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Luigi Paolillo

Elektra al Petruzzelli

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Elektra apre nel nome di Strauss e del suo centocinquantenario la stagione del Petruzzelli, tre anni dopo la "gemella" Salome; e se la discussa regia di quella fu affidata a Vittorio Sgarbi - di certo puntando sul richiamo del suo nome e su presumibili visionari cortocircuiti - s'è scelto invece di affidare questa al professionista - anche se cinematografico - Gianni Amelio, non nuovo del resto al teatro d'opera. E dunque per la prima in assoluto di Elektra in terra d'Apulia si designa un regista pugliese; notazione non puramente anagrafica, questa, perché Amelio decide di ambientare - ritrapiantare - il mito dove era nato, nell'assolato mezzogiorno mediterraneo, strappandolo alle vichinghe brume del nord e alle suggestioni freudiane ed estetizzanti. Almeno queste le dichiarate intenzioni.

Per cominciare, allora, immerge i personaggi in un desolante ambiente petroso e duro e ostile, ove la figlia d'Agamennone trova ricetto nella sua tana, poco fuori le intuibili mura della città: deserto di gravine che incidono e fessurano la terra, ponendo silenzioso assedio alle case dei "normali" - dei vivi - ove regna la madre Clitennestra, vedova del re che ha ucciso in combutta con l'amante. Amelio veste di nero le ancelle, come le donne della sua infanzia nei paesini del nostro sud, perennemente in lutto per una permanente assenza - per un'eterna indefinita colpa - ch'è insieme richiamo alla morte del re - alla morte del maschio - e al rimorso - al rimpianto - che questo pensiero accompagna. Tuttavia riesce impossibile anche per un professionista come Amelio evitare ciò che l'opera è, ciò che vuol suggerire e che riesce prepotentemente - nonostante le intenzioni registiche - a far riemergere.

Non son forse le tre figure femminee protagoniste, null'altro che tre parti dell'unica eterna femmina, archetipo di Grande Madre Mediterranea che di volta in volta - di contrasto in contrasto - prende le spoglie della furiosa Elektra appassionata fino alla folle cecità, della seducente e sensuale Clitennestra assassina per amore di Egisto e del trono, della femminile materna Crisotemide in perenne rincorsa d'una irrealizzabile normalità? La folle donna una e trina partorita da Strusse e Hoffmannsthal - e fu la prima collaborazione - non può che riprendersi la scena, ché troppo potente è la musica, troppo è il dolore che genera, troppa l'ansia nevrotica che accompagna i suoi gesti. E il sofocleo antagonista, al di là dell'assente Padre, non può che vestire i panni troppo stretti, troppo meccanici e rigidi, quasi posticci e grotteschi di Oreste-Egisto: espressione di una dichiarata inferiorità di genere, del maschio troppo semplice, troppo rigido, troppo ovvio a fronte della complessità molteplicità ricchezza femminile.

E che dire, allora, della folle danza di gioia e di morte, culmine e fine del dramma: il regista l'ha voluta in forma di taranta, espressione anche questa del nostro profondo sud, esplicitazione plastica della riappropriazione del mito. Ma non è forse la taranta manifestazione di popolare isteria, uterino rito femmineo di rivalsa, privilegiata rivelazione del culto della Madre? Non è forse proprio qui, come vollero Strauss e Hoffmannsthal, nel mito, la radice della nostra civiltà e della modernità? Non veniamo in qualche modo, noi moderni occidentali, battezzati da quel sangue, da quel dolore, da quella gioia folle? C'è, dentro quel gesto, tutta la passione e la pazzia della nostra storia. Anche nostra, del nostro sud.

L'orchestra, potenziata per l'occasione, è stata la grande protagonista della serata. È un'ensemble, questa del Petruzzelli, che cresce ogni volta che l'ascolto, sempre un gradino più in alto della volta precedente. Merito - in quest'occasione - anche di Jonathan Nott, che non ha consentito cedimenti pause cali di tensione. L'Elektra di Elena Pankratova ha dato prova dei notevoli mezzi espressivi di cui dispone, così come la Clitennestra di Natascha Petrinsky, dalla figura e dai movimenti eleganti e raffinatamente sensuali; Alex Penda ha voce brunita e intensa. Un grande entusiasmo - che non t'aspetti - ha suggellato la fine della rappresentazione.

Elektra
di Hugo Von Hoffmannsthal
musica di Richard Strauss
direttore Jonathan Nott
regia Gianni Amelio
con Elena Pankratova, Natascha Petrinsky, Alex Penda, Peter Bronder, Egils Silins
e con Orchestra e Coro del Teatro Petruzzelli
maestro del Coro Franco Sebastiani
scenografie Sergio Tramonti
costumi Maurizio Millenotti
Bari, Teatro Petruzzelli, 6 febbraio 2014
in scena dal 31 gennaio al 11 febbraio 2014

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