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Wittelsbach

Le recensioni operistiche discografiche di Wittelsbach

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Io questa Tosca me la sarei presa più che per la Tebaldi che nel 1953 non poteva non cantare ancora bene, per Campora che come tanti cantanti del passato ora dimenticati, m' incuriosisce. Mascherini lo conoscevo per un barbier di siviglia messicano con Pippo. E a proposito di Pippo, c'è una Tosca "nascosta" live cantata a Rio nel 1954 della quale ci sono alcuni estratti su youtube e che a detta di tutti vede sia la Tebaldi che Di Stefano in gran spolvero.

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Una delle Tosche più curiose e bizzarre che ci siano in circolazione, con molti momenti abbastanza validi ma tendenzialmente poco organica e scombinata.

La colpa è del cast e del direttore.

Parliamo anzitutto di quest'ultimo, Maazel. Certo non è un battisolfa alla Alberto Erede: ma certo, dalla sua mostruosa capacità tecnica era lecito attendersi qualcosa di più. Un'alba romana, ad esempio, molto più rifinita e chiaroscurata, anziché lievemente sbrigativa. L'accompagnamento al canto è poi problematico, con una sorta di sovrano disinteresse per le esigenze di certi esecutori (Fischer Dieskau) letteralmente investiti di suono orchestrale totalmente improprio. Maazel, in sostanza, crea una sorta di collage di pannelli: magari qualcuno è pure carino, ma si vede che sono surrettiziamente uniti, anziché formare un insieme organico.

Cast veramente atipico. Birgit Nilsson affronta Tosca come cantava la Turandot all'epoca: e il risultato è interlocutorio. Il fraseggio non sa prestarsi alla cangiante mobilità di umori e di emozioni di questo personaggio, risultando un po' rigido, molto "femme fatale" intimidente e teutonica, e poco ragazzina amorosa. La voce è certamente splendida, il legato supera anche quello della Tebaldi, tutte le note sono stupende, i passaggi di registro perfetti. Diciamo che se qualcuno vuole sentire le note di Tosca, la Nilsson è una delle esecutrici di riferimento. Ma se cerchiamo l'anima di Floria, occorre riandare alla Callas o alla Freni.

Più idiomatico Corelli, anche se Mario non fu una delle sue parti più famose. I suoni sono strabilianti, la quintessenza dell' "amoroso" pucciniano: "Recondita armonia" si srotola nel più scuro dei velluti, il si naturale a "La vita mi costasse" è una lama abbagliante, il pianissimo a "Mia sirena" è un capolavoro di sentimento. Ma allora, perché non farne di più, visto che si sa farli? Con simile voce, una tale inerzia di fraseggio e di modulazione (ammenocché non sia qualche smorzatura esibizionistica, tipo quella meravigliosa di "Disciogliea dai veli") è veramente un cocente spreco. Manca il languore, manca l'ironia, manca il dolore (sostituito da qualche attacco col singulto incorporato): molto ma molto più convincente di Del Monaco, ma le mancanze si sentono, e tanto.

Fischer Dieskau è la scelta "originale" del record producer o di chissà chi altri. Sulla carta, poteva essere vincente. Ma anzitutto, Maazel non tiene conto delle sue caratteristiche vocali, e lo copre costantemente con un'orchestra quasi sempre troppo forte, che lo obbliga ad alzare la voce. Poi, l'interpretazione. Vi aspettavate uno Scarpia mellifluo, interiorizzato e intellettuale, come spesso fa Fischer Dieskau? Abbandonate quest'aspettativa. I momenti insinuanti non mancano, ma sono più pochi e meno interessanti di quanto ci saremmo aspettati. Non mancano, in "compenso", le inflessioni cattive, gli sghignazzamenti, i parlati da filodrammatica, i puri e semplici urli, i ringhi. Uno Scarpia davvero deludente e del tutto fuori parte. E vocalmente non ci siamo: con un'orchestra così, il cantante deve forzare, ed emette acuti di carta velina.

