Pinkerton

Letteratura

787 risposte in questa discussione

Riapro questo argomento riallacciandomi alle "Benevole" di Littel, che sto rileggendo visto il parere encomiastico dell'amico Giordano..

Non posso che confermare, da un lato, la modesta statura letteraria di questa prosa, anche se per per un libro eccentrico come questo, fatto di memorie romanzate, sognate e poi fotografate,certi requisiti stilistico formali possono passare in secondo piano.. Sono invece interessanti alcuni clichés narrativi come il puntuale, sistematico uso dei gradi militari per denominare i soldati: Oberfruppenfuhrer, Feldengerdarm, Haupsturmfuhrer,

Kommandant, Obersturmbannfuhrer, ecc, con una costante ricaduta a citare il Reichsfuhrer, vertice della piramide, ultimo dio, burattino-burattinaio a cui tutto fa riferimento.

Littell, descrivendolo nella sua declinazione più rigida, quella del potere militare, dipinge un affresco impietoso del potere dove l'uomo è ridotto a un confronto gerarchico, a un rapporto grado-non grado, dove il grado militare è individuazione e appartenenza, arbitrio assoluto e assoluta deresponsabilizzazione, nella costante delega delle responsabilità a gradi superiori, a ordini non discutibili.

Questa condizione sospensiva, di stand-by della coscienza, è il trionfo della distruttività umana. Littell è abile nel mandare questo messaggio.

Ma, se sarà possibile, Giordano, ne riparleremo.

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Riapro questo argomento riallacciandomi alle "Benevole" di Littel, che sto rileggendo visto il parere encomiastico dell'amico Giordano..

Sono invece interessanti alcuni clichés narrativi come il puntuale, sistematico uso dei gradi militari per denominare i soldati: Oberfruppenfuhrer, Feldengerdarm, Haupsturmfuhrer,

Kommandant, Obersturmbannfuhrer, ecc, con una costante ricaduta a citare il Reichfuhrer, vertice della piramide, ultimo dio, burattino-burattinaio a cui tutto fa riferimento.

Littell, descrivendolo nella sua declinazione più rigida, quella del potere militare, dipinge un affresco impietoso del potere dove l'uomo è ridotto a un confronto gerarchico

L'aspetto stilistico delle Benevole è, per così dire, sparuto, inappariscente, un po' per limiti propri di Littell, ma credo in gran parte per una scelta stilistica, "flaubertiana", di lasciar che a emergere sia l'enormità, l'abnormità del contenuto. Ma è proprio quello, la vicenda, il fuoco del romanzo? Non credo. Invece, Pink, hai ragione: il punto, l'idea fissa delle "Benevole" è quello che in termini militari si chiama "catena di comando". L'ossessione del grado, il vortice delle responsabilità che ne richiamano sempre una superiore, e dunque nessuno è mai individualmente una volontà totale, ma un frammento di volontà, dunque un frammento (una rovina, un moncherino) di umanità. Gli echi che la logica del grado rinvia alla nostra situazione, a chi ritiene di vivere in una società libera, dove la volontà è esercitata con piena autonomia, sono inquietanti, e sono la forza poetica del romanzo. Altri temi sono per me interessanti, la figura del Reichsfuhrer Himmler che diventa centrale (perché è lui il vertice, come dice bene Pink, di tutti i "gradi") rispetto a un eccentrico, quasi marionettistico Hitler, il rapporto tra Ulrich e sua sorella Una (che richiama palesemente quello tra Agathe e Ulrich dell'Uomo senza qualità) la freddezza e, ripeto, l'inappariscenza in cui Littell riesce a trascinare il lettore nel fango del Novecento. E più il protagonsita, Max, sale di grado, più la guerra è perduta, la catastrofe vicina... Ricorda qualcosa?

Dunuqe il punto individuato da Pink, il "delirio del grado", lo "stand-by" della coscienza quale anticamera della "distruttività umana", quello è, si sarebbe detto una volta, il messaggio, sbattuto in faccia all'anima bella occidentale con la brutalità del grande romanzo contemporaneo. Per me, chapeau.

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il "delirio del grado", lo "stand-by" della coscienza quale anticamera della "distruttività umana", quello è, si sarebbe detto una volta, il messaggio, sbattuto in faccia all'anima bella occidentale con la brutalità del grande romanzo contemporaneo. Per me, chapeau.

