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Wittelsbach

Le recensioni operistiche discografiche di Wittelsbach

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3 ore fa, Wittelsbach dice:

Ragazzi, vi leggo e vi condivido.
Intanto...Saint-Saens-Samson-et-Dalila-Giuseppe-Pa

Meno problemi si pone il robusto James King: un Samson di voce gagliarda, imponente, dal ricco colore bronzeo e luminoso, sostenuta molto bene. Lo confesso, ho sempre avuto un debole per questo cantante. Ci si accorge subito, in ogni caso, che l'unico lato enfatizzato del suo personaggio è il coté eroico e guerriero, lasciandone in ombra i tormenti e le estasi amorose, al punto che quando deve cantare piano nelle scene con Dalila gli tocca ricorrere, ora più ora meno, a sonorità di gola piuttosto pesanti. Comunque, un Samson a senso unico, per quanto appagante da udire.

Nella prima parte della carriera, con la voce ancora integra, James King era un tenore "eroico" di prima grandezza. Certo i suoi centri erano spesso tesi e ridondanti di suono e lo slancio lo portava ogni tanto a forzare in acuto. Tuttavia dominava egregiamente tutta la gamma e anche nei ripiegamenti a intensità ridotte sapeva il fatto suo, come si evince da questo Lohengrin del 1968 che lo coglie in ottima forma vocale.

 

 

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4 ore fa, Wittelsbach dice:


Christa Ludwig, in particolare, come qualità esecutiva si situa forse al top della discografia. E' incredibile sentire una voce così sostenuta, dall'estensione così pazzesca, con acuti lucenti e imperiosi, e un registro grave mai pompato ma, al contrario, naturalissimo. Un miracolo. Il problema è che questa Dalila è più elegante che sensuale, o tantomeno sessuale. La componente della brada sensualità è quasi del tutto assente, sostituita da intelligenza e misura nel porgere le frasi. La citata aria del Secondo Atto la vede cantare alla grande, per giunta accompagnata magicamente da Patanè. La scena col Sommo Sacerdote va secondo lo stesso andazzo. Non si può dire che la Ludwig sia inespressiva: certi particolari di fraseggio emergono. E' solo che forse il personaggio non era troppo "sentito" dalla sua sensibilità.

Analisi perfetta Principe.e io toglierei quel "forse". 

Vocalmente la Ludwig è splendida. Come personaggio è fuori dai ranghi delle Dalila di tradizione, sanguigne e sensuali, adescatrici e temperamentali. Sentendo la Ludwig sembra di udire una principessa, tanto rifinito è il suo canto, tanto nobile è il suo fraseggio. Troppo compassata? Fuori parte? Forse, ma la sua Dalila è da ascoltare.

 

 

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Un curioso confronto tra due celeberrime soprano, entrambe declinanti, che cantano Dalila.

 

 

 

 

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On 7/2/2017 at 19:04, Pinkerton dice:

Un curioso confronto tra due celeberrime soprano, entrambe declinanti, che cantano Dalila [Callas vs Tebaldi]

On 6/2/2017 at 20:57, Pinkerton dice:

Analisi perfetta Principe.e io toglierei quel "forse". 

Vocalmente la Ludwig è splendida. Come personaggio è fuori dai ranghi delle Dalila di tradizione, sanguigne e sensuali, adescatrici e temperamentali. Sentendo la Ludwig sembra di udire una principessa, tanto rifinito è il suo canto, tanto nobile è il suo fraseggio. Troppo compassata? Fuori parte? Forse, ma la sua Dalila è da ascoltare

 

 

Cavolo Pink, stavo per scriverlo e mi hai anticipato!!

Quel che volevo dire è questo: non conosco la Dalila della Ludwig, ma ascoltare per tanti anni la Dalila della Callas (o meglio quel che poteva essere) mi ha persuaso che può esserci un'altra via per realizzare questo personaggio, una via che non sia quella ovvia della sensualità esplicita (come ad esempio la Verrett nel video con Vickers). In fondo anche Saint-saens offre una scrittura di un romanticismo castigato più che travolgente, a momenti imperioso, o dovrei dire più ipnotico. Più che puntare al dominio delle parti basse, Dalila sembra una fine manipolatrice della psicologia del maschio (ove rientra anche l'erotismo). A naso credo che la Callas ritrovasse in lei più una Lady Macbeth che una Carmen, una sorta di materno dominante, e ad ascoltarla le si darebbe ragione. Non certo l'unica via interpretativa, ma una strada possibile insomma.

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8 ore fa, Majakovskij dice:

A naso credo che la Callas ritrovasse in lei più una Lady Macbeth che una Carmen, una sorta di materno dominante

Si', Maja, il fraseggio vigile e temperamentale della Callas puo' dare questa idea. Resta il fatto che l'archetipo che Dalila rappresenta e' quello della carica sensuale, della fascinazione erotica. 