Nelle parti di fianco, Silvio Maionica funziona ancora come Angelotti, anche se è percettibilmente usurato rispetto a prestazioni degli anni Cinquanta, e il fa acuto non è proprio il suo forte. Alfredo Mariotti, artista di gusto senz'altro maggiore rispetto a un Corena, ha una bella voce di basso e plasma un Sacrestano senza dubbio buono, anche se non estroso interpretativamente. Gli altri se la cavano tutti, con menzione speciale per il caro Piero De Palma nei panni di Spoletta.

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Eppure io davo Corelli come il Caravadossi di riferimento anni 60, sebbene sapessi che sostanzialmente Corelli non ci ha lasciato una incisione "seria" di Tosca. E' mistero come mai Karajan nel 1961 chiamò Di Stefano (che non era più il Mario della Tosca con la Callas) al fianco della Price invece che Corelli

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E' mistero come mai Karajan nel 1961 chiamò Di Stefano (che non era più il Mario della Tosca con la Callas) al fianco della Price invece che Corelli

Probabilmente, Alfio, la scelta di Karajan fu una questione di timbro.Proprio nel '62 chiamò Corelli per incidere Carmen. Ma Corelli aveva voce scura, adatta al ruolo drammatico di Don Josè, mentre Karajan voleva per Cavaradossi un tenore dal timbro chiaro e giovanile e così scelse Di Stefano ( esattamente come quasi vent'anni dopo per la sua seconda Tosca discografica chiamò Carreras).

Il nostro Pippo nel '62 aveva già compromesso tutto il settore acuto che era fibroso, faticoso e al limite del grido.

Tuttavia in zona centrale coservava uno smalto ancora attraente come si evince dall'attacco di "Recondita armonia" (6:12---6:43) dall'incisione a cui accennavi, incisione che io tengo in grande considerazione ( acuti di Di Stefano a parte) e della quale anelo una recensione del Principe di Baviera.


/>http://www.youtube.com/watch?v=I0lUgewY_Lc

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Un regalino di Natale per voi: la recensione di questo doppio cd, non so quanto attualmente reperibile.

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Ambedue le opere, in queste registrazioni, meritano l'ascolto. Tuttavia, trovo però che i Pagliacci siano più "compatti", malgrado le mende di parte del cast.

Nei Pagliacci, abbiamo soprattutto un grande Corelli. Che voce straordinaria! L'alta tessitura è dominata senza alcuno sforzo, e con acuti scintillanti. Il legato si srotola con morbidezza estrema, e i passi più duri ricevono un trattamento incisivo. Ma anche l'interpretazione è notevole: dolente, amaramente consapevole, con un "Vesti la giubba" di aulica grandiosità, quasi "alla Gluck", per così dire. E la scena finale ci mostra un Canio letteralmente distrutto dal punto di vista umano, anche se espresso da voce più che mai abbagliante. Un Canio fenomenale, uno di quelli di assoluto riferimento.

Al suo livello, il Silvio di Mario Zanasi, baritono forbitissimo e di tecnica provetta, un poco eclissato da colleghi più celebri ma non necessariamente migliori. Il suo è un Silvio giovanile, impetuoso, ricco di slanci d'amore. Il canto, oltretutto, è di rara perfezione: linea vocale leggera, non artificiosamente gonfiata ma timbratissima perché tutta "in maschera", il che gli consente mezzevoci di tutto rispetto (un solo appunto: poteva farne qualcuna in più) e acuti limpidi, squillanti, sicuri. Il mio Silvio ideale, più ancora di Panerai che aveva dei limiti, e di Keenlyside che ha meno smalto.

Il resto regge meno.

Lucine Amara, all'epoca, era un sopranuccio di modesto valore ma inspiegabilmente gettonatissima al Metropolitan per la parte di Nedda (e non solo). Qui ha solo 36 anni, ma sembra al capolinea: voce di timbro precocemente senile ma con un fondo infantile, emissione fissa e rigida, dizione impastata e leziosa. L'interprete, come è facile immaginare, inclina pericolosamente verso una zuccherina caricatura da soap opera. Inascoltabile ovunque, ma specialmente nella ballata e nella scena della recita.