. Mi viene in mente, Giordano, una frase di Leonardo Sciascia riferita a un famoso e "titolatissimo" uomo politico in auge una trentina di anni fa: "Non c'e niente di piu' pericoloso di un imbecille che abbia le idee chiare". Riportato il concetto al romanzo di Littell la frase suonerebbe: " E' rovinoso dare dei gradi, cioe', delle deleghe di potere a degli uomini mediocri". In realtà' la gerarchia, i gradi, sono la conditio sine qua non per far muovere la distruttiva macchina della guerra. Il reale valore di chi li porta non ha poi tanta importanza, perché l'obiettivo della guerra sono appunto la rovina, la distruzione, l'azzeramento.

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Ma torniamo al libro, Giordano.

Sebbene le qualità stilistiche di questa singolare opera a metà strada fra il romanzo storico e il catalogo residuale di "memoires", ennesima rielaborazione artistica di un periodo storico tragico e deplorevole che, come spesso accade all'uomo, abilissimo in queste spregevoli, trasformistiche alchimie, viene utilizzato dai posteri (cioè da noi) per rimarcare la propria indignazione e la propria intelligenza etica ( come se i protagonisti di tutte quelle ripugnanti nefandezze fossero dei marziani o dei venusiani venuti dal cielo e non i nostri nonni e i nostri padri, cioè noi stessi), appaiano piuttosto trascurate, è molto probabile che questo impoverimento dello stile sia, come tu hai notato, un artificio letterario escogitato per rimarcare l'"enormità" dei contenuti.

In realtà rileggendo "Les Bienveillantes" mi appare sempre più evidente che la storia e i suoi orrori, la guerra, l'olocausto, il feroce scatenarsi della cieca distruttività, non sono che lo sfondo opportuno, il contraltare ideale per elaborare la prospettiva autentica dell'opera. che è quella intimistica, del diario interiore, dell' autoanalisi esistenziale.

Il protagonista nasce lui medesimo, ancor prima degli eventi "comuni" che racconta, ancor prima della guerra, come figura tragica, perchè asociale, "scandalosa", colpevole

e quindi destinata comunque all'esclusione, all'abiezione. Guerra o non guerra, egli da subito è il predestinato agente di un'infrazione abominevole alle sacre norme della procreazione ( è omosessuale) e della famiglia.( è incestuoso). Max è un personaggio sofocleo, un Edipo moderno, un antieroe senza possibilità di riscatto, destinato alla menzogna, alla finzione. Per saecula saeculorum. Passa tutta la sua vita a fuggire, a mascherarsi, a confondersi , a riproporsi e si racconta infine da sopravvissuto. ma anche allora, a bocce ferme, a guerra finita, non è che un fuggiasco e un mentitore.

Non trovi Giordano?

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i-doni-della-vita.jpg

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Ho già capito che prima o poi dorvò leggere Littel. :)

Ero in cerca di questo romanzo di Zweig ma possibile che non sia stato tradotto in italiano?

2950332-M.jpg

Il titolo originale è Rausch der Verwandlung.

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Ho già capito che prima o poi dorvò leggere Littell

Giordano e Pink te lo consigliano vivamente.

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Ma torniamo al libro, Giordano.

Sebbene le qualità stilistiche di questa singolare opera a metà strada fra il romanzo storico e il catalogo residuale di "memoires", ennesima rielaborazione artistica di un periodo storico tragico e deplorevole che, come spesso accade all'uomo, abilissimo in queste spregevoli, trasformistiche alchimie, viene utilizzato dai posteri (cioè da noi) per rimarcare la propria indignazione e la propria intelligenza etica ( come se i protagonisti di tutte quelle ripugnanti nefandezze fossero dei marziani o dei venusiani venuti dal cielo e non i nostri nonni e i nostri padri, cioè noi stessi), appaiano piuttosto trascurate, è molto probabile che questo impoverimento dello stile sia, come tu hai notato, un artificio letterario escogitato per rimarcare l'"enormità" dei contenuti.

In realtà rileggendo "Les Bienveillantes" mi appare sempre più evidente che la storia e i suoi orrori, la guerra, l'olocausto, il feroce scatenarsi della cieca distruttività, non sono che lo sfondo opportuno, il contraltare ideale per elaborare la prospettiva autentica dell'opera. che è quella intimistica, del diario interiore, dell' autoanalisi esistenziale.

