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Luigi Paolillo

Falstaff al Petruzzelli

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Un sipario bianco sporco. La quarta parete chiude alla nostra vista lo spettacolo che sarà; al di là - lo scopriamo nel momento stesso in cui il muro virtuale di alza, alle prime note dell'orchestra - le rimanenti tre pareti che delimitano la stanza del teatro, anch'esse lenzuoli bianchi macchiati dall'umidità, dalle muffe, dal tempo. In alto un altro telo funge da soffitto. È in questo spazio visivo circoscritto ma per nulla claustrofobico - perché senz'angoli e aperto all'aria libera - che vive il terzo Falstaff ronconiano, questo barese del Petruzzelli: luogo dell'anima più che dei corpi, che pure l'attraversano in lungo e in largo a piedi o a bordo di macchine verniane che sembrano un inno alle magnifiche sorti e progressive e alle meraviglie del secol nuovo che verrà. Perché poi ti accorgi subito che questo è il tema: il novecento, con le sue lusinghe, i suoi lati oscuri, le sue conquiste, le sue sconfitte, o meglio il trapasso, il difficile passaggio dal secolo romantico a quello nevrotico. Lo sai dagli abiti degli attori, che non son quelli dell'età d'Elisabetta ma alla moda, invece, del 1893, l'anno della prima, quello che vide l'ottuagenario Verdi e il giovanotto Boito, che per il già sì tanto vituperato Maestro seppe così bene acconciare nientemeno che il bardo e le sue angle sapide vicende. Il trapasso, dunque, che poi tanto ti ricorda questo, di passaggio, un secolo dopo.

Così, ci ritrovi, in questo bel Falstaff, tanto del secolo ormai fuggito, quello che mi ostino a dire ancora mio: un dolce ricordare metafisico e surreale, con - di nuovo - quegli strani personaggi agghindati come in fin de siècle in groppa a neri marchingegni che sembrano venuti fuori netti netti dai collage di Max Ernst. E la stessa stanza fatta di lenzuola - a volta a volta locanda della Giarrettiera, casa di Ford e prato di Windsor - tanto rimanda a certi azzurri scorci di Magritte, freddi e incantati e straniati. E come non far caso alla grande quercia di Herne che scende capovolta sopra il gran lettone in cui dorme sir John, gigantesco emblema finale di una sovvertita realtà in cui tutto, oggetti, persone, terre e cieli risultano riuniti da legami nuovi, che non corrispondono alla logica tradizionale, ma a un nuovo ordine del mondo e delle cose: quello sur-reale, in cui tutto il mondo è burla, lazzo, libertà dalle convenzioni, sogno e follia di un secolo che presumeva l'eternità. Era così, era così che il Verdi e il Boito, strana coppia d'intellettuali della decadenza romantica, era così che nel loro delirio immaginarono le vicende del vecchio paggio di re Enrico? Forse no, ma son sicuro che se fossero vissuti fino ad oggi - per uno strano scherzo che molto potrebbe somigliare a quelli delle allegre comari - lo avrebbero riconosciuto, questo figlio del Ronconi, come legittimo erede del secolo breve che appena abbiam vissuto.

Accanto al genio di Luca Ronconi, poeta dell'anima ormai giunto all'età verdiana, un giovane Boito ha dato ottima prova di sé: Daniele Rustioni, trentenne enfant prodige, ha saputo dirigere con grande concentrazione padronanza disinvoltura la giovane orchestra barese, ormai rodata e smagliante. Tutto il cast è stato più che all'altezza, dal protagonista - nel turno da me visto - Carlo Lepore, apprezzabile anche per le spiccate doti attoriali, oltre che canore, all'Alice di Serena Farnocchia, che ha saputo dare al personaggio il giusto spessore di donna esperta per se ancor giovane e piacente. Il Ford disegnato dal polacco Artur Ruciński ha la voce pastosa e leggermente aspra del marito geloso; la coppia di innamorati, il Fenton di Leonardo Cortellazzi e la Nannetta di Rosa Feola sanno dare la giusta levità al lirismo loro riservato. Ma, davvero, tutti gli interpreti, sono sembrati essere veramente in parte, e questo è stato avvertito pienamente dal pubblico che ha tributato un lungo caloroso applauso a tutti gli interpreti.

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