “bufala”. I conti del bufalaro tornano sempre, ma perché li si fa tornare a prezzo di aporie logiche, soppressione di documenti, delegittimazione a priori dei testimoni scomodi, invenzione di fattoidi e riciclaggio di vecchie mattane. Con buona pace della comunità accademica — peraltro non vergine di peccato in parole e soprattutto omissioni — tali stupri a danno di Nonna Ricerca dilagano; in Italia più che altrove, visto che da noi i mediatori culturali (leggi: divulgatori onesti e preparati) trovano poco spazio nelle redazioni vuoi cartacee vuoi televisive. Chiaro: più le spara grosse, più la butta in caciara pseudopolitica berciando insulti, più si pavoneggia in penne altrui, e più il bufalaro fa aumentare audicence e tiratura. Siamo tutti soggetti a sbagliare? Ovvio. Ogni storico è revisionista in quanto rivede il lavoro dei predecessori? Si concede, ma una cosa è l’errore del tipo “2+2 = 5” e un’altra “2+2 = una bresaola”. Per sanare il primo basta una verifica di calcoli, per il secondo servirebbe il Prozac.

Un caso di scuola è la morte di Mozart, commessa in arruffato groviglio mitologico alla creazione del Requiem K 626. Nessun brano ha fatto scorrere più inchiostro di una partitura che nella vulgata dura solo una cinquantina di minuti. Il formarsi della leggenda nasce dalla coincidenza tra il pezzo e la destinazione funeraria e la morte prematura del suo autore, segno dello scandalo insito nella nostra stessa morte se non confortata dalla fede nella vita futura. Se perfino un genio può morire senza aver compiuto il suo personale destino, è l’intollerabile trionfo della materialità e del caso. Si parlerà allora di delitti e d società segrete al lavoro, essendo segrete sono la soluzione più comoda perché non verificabile.

I medici più illustri di Vienna formularono diagnosi confermate dalla patografia più recente: niente veleno, sono una banale epidemia da streptococco. Il primo biografo Friedrich Schlitchegroll scrisse già l’essenziale nel 1793: il Requiem era un capolavoro lasciato incompiuto e la suprema testimonianza del genio mozartiano. Poi ci si misero di mezzo le mene affaristiche della vedova Constanze, gli aneddoti propalati da Friedrich Rochlitz, direttore della “Allgemeine musikalische Zeitung”, la concorrenza fra gli editori Breitkopf e André rinfocolata dalle rivelazioni tardive di Franz Xavier Süssmayr, allievo di Salieri e assistente di Mozart (1800), del maestro elementare Anton Herzog (1839); per tacere di quelle postume e largamente apocrife (1856) del cameriere Joseph Deiner, nonché delle velleità investigative di avvocati melomani come Gottfried Weber (1825) o di letterati anche di altissimo rango (Pushkin, 1830).

Sul finire del Novecento pareva si fosse toccato il fondo con il film Amadeus di Milos Forman (1984) e il romanzo Mozart and Constanze di Francis Carr (1991), due fictional stories di buona fattura narrativa ma divorziate dai fatti. Della prima ci siamo già occupati su queste pagine; per la seconda basti dire che il suo autore, portaborse parlamentare a Westminster, si distinse rispolverando la stantìa “questione shakespiriana” per concludere che i drammi del Cigno di Stratford e il Don Chisciotte erano opera di… Francesco Bacone.

Giusto nel 1991 usciva in originale tedesco Il Requiem di Mozart. La storia, i documenti di Christoph Wolff; la traduzione accresciuta in lingua inglese (Oxford e Berkeley) data al 1994; l’Italietta editoriale è giunta in ritardo nel 2006, ma si è riscattata con l’ottimo Mozart: Verso il Requiem di Ernesto Napolitano (2004), Nel 2012 Wolff è tornato sul tema rimesso in contesto biografico con Mozart at The Gateway to His Fortune: Serving The Emperor; e lo stesso anno è uscita una breve ma succosa monografia di Simon P. Keefe (Mozart’s Requiem: Reception, Work, Completion), dove si raccolgono i frutti di un Colloquium all’ultimo sangue tra Wolff, Keefe, Robert D. Levin, Richard Maunder, Duncan Druce e David Black, pubblicato nel 2008 sul “Journal of the American Musicological Society”. Ultimo (per ora) l’australiano Black che, addottoratosi con Wolff a Harvard nel 2007, ha prodotto una sua edizione critica del Requiem in cui è disponibile da pochi mesi la registrazione del cd britannico sotto la bacchetta di John Butt. Così verrebbe da dire, si lavora nella continuità internazionale degli esperti, senza pagare dogana ai confini e badando più ai fatti che alle bolle mediatiche. Nei dettagli il consenso fatica a trovarsi, ci si scanna su minuzie come l’autenticità in due battute dell’Introitus, ma il quadro si precisa via via nel contrasto argomentato delle tesi.

