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Luigi Paolillo

Der Fliegende Holländer al San Carlo di Napoli

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Der Fliegende Holländer

Musica e Libretto di Richard Wagner

Orchestra e Coro del Teatro di San Carlo
26 aprile 2013

Direttore: Stefan Anton Reck
Regia, Scene e Costumi: Jannis Kokkos
Maestro del Coro: Salvatore Caputo

Produzione Fondazione Comunale di Bologna

L’Olandese: Jalun Zhang
Daland: Stanislav Shvets
Erik: Will Hartmann
Senta: Jennifer Wilson
Mary, la nutrice: Elena Zilio
Steuermann: Enzo Peroni


Adesso noi vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; allora vedremo faccia a faccia. Mi è venuto in mente il Paolo dei Corinzi, guardando questo bel «Fliegende», che già tanti successi ha mietuto, dal 2000 ad oggi: e azzardavo che forse Kokkos, nel sistemare quell'enorme specchio alle spalle del palcoscenico, così da dilatare la scena ma renderla, al contempo, misteriosamente indefinita - qual è la realtà "vera", quale quella riflessa? - un po' avesse pensato a questo versetto biblico e all'indeterminato confronto tra realtà e mito, tra carne ed anima. Del resto, a pensarci, lo specchio, da Paolo di Tarso a Lewis Carroll a Ingmar Bergman è sempre limite e insieme simbolo di diversa patria, di alieno credere e pensare.

E dunque nel bianco assoluto della scena essenziale - rinvio ai ghiacci eterni, al gelo del cuore dell'Olandese, all'algida sensualità adolescente di Senta, probabilmente a tutto questo insieme - la vicenda dei personaggi "reali" interseca quella dei personaggi "fantasmi". E noi li vediamo - il regista ce li mostra - alternativamente, sul palco e sullo specchio, a seconda dell'incidenza della luce e delle proiezioni, ma in effetti intuiamo la loro co-esistenza, diversi solo nel colore degli abiti: scuri - se non neri - quelli dei vivi, chiari - se non bianchi - quelli dei morti viventi. Solo l'Olandese, che ha da farsi passare per uno di loro - per uno di noi - assume pur egli il gravame della carne, l'abito nero della vita. Il regista gioca molto su questa contrapposizione e alternanza del bianco mortuario e del nero vitale per tradurre nello spirito le indicazioni dell'Autore a chi si cimenti con quest'opera: a ben riflettere - lo stratagemma dello specchio aiuta - cos'è da preferire, la morte bianca e redentrice o la vita nera e borghese, entro i confini e i limiti dell'angusto venale egoista orizzonte di Daland e di Mary? Non del buono e onesto Eric, è innamorata Senta, non della vita della carne e del sangue, non della vita due-cuori-e-una-capanna ma dell'Amore folle e sconsiderato e incontaminato e disperato e chiaro; per questo si dannerà. Ma dannandosi si salverà, salverà l'Olandese e salverà tutti noi, l'intera umanità, riscattandola dalle convenzioni, dalle umiliazioni, dalle miserie in cui abbiamo costretto la vita. Trovo deludente, anche se arrivo a comprenderne i motivi, nel finale dello spettacolo del secondo cast, da me visto il 26, aver evitato un particolare che ritengo centrale nel congegno registico di Kokkos e che si ritrova nei passati allestimenti. Mi riferisco al gesto finale di Senta, che esce dal bozzolo nero della vita per farsi bianca e nascere alla morte e all'amore. Indicibile profumo di libertà, quel gesto, che sa d'Amore e di Morte, inscindibile immancabile binomio romantico che trionfa qui, in questa che è certamente la più "romantica" e "giovane" delle opere del Maestro.

Stefan Anton Reck lo ricordavo assorto direttore di una stupefatta Siegfrieds Trauermarsch l'anno scorso al Petruzzelli nel «Götterdämmerung»: l'ho ritrovato quest'anno preciso nel gesto e ispirato al pari del ricordo. Ha scelto tempi insolitamente lenti e un po' "italiani": ma così eseguita - non credo sia un caso - la dolce melodia della redenzione attraverso l'amore, l'Erlösungs-Melodie che sentiamo all'inizio a chiudere il Preludio, e poi in seguito nella ballata di Senta, e nel finale ultimo dell'apoteosi conclusiva - quella melodia che più di ogni altro motivo, nel «Fliegende» somiglia a un leitmotiv, pur senza esserlo - tanto ricorda, dicevo, così eseguita, il tema della Redenzione di Brunhild - quello sì, autentico leitmotiv - che chiude, fulgido e splendente, il «Crepuscolo» e l'intero «Ring». E, si badi, il senso, nell'un caso e nell'altro, è perfettamente sovrapponibile. In fondo il genio di Wagner è anche in questo, nella rincorsa lunga tutta la vita di motivi e temi, richiamando di Drama in Drama i fondamenti del pensiero e dell'arte sua. Così è per «Lohengrin» e «Parsifal» e i «Meistersinger», così per il «Ring» e «Tristan» e «Tannhäuser»; così, evidentemente, anche per «Fliegende Holländer».

Il coro - diretto dall'ottimo Salvatore Caputo - è storia a sé: pienamente consapevole del suo ruolo - siamo noi, quei rudi ma poco avventurosi marinai, quelle filatrici alacri ma così poco sognatrici, quell'umanità dai miopi orizzonti… - ci rappresenta al meglio, senza sbavature, teutonicamente e - non meravigli - napoletanamente preciso e insieme appassionato, anche quando nel ridondante testo wagneriano prevalgano asperrime consonanti rispetto a cantabili vocali. I cantanti: dell'Olandese da me sentito, Jalun Zhang, occorre sottolineare la notevole presenza scenica ma un deciso calo di voce nel finale; l'inverso per Senta, Jennifer Wilson, un po' ingolfata nel gesto ma dalla voce sicura e solida; Stanislav Shvets, l'avido Daland, è padrone del palcoscenico sia vocalmente sia nella recitazione; Will Hartmann restituisce un Eric nobile, appassionato e dolente; Elena Zilio, Mary, è attrice consumata ben conosciuta dal pubblico - come non ricordare la sua Mamma Lucia nella «Cavalleria» di Delbono, l'estate scorsa proprio qui al San Carlo? - dalla vocalità sempre cristallina e potente. Un cast ben all'altezza del compito, tirando le somme.

Si comprende, alla fine, la ragione del sicuro successo - ormai più che decennale - di questo allestimento, che non si limita - come pure è stato detto - alla lussuosa ed elegante confezione. La musica di Wagner, anche se del Wagner "minore" e per certi versi "atipico", credo necessiti di regie e scenografie (Kokkos, prima che regista è scenografo) che, rifuggendo l'effetto, la ricercatezza, lo stupore a tutti i costi, riescano a far rivivere polverose partiture con moderna sensibilità. E rinnovando l'antica emozione dello spettacolo in musica.

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