Il protagonista nasce lui medesimo, ancor prima degli eventi "comuni" che racconta, ancor prima della guerra, come figura tragica, perchè asociale, "scandalosa", colpevole

e quindi destinata comunque all'esclusione, all'abiezione. Guerra o non guerra, egli da subito è il predestinato agente di un'infrazione abominevole alle sacre norme della procreazione ( è omosessuale) e della famiglia.( è incestuoso). Max è un personaggio sofocleo, un Edipo moderno, un antieroe senza possibilità di riscatto, destinato alla menzogna, alla finzione. Per saecula saeculorum. Passa tutta la sua vita a fuggire, a mascherarsi, a confondersi , a riproporsi e si racconta infine da sopravvissuto. ma anche allora, a bocce ferme, a guerra finita, non è che un fuggiasco e un mentitore.

Non trovi Giordano?

Accodandomi al consiglio per Miasko di leggerlo, condivido e sottoscrivo Pink: Max, il protagonista delle Benevole, è un fuoriuscito, un segnato con la lettera scarlatta, un voltafaccia che sotto la divisa e i gradi, sotto l'obbedienza a una macchina di morte cui delega ogni responsabilità, nasconde e elude la sua vera identità, la sua vera natura, la sua umanità scandalosa, la sua fantasia infantile e perversa. Di questa si vergogna, di questa è atterrito, ben più che degli orrori bellici in cui pure ha parte importante. In un certo, orribile modo, Max "protegge" la sua perversione privata servendosi della catastrofe della storia, mimetizzandosi dietro di essa e in questo, sinistramente, ci commuove.

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Forse è anche una questione di scala (e quindi anche di gradi), giordano, nel senso che la nevrosi privata è la proiezione su scala ridotta della catastrofe della storia e viceversa. C'è una autosimilarità che si mantiene nel passaggio dei gradi : dal grande al piccolo, dal piccolo al grande.

Io, intanto, ho preso questo qui sotto, ammaliato dalla splendida copertina e sperando che non sia il solito Roth...

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Forse è anche una questione di scala (e quindi anche di gradi), giordano, nel senso che la nevrosi privata è la proiezione su scala ridotta della catastrofe della storia e viceversa. C'è una autosimilarità che si mantiene nel passaggio dei gradi : dal grande al piccolo, dal piccolo al grande.

Io, intanto, ho preso questo qui sotto, ammaliato dalla splendida copertina e sperando che non sia il solito Roth...

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Forse è anche una questione di scala (e quindi anche di gradi), giordano, nel senso che la nevrosi privata è la proiezione su scala ridotta della catastrofe della storia e viceversa. C'è una autosimilarità che si mantiene nel passaggio dei gradi : dal grande al piccolo, dal piccolo al grande.

Ben nota, Zeit, questa tua equazione.

Max è uno di quei personaggi tragici assoluti, uno di quei predestinati astorici che possono entrare in simbiosi con certi momenti storici ma che sostanzialmente restano al di fuori della storia.

Leggete la sua prolusione,nelle prime pagine: a noi lui si presenta come un sopravvissuto anaffettivo, indifferente, talmente avvezzo al dolore del fallimento da non temerli neppure più. Ormai incapace di condannare e di assolvere, solo buono più che a raccontare. Un uomo totalmente libero.

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Ossessione, ripetizione, macchinalità dell'esistenza, ovvero la volontà ridotta ad automaton, l'elucubrazione come godimento senza fine sono solo alcuni degli ingredienti di questo piccolo capolavoro, che non mi stancherò mai di consigliare. La frugalità della prosa di Bernhrad qui è pura poesia.

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Libro del mese di novembre del gruppo di lettura:

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(numero di pagine: 38 :ninja: )

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Bellissimo, i prodotti di questa casa editrice sono veramente molto curati.

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Qualcuno potrà pensare, soprattutto il letterato-artista medio ( che Russell "rimprovera" affettuosamente nel libro), che il titolo sia retorico e anche il tema conduttore. Per parte mia ho trovato questo libro estremamente semplice e utile, il quale offre una visione moderna e lucida dei rapporti interpersonali, oltre che un esempio di filosofia pragmatica. L'unica riserva è sugli esempi a volte troppo semplicistici ( questo credo sia dovuto al fatto che Russell si sia preoccupato di non annoiare il lettore) ma che per nulla disturbano il valore complessivo di un saggio di pregevole valore educativo.