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La suggestione di Carmen aleggiava parecchio, sui palcoscenici d'un tempo. Ci stava proprio, un'altra opera con una sensuale sigaraia come protagonista. Così, nel 1911, ecco arrivare la Conchita di Zandonai, su un libretto originariamente francese ma poi mutatosi in italiano. La storia riguarda la scettica Conchita, operaia corteggiata dal ricco Mateo, alla sincerità del quale lei non crede. Tutta l'opera riguarda questo prendersi e sfuggirsi, con Conchita che nel frattempo diventa ballerina di flamenco e cerca sempre nuovi espedienti per mettere alla prova il tenore, fino al lieto fine (finalmente lei accetta).
Un po' di colore locale, in questa partitura, ma non più dello stretto necessario: Zandonai era un musicista troppo colto e raffinato per abbassarsi a mezzucci simili. Poco verismo, anche: ma questo ce l'aspettavamo, trattandosi appunto di Zandonai, musicista tra i più originali, anzi tra i meno scontati dell'Italia in quel periodo. Come sempre, abbiamo un sagace trattamento dell'orchestra e armonie audaci, molto interessanti. La non eccessiva durata poi rende il tutto molto scorrevole.

Questa edizione è una ripresa RAI del 1969, di suono monofonico ma ottimo. Il primo cd dura 70 minuti abbondanti, e il secondo cd, oltre a non molti minuti conclusivi dell'opera, è occupato da un corposo bonus di una Francesca da Rimini registrata alla radio francese nel 1976 con Ilva Ligabue (!!) e Aldo Protti (!!).
Comincio col dire come Mario Rossi, indomito più che mai, sigla una direzione infuocata ma anche composta, piena di spezie teatrale e non ignara di musicalità: Rossi, lo ricordiamo, era uno dei maggiori alfieri dell'esecuzione di opere moderne, o almeno poco conosciute, affrontate tutte con la professionalità, l'istinto da animalaccio teatrale e la statura inossidabile di musicista che indubbiamente possedeva come non molti altri, e che gli era riconosciuta pure all'estero (sue le riprese dei verdiani Vespri Siciliani a Londra in lingua francese, così come molti anni prima addirittura in Germania e in tedesco). Sentire l'inizio del secondo atto, con la coesione perfetta dei numerosissimi comprimari (molti dei quali nemmeno citati dalla spartana locandina della Gala).

Tra i cantanti, molta era la curiosità di sentire Antonietta Stella nel 1969, anni dopo le glorie discografiche della prima parte della carriera. E il risultato, almeno fonicamente, è ottimo. La Stella non si era affatto deteriorata presto come Callas e Tebaldi: si ritirò nel 1974, ma era ancora in ottima salute. Nella fattispecie, qui la protagonista fa udire una voce robusta, ancora morbida e bellissima, capace di salire con saldezza ad acuti appena un poco più oscillanti che in passato, oltre che con qualche colpo di glottide. Ma complessivamente, la difficile parte è molto ben dominata. Meno memorabile l'interprete: in questo la Stella non è cambiata. Canta tutto con un'espressione che, se non si può definire inesistente, è tuttavia abbastanza generica, non troppo incisiva e nemmeno troppo memorabile. Occorerebbe maggior talento, per tratteggiare adeguatamente una figura così. Ci sarebbe voluta una Callas degli anni d'oro.

Migliore sotto questo aspetto si rivela invece, a sorpresa, il tenore Aldo Bottion, che conoscevo soltanto a motivo del non trascendentale Cassio del secondo Otello di Karajan, e che qui si mostra capace di ben altro. All'epoca, doveva essere una sicura promessa della lirica: voce calda ma dal colore chiaro e giovanile, per giunta sostenuta con inattesa perizia, vista la facilità nel salire ad acuti limpidi e squillanti senza l'ombra di un suonaccio, e anzi con un volume di tutto riguardo. Piace però maggiormente, Bottion, per lo sforzo d'interprete. Anche il Cassio con Karajan, a ben vedere, era interessante per le capacità espressive, ma qui Bottion sfodera una dizione di rara nitidezza, e, in più, un notevole talento nello scandire le consonanti dando loro il giusto peso emotivo. Nel secondo atto, in particolare, numerosi sono i dettagli di fraseggio che restano in mente. In genere, la sincerità dell'amore che questo Mateo prova per Conchita è espressa con rara intensità e autenticità, oltre che molto persuasivamente da un punto di vista vocale.

Tra gli altri personaggi, la Madre di Conchita si giova della voce opulenta e del carnoso fraseggio di Anna Maria Rota. Le altre parti, inutile indagare nel dettaglio, sono del tutto perfette.

Quanto alla Francesca da Rimini del 1976, è registrata con eccellente suono stereofonico, e sarebbe interessante sentirla nella sua interezza. Nello Santi dirige con dinamismo e grande senso del teatro; la Ligabue è una Francesca umanissima e per nulla contaminata da scorie liberty che pure sono pertinenti; l'udinese Ruggero Bondino è un Paolo lievemente grossier ma non male, mentre il Gianciotto di Aldo Protti, a 56 anni, fa valere una notevole grinta anche vocale.

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