Tito Gobbi "tiene" di più, giacché almeno pronuncia decorosamente e ha qualche felice intuizione di fraseggio, almeno nei passi più "recitati". Ma il suo Tonio non è certo memorabile. Vocalmente è ridotto molto male: dopo anni di canto aperto e tonsillare, il timbro ne ha risentito, perdendo la robustezza che aveva. L'emissione comincia a ingolarsi sempre di più, e restano i difetti di sempre: gli acuti sono raggiunti alla "o la va o la spacca", per dire. Nel 1954 (o 1953?) Serafin aveva imposto a Gobbi di omettere il sovracuto alla fine del Prologo, risparmiando le nostre orecchie, giacché certe cose andrebbero fatte solo se si ha la certezza di farle alla perfezione. Qui Matacic invece gli lascia briglia sciolta, così Gobbi emette il la, che gli riesce decisamente male. Ciononostante, in certi passi centrali e di facile tessitura Gobbi impone alcune trovate interpretative di grande acume.

Beppe, senz'infamia né lode, è incarnato dal carneade Mario Spina.

Vale la pena spendere qualche parola sull'orchestra, giacché la scelta di Matacic appare vincente. Il vecchio maestro di scuola viennese dona a questa partitura, che Leoncavallo, in omaggio al suo amato Wagner, aveva strumentato in maniera rutilante e ricca, un respiro arioso, "sinfonico" e immaginoso di bell'impatto, di statura sicuramente superiore a quanto conseguito dai kapellmeister italiani. E Matacic, vecchio habitué della Staatsoper, si dimostra pure valente accompagnatore del canto. Il coro istruito da Norberto Mola è eccellente. Pagliacci ottimi, in sintesi.

Di minor rilievo la Cavalleria Rusticana. Intanto, Corelli è nuovamente un fenomeno vocale. Solo che tende a cantare tutto molto forte, con poche sfumature. La Siciliana senz'altro colpisce, ma il prosieguo dell'opera squaderna un Turiddu ben poco amoroso o commovente, anche se l'addio alla madre fa udire prodezze vocali rimarchevoli. La voce è perfetta per la parte, ma la psicologia invece no, anche se il brindisi è centrato anche come accento.

Accanto a lui, però, Victoria De Los Angeles è molto peggio. Si trattava di un'altra beniamina del pubblico anglosassone, sia pure per ragione ben più solide rispetto a quelle che sostanziavano l'incomprensibile successo della Amara. La De Los Angeles aveva davvero una bella voce. Solo che aveva un problema: non sapeva fare gli acuti, e nei centri era comunque alquanto "piatta". Così, la tessitura di Santuzza fa udire suoni discretamente sgradevoli man mano che va su. Il fraseggio, accoppiato a simile vocalità, sorte poi il bizzarro risultato di dipingere una Santuzza alquanto lobotomizzata e pigolante (quando non è intenta a urlare, ovvio).

Mario Sereni è assai meglio, canta molto decorosamente, è abbastanza solido anche in alto, e nel duetto con Santuzza cancella la sua controparte, che grida in modo lacerante. Tuttavia, l'interprete è alquanto superficiale, e non va oltre la generica accentazione rabbiosa di alcune sillabe.

Molto buone la Lucia di Corinna Vozza e la sfarzosa Lola di Adriana Lazzarini, che pure nel suo stornello oscilla e pencola sugli acuti.

Il direttore d'orchestra, Gabriele Santini, non vale certo Matacic: condotta ritmica ponderosa, catatonica, tendenzialmente lenta e uniforme, ben poco capace di creare atmosfera o anche soltanto teatralità.

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Al suo livello, il Silvio di Mario Zanasi, baritono forbitissimo e di tecnica provetta, un poco eclissato da colleghi più celebri ma non necessariamente migliori. Il suo è un Silvio giovanile, impetuoso, ricco di slanci d'amore. Il canto, oltretutto, è di rara perfezione: linea vocale leggera, non artificiosamente gonfiata ma timbratissima perché tutta "in maschera", il che gli consente mezzevoci di tutto rispetto (un solo appunto: poteva farne qualcuna in più) e acuti limpidi, squillanti, sicuri. Il mio Silvio ideale, più ancora di Panerai che aveva dei limiti, e di Keenlyside che ha meno smalto.

Zanasi, come Corelli, aveva dalla sua un'emissione ortodossa, professionale.