Diversamente vanno le cose nel nostro stagno provinciale, dove si perdono mesi a discutere di un mattone in due volumi (945 pagine, 1066 note); Luca Bianchini e Anna Trombetta, La caduta degli dei: Parte I/II, Tricase, Youcanprint Self-Publishing, 2016-17; d’ora in poi B&T. Un selfie autoprodotto da cui l’esterrefatto lettore apprenderà quanto segue: “Negli ultimi giorni di vita di Mozart non sarebbe stato in grado di scrivere un Requiem, sia per lo stato di prostrazione fisica che per gli impegni incessanti di quel periodo” (B&T, II/371). Mozart fu bastonato a morte da una squadraccia inviata dai massoni della loggia Zur wahren Eintracht, i cui archivi sono andati dispersi. Ma la circostanza sarebbe provata dal diario di un certo barone T***, oggi “di nuovo irrangiungibile” dopo che un conte italiano l’aveva visionato a Budapest comunicandone il contenuto a Giorgio Taboga, il padre di tutti i revisionisti defunto nel 2010.  La data in cui fu decisa la spedizione punitiva — motivata con l’accusa “non paga i debiti e insidia le mogli dei massoni” — non è precisata, ma sarebbe di alcuni giorni posteriore al 18 novembre 1791 quando, affermano B&T , “Mozart stava benissimo” tanto che diresse nella loggia Zur neu-gekrönten Hoffnung la cantata massonica K 623 (II/353). Dunque non era poi tanto prostrato da non poter comporre, dirigere, insidiare le mogli dei Fratelli… Poco importa, perché a scrivere il Requiem fu una vera cooperativa di arrangiatori e di “negri”; o magari proprio lo stesso conte Franz von Walsegg che con Mozart aveva stipulato un contratto per intestarsi a pagamento la futura composizione. Tutti meno Mozart, insomma, ed è ironico che a unica testimonianza della favoleggiata “prassi settecentesca dell’anonimo”, grimaldello del sullodato Taboga per attribuire al compaesano Andrea Luchesi i migliori lavori di Mozart e di Haydn, i suoi discepoli non possano invocare che un esempio la cui vittima consenziente sarebbe appunto Mozart. Comune — al culmine di 40 paginate in cui si mescolano alla rinfusa i rimandi ad antichi biografi, musicologi moderni ovviamente bugiardi e/o reticenti, brandelli di facsimili, truculente descrizioni “dal vivo” dell’arcibufalaro Carr e suo divulgatore italiano Piero Buscaroli (inimicissimo di Taboga e in ultimo negatore di veleni e manganelli, ma questo non lo dicono) — eccoti la rivelazione decisiva: “Il Requiem, chiunque ne fosse l’autore, non è un lavoro che si possa definire opera di ‘genio’, o comunque ‘originale’” (II/379). E qui l’elenco di citazioni e influenze già note da tempo ma da loro rubricate a vergognoso plagio.

Il loro acume ermeneutico si riduce nell’oscillare fra un gretto economicismo e un moralismo guardone, per cui tutto si spiega con “un fatto di corna e di soldi” (II/353): quei suini di Breitkopf e del suo pubblicitario Rochlitz, quella porca di Constanze, quel cretino depravato di Mozart; musicologi, critici e discografici più maiali ancora perché perpetuano il mito della Wiener Klassik, invenzione asburgico-nazista ai dani del genio nostrano. Il tutto condito con un vittimismo da perdenti della Storia, tipo: noi abbiamo inventato tutto e gli stranieri ce lo rubano, o magari: il regno di Napoli era più industrializzato dell’Inghilterra; e poi “nazionalisti” sarebbero gli altri. Il resto per loro è silenzio. Che la creazione artistica abbia un’autonomia trascendente il dato biografico è per loro un mito romantico, non credono alla dinamica tra tradizione e innovazione ma solo allo Zeitgeist che arriva in stazione ad ora fissa e fa allineare tutti sul marciapiede. Ad una seria analisi tecnica (di cui sono incapaci?) sostituiscono la ricerca del “plagio” di quattro note o, ben che vada, delle ottave e quinte parallele vietate dal manuale di armonia. Miglior esegeta di loro è Paul Valéry quando osserva che “nel passato s’imitava la maestria, oggi si cerca la singolarità”.