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il libro digitale spariglia il mercato, titola il sole24ore.

il libro cartaceo, il romanzo in particolare, è morto. alcuni forse pensano si tratti di agonia, ma tralasciando i contenuti di quell'articolo (dove l'andamento del mercato dell'ebook per il 2011 è stato stimato al +750%) credo che la morte del cartaceo sia determinata dalla 'politica' dei costi. tempo fa lessi il penoso 1Q84 (il primo volume). 20 euro. il secondo volume del romanzo costa 18.5 euro. sono 38.5 euro. vi pare poco. l'ultimo libro di piperno (ovviamente pubblicato come dittico per far spendere di più) costa in totale 40 euro.

ecco non ho nulla da aggiungere.

anzi sì. che ce ne facciamo nel 2012 di testi che non hanno indice di nomi, analitico e di luoghi? nulla di nulla. se ci fosse il modo di vendere tutti i libri che ho e averli in pdf lo farei immediatamente. ma ci vorrà tempo. beate le future generazioni.

riguardo il romanzo...mi pare ovvio sia morto nel novecento assieme alla musica. forse avranno vita più lunga certi testi illustrati. ma anche qui...con immagini cartacee che ce ne facciamo?

detto questo, mi mancherà l'odore della carta stampata. e il piacere consumistico dell'accumulo. la vanesia delle pareti ricoperte da scaffalature ricolme di libri inutili e tarmosi e deteriorati e usati. la mania dell'accumulo e la necessità di accumulare oggetti durerà un po' di più. ma è già morta anche quella. almeno relativamente a certi 'beni' di consumo.

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il libro cartaceo, il romanzo in particolare, è morto.che ce ne facciamo nel 2012 di testi che non hanno indice di nomi, analitico e di luoghi? nulla di nulla.

Il libro singolo e cartaceo, colle dimensioni e la qualità della carta, col colore e i fregi della copertina, con la data di stampa e magari il prezzo originale, con i segni dell'usura e del suo invecchiare, con le macchie e le sue tarme, la sua polvere e il suo odore, con la data di stampa e il numero progressivo, col fatto di essere un oggetto unico al di là del contenuto, per noi nati e cresciuti in un'epoca non informatizzata, possiede ancora, nella sua pura fisicità, una valenza affettiva, quasi fosse una persona. Il libro cartaceo è anche la metafora del possesso della conoscenza, della nevrosi benedettina tesa all'accumulo, alla catalogazione e alla conservazione del sapere e allora davvero ben poco conta se e quanto lo si sia letto, se e come lo si sia capito.

Quello che si ritiene, quello che via via ad ogni giorno resta, d'altra parte, tu ben lo sai vul, è tutto nella nostra mente,è affidato alle nostre facoltà di memorizzazione e al perpetuo e del tutto occasionale rituale della rilettura e, se la fortuna ci assiste, anche del confronto con altri "lettori".

Quello che noi chiamiamo "sapere" non sta nei libri, cartacei o informatizzati che siano. Quello che si definisce "sapere" un labile e volubile compromesso neurofisiologico e la sua dimensione elettiva è comunque quella orale. La scrittura ( e la lettura che ne consegue) è solo un ripiego, un artificio per sopperire alle ineluttabili, subentranti defaillances della memoria che, d'altra parte,se Dio vuole, ha molti compiti e non solo quello di far da serva all'istinto della curiosità.

Ma tutte queste, caro amico, sono solo chiacchere e, in sovrapprezzo, anche scritte.

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Entrambi provenienti dalla solita Malatestiana di Cesena.

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Provo a riavvicinami alla letteratura con Cuore di Tenebra di J. Conrad.

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imprescindibile :o

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Prossime letture:

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Lettura finita oggi:

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Sto leggendo "Il cimitero di Praga" di Eco. Sembra un romanzo giallo-poliziesco ambientato in un Ottocento ufficioso e clandestino.Invece racconta, in modo singolare ed eccentrico, della sconfitta della ragione sulla storia e di come il motore culturale della storia non possa che essere la pura, gratuita invenzione, il piu' spudorato teatro. Al servizio dell'istinto piu' cieco. Ma lo fa con nonchalance e con tanta leggera, paludata ironia, estremo e unico baluardo alla forza incontenibile, esiziale e tumultuosa, della storia dell'umanita'.

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Ho iniziato ieri sera

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è un libro meraviglioso.

Concordo. Ti consiglio anche questo :

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Sto leggendo "Una vita" di Maupassant.



All'inizio mi annoiava mortalmente, mi sembrava un romanzo per signorine. Ora mi sono rassegnato, è un romanzo per signorine, ma come diceva Totò, voglio vedere dove va a parare. Quasi sicuramente malissimo per la giovane protagonista. Comunque. Ormai mi ha preso.


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