Baritono chiaro, dai riverberi tenorili, dal fraseggio sostenuto e composto anche se non molto fantasioso, tendeva un poco ad aprire le note medio-basse, ma passava di registro con perizia, "coprendo" e proiettando perfettamente nelle cavità di risonanza gli acuti, che erano non voluminosi, a volte un po' stretti ma, come osserva Wittel, sempre facli, nitidi e squillanti:


/>http://www.youtube.com/watch?v=oc9eIMHhjmg


/>http://www.youtube.com/watch?v=_Zq4bbvaACo

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0028944873429.jpg

Ciao a tutti.

Visto che l'ottimo Kraus è intento ad ascoltare il Flauto Magico, recensirò un'edizione di questa sublime opera.

La prima registrazione di Bohm secondo me è decisamente inferiore alla seconda di dieci anni dopo.

Certo, il suono dei Filarmonici di Vienna è l'usuale meraviglia, ma il grande Karl qui si mostra stranamente privo della leggerezza di tocco che da sempre era sua cifra personale: qui viceversa abbiamo una direzione tendenzialmente pesante e generica, dove la sensualità e l'ironia non giocano il ruolo che dovrebbero nella narrazione. Forse sono un poco meglio gli episodi solenni, ma debbo ammettere che purtroppo Bohm qui non si scosta da una ruotine abbastanza grigia e monotona.

Il cast fa quel che può, in un'edizione tra l'altro priva di dialoghi, come si usava all'epoca.

Leopold Simoneau mi sembra il migliore, cantando tutto magnificamente e con quella specie di dolce poesia che caratterizzava qualunque sua esecuzione. L'accento è poi partecipe, anche se la pronuncia tedesca non è del tutto perfetta.

Non ha questo difetto Hilde Guden, beniamina del pubblico di Vienna, soprano di voce deliziosa, argentea, smaltata. Certo, poteva essere una Pamina più incisiva e palpitante, ma il canto è davvero eccezionale.

Wilma Lipp, Regina della notte, era un'altra di casa a Vienna, e pure lei, come la Guden, applauditissima nel Pipistrello e nell'operetta. Conosce bene anche questa parte, ma non è mai stata sconvolgente e non lo è neppure qui: il virtuosismo è portato a casa a prezzo di qualche prudenza, gli acuti sono spesso stonati, di brillantezza non ce n'è molta e pure l'accento non si distingue per l'approfondimento drammatico. Una Regina che comunica ben poco, in ultima analisi.

Walter Berry all'epoca aveva solo 26 anni e mancava ancora dell'esperienza e del savoir faire teatrale che l'avrebbero imposto sui maggiori palcoscenici. Abbiamo quindi un Papageno cantato già decisamente bene (l'emissione di Berry, nel repertorio tedesco, risultava sempre molto più fluida e spontanea che in quello italiano) ma interpretato in maniera un poco greve e banale.

Kurt Bohme è una delusione: un Sarastro wagnerianizzato, senza legato, ridotto a mazzate continue di suono, senza morbidezza nemmeno nell'accento, decisamente scostante.

August Jaresch viceversa è un passabile Monostatos. Le tre dame sono capeggiate dalla voce orgogliosa e potente di Judith Hellwig, una che cantava benissimo l'improbo ruolo femminile del Castello di Barbablù di Bartok. Gli altri comprimari sono potabili, anche se gli Uomini armati, ossia il tenorone straussiano Josef Gostic e il basso-comprimario Pantscheff, sono ben poco persuasivi nella loro sbrigativa ruvidezza.

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Ottimo, non conoscevo quest'edizione e farò in modo di evitarla... Tra l'altro la prima che ho avuto è stata quella di Colin Davis (Complete Edition della Philips), che immagino tuttavia non appartenga al novero di quelle migliori... Comunque, anche se non mi piacque al primo ascolto, imparai quasi subito ad apprezzarla, e con essa ad amare quest'opera.

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0028944873429.jpg

Ciao a tutti.

Visto che l'ottimo Kraus è intento ad ascoltare il Flauto Magico, recensirò un'edizione di questa sublime opera.

La prima registrazione di Bohm secondo me è decisamente inferiore alla seconda di dieci anni dopo.