LA FILOLOGIA
BOTTEGA MOZART

I citati Maunder, Druce, Levin e Black hanno firmato restauri più o meno filologici del Requiem; gli ultimi a partire da quello di Franz Beyer nel 1971. Esperimenti più creativi hanno coinvolto i compositori contemporanei Georg Friedrich Haas (Salisburgo, 2005), Dominic Muldowney, Philip Wilby e altri sei (Canterbury, 2006), Michael Finnissy (Southampton, 2011). Completare le incompiute? A prescindere dai rispettivi meriti e dalle ricadute sui diritti d’autore, va citata la preferenza espressa da Stanley Sadie, il compianto curatore del Grove’s Dictionary of Music, “per una versione che nasce dal circolo viennese di Mozart (e si sente) rispetto ad una nata nel tardo XX secolo (e si sente)”. Keefe gli dà ragione con riserva, soggiungendo che “l’artigianato casalingo” dei completamenti testimonia l’estetica modernista del progresso ma anche il nostro complicato rapporto con le realizzazioni del passato, dunque non è prova d’irriverenza né materia di polemica. In estrema sintesi, e sulla base dell’autografo oggi facilmente consultabile nel facsimile Bärenreiter curato da Günter Brosche e Christoph Wolff, questa era la situazione all’alba del 5 dicembre 1791, quando si spense Mozart (con “particella” gli specialisti indicano un abbozzo comprendente le parti vocali e il basso numerato, più alcune scarne indicazioni di strumentazione da svilupparsi in seguito):

I) Introitus Requiem aeternam orchestrazione completa
Kyrie particella

II) Sequentia Dies irae particella
mortuorum Tuba mirum “
Rex tremendae “
Recordare “
Confutatis “
Lacrymosa“ 8 battute complete
Amen (fuga) schizzo di 16 battute

III) Offertorium Domine Jesu particella
Hostias “

IV) Sanctus assente

V) Benedictus “

VI) Agnus Dei “

VII) Communio Lux aeterna “

Dal Kyrie in poi, alle parti abbozzate da Mozart si aggiunsero in misura limitata i contributi degli allievi e/o colleghi Franz Jakob Freystädtler, Joseph Eybler e Maximilian Stadler. Su tutto passò una mano unificante che, per natura o per intenzionale artificio, assomiglia tremendamente a quella autografa di Wolfgang: era quella del citato Süssmayr, che nella sua lettera del 1800 all’editore André confessa, non senza qualche equivoco linguistico, di essere il principale autore della musica. Ciò è senz’altro vero per le sezioni dal Sanctus al Communio, dove egli si limita a trapianti autologhi e ripetizioni cicliche. Potè usufruire, come afferma la vulgata messa in circolo da Constanze, di altri schizzi frammentari oggi perduti (di uno ci resta una vecchia fotografia) e delle istruzioni orali offerte dal morituro? Può essere; fatto sta che dei difetti rinfacciatigli dai suoi critici – goffaggini armoniche, pesantezze nell’orchestrazione, scarso sviluppo delle sezioni in contrappunto, ad esempio nell’Amen – nessuno o quasi si accorse finché il suo nome non fu svelato alla platea dei musicofili. E perfino Brahms, revisore del Requiem nel 1877, non dubitò di dover conservare un testo ormai consacrato dall’uso. O gran bontà dei revisori antiqui!
C.V.

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Chi ha plagiato chi?

di Carlo Vitali

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Carlo Vitali, alias "Il Gazzettante", bandisce un QUIZ A PREMI riservato ai musicologi effettivi, aspiranti e sedicenti.

Un tema? Ma cos'è mai un tema? Secondo Bianchini e Trombetta è solo un apostrofo rosa fra le parole "io plagio". Questi quattro temi presentano affinità impressionanti. Sapreste identificare gli autori e dire chi ha plagiato chi?

Il Comitato Scientifico dell'Accademia della Bufala si riserva di elargire un premio alla miglior risposta scelta fra quelle che perverranno entro la mezzanotte del 30 novembre corrente mese. Il premio consiste in un link per scaricare un esemplare (libero da copyright) di due volumi che rappresentano un punto di svolta negli studi mozartiani. Niente paura: non sono quelli pubblicati da YouCanFake.

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