Certo, il suono dei Filarmonici di Vienna è l'usuale meraviglia, ma il grande Karl qui si mostra stranamente privo della leggerezza di tocco che da sempre era sua cifra personale: qui viceversa abbiamo una direzione tendenzialmente pesante e generica, dove la sensualità e l'ironia non giocano il ruolo che dovrebbero nella narrazione. Forse sono un poco meglio gli episodi solenni, ma debbo ammettere che purtroppo Bohm qui non si scosta da una ruotine abbastanza grigia e monotona.

Il cast fa quel che può, in un'edizione tra l'altro priva di dialoghi, come si usava all'epoca.

Leopold Simoneau mi sembra il migliore, cantando tutto magnificamente e con quella specie di dolce poesia che caratterizzava qualunque sua esecuzione. L'accento è poi partecipe, anche se la pronuncia tedesca non è del tutto perfetta.

Non ha questo difetto Hilde Guden, beniamina del pubblico di Vienna, soprano di voce deliziosa, argentea, smaltata. Certo, poteva essere una Pamina più incisiva e palpitante, ma il canto è davvero eccezionale.

Wilma Lipp, Regina della notte, era un'altra di casa a Vienna, e pure lei, come la Guden, applauditissima nel Pipistrello e nell'operetta. Conosce bene anche questa parte, ma non è mai stata sconvolgente e non lo è neppure qui: il virtuosismo è portato a casa a prezzo di qualche prudenza, gli acuti sono spesso stonati, di brillantezza non ce n'è molta e pure l'accento non si distingue per l'approfondimento drammatico. Una Regina che comunica ben poco, in ultima analisi.

Walter Berry all'epoca aveva solo 26 anni e mancava ancora dell'esperienza e del savoir faire teatrale che l'avrebbero imposto sui maggiori palcoscenici. Abbiamo quindi un Papageno cantato già decisamente bene (l'emissione di Berry, nel repertorio tedesco, risultava sempre molto più fluida e spontanea che in quello italiano) ma interpretato in maniera un poco greve e banale.

Kurt Bohme è una delusione: un Sarastro wagnerianizzato, senza legato, ridotto a mazzate continue di suono, senza morbidezza nemmeno nell'accento, decisamente scostante.

August Jaresch viceversa è un passabile Monostatos. Le tre dame sono capeggiate dalla voce orgogliosa e potente di Judith Hellwig, una che cantava benissimo l'improbo ruolo femminile del Castello di Barbablù di Bartok. Gli altri comprimari sono potabili, anche se gli Uomini armati, ossia il tenorone straussiano Josef Gostic e il basso-comprimario Pantscheff, sono ben poco persuasivi nella loro sbrigativa ruvidezza.

E' questa la registrazione migliore

bohm_mozart_die_zauberflote.jpg?

Perchè io ho quella che hai recensito tu e se non è delle migliori (non la sento da tanto, così come l'opera intera) potrei pensare di sbarazzarmene per l'altra.

Giacchè ci sono ne approfitto per chiederti quale Così fan tutte di Böhm sia meglio, se quello Emi in 3 cd o quello Decca della stessa collana di questo Flauto magico in 2 cd (che ho).

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Giacchè ci sono ne approfitto per chiederti quale Così fan tutte di Böhm sia meglio, se quello Emi in 3 cd o quello Decca della stessa collana di questo Flauto magico in 2 cd (che ho).

Io ho l'edizione EMI: i suoi punti di forza sono senza dubbio il Guglielmo e il Ferrando di Kraus e Taddei, entrambi cantati benissimo e ottimamente caratterizzati (l'uno più aristocratico, l'altro più vivace e brioso). Oltre a questi cantanti davvero eccezionali, abbiamo una Ludwig e una Schwarzkopf molto buone. I veri punti deboli secondo me sono il Don Alfonso di Berry, che accusa, anche se in misura minore, i consueti problemi di emissione, e la direzione di Bohm, che fa diventare il tutto un po' pesante e zuccheroso. Dal punto di vista teatrale secondo me l'ottimo è l'edizione di Colin Davis, che pure ha un cast per certi versi meno eccezionale.

Mi rimetto comunque al ben più autorevole parere di Wittels :D

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Scusate ma nessuno mi parla dell'edizione del Die Zauberflote di Klemperer? Io possiedo quella della EMI con la Janowitz, la Popp, Berry, Gedda e Frick!

Devo dire che preferisco Klemperer a Bohm nel Flauto Magico per l'architettura sonora e la maestosa eleganza dell'orchestra che rispetta le voci senza sopraffarle.

Amo invece sopra ogni altro Bohm quando dirige "Così fan tutte". Ho un paio di versioni di Karl, quella live al Salzburg Festival del1974 per la DG con la Janowitz, la Fassbander, Schreier, Prey e Panerai, e quella del 1963 rimasterizzata dalla EMI nel 1988 con la Schwarzkopff, la Ludwig, Kraus, Taddei, Berry e Steffek.

Entrambe meravigliose,nessuno come Bohm ha saputo sviscerare e penetrare questa meravigliosa opera, o forse nessuno di quelli che ho sentito.

che ne pensate?

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Giacchè ci sono ne approfitto per chiederti quale Così fan tutte di Böhm sia meglio, se quello Emi in 3 cd o quello Decca della stessa collana di questo Flauto magico in 2 cd (che ho).

Io ho il Così fan tutte di Bohm con Della Casa, Ludwig, Dermota, Kunz, Schoeffler; è un po' di tempo che non lo ascolto, ma ai tempi non mi aveva entusiasmato. Da quel che ricordo, buona la direzione anche se non trascinante e un po' deludenti i cantanti. Mi attira di più l'altra, per la presenza di Kraus e Taddei, visto che non sono proprio un fan della Schwarzkopf.

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Scusate ma nessuno mi parla dell'edizione del Die Zauberflote di Klemperer? Io possiedo quella della EMI con la Janowitz, la Popp, Berry, Gedda e Frick!

La direzione di Klemperer, Doncarlos, è, come tu dici, elegante e rifinita,ma anche un po' distaccata, mancando di impulso teatrale e di coinvolgimento drammatico.

Io preferisco la DECCA diretta da Solti, dalla direzione più vivida e vitale, e che oltretutto presenta una Regina (Deutekom, mordente e impetuosa) e un Sarastro (Talvela, splendido per uguaglianza e granitica consistenza) superiori alla Popp (buona ma un tantino vetrigna il alto) e a Frick ( a disagio nei gravi estremi).


/>http://www.youtube.com/watch?v=aJA1dFqr1QI


/>http://www.youtube.com/watch?v=3qmyWC38HVI


/>http://www.youtube.com/watch?v=IfSE4FMxPYg


/>http://www.youtube.com/watch?v=JATWAvFtuJA

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La direzione di Klemperer, Doncarlos, è, come tu dici, elegante e rifinita,ma anche un po' distaccata, mancando di impulso teatrale e di coinvolgimento drammatico.

Io preferisco la DECCA diretta da Solti, dalla direzione più vivida e vitale, e che oltretutto presenta una Regina (Deutekom, mordente e impetuosa) e un Sarastro (Talvela, splendido per uguaglianza e granitica consistenza) superiori alla Popp (buona ma un tantino vetrigna il alto) e a Frick ( a disagio nei gravi estremi).


/>http://www.youtube.com/watch?v=aJA1dFqr1QI


/>http://www.youtube.com/watch?v=3qmyWC38HVI


/>http://www.youtube.com/watch?v=IfSE4FMxPYg


/>http://www.youtube.com/watch?v=JATWAvFtuJA

Grazie! Ora voglio procurarmela..

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E' questa la registrazione migliore

bohm_mozart_die_zauberflote.jpg?

Perchè io ho quella che hai recensito tu e se non è delle migliori (non la sento da tanto, così come l'opera intera) potrei pensare di sbarazzarmene per l'altra.

Giacchè ci sono ne approfitto per chiederti quale Così fan tutte di Böhm sia meglio, se quello Emi in 3 cd o quello Decca della stessa collana di questo Flauto magico in 2 cd (che ho).

Sì, la miglior registrazione di Bohm secondo me è questa, e personalmente è il mio Flauto preferito.

Del Così, preferisco decisamente la EMI, seppure le donne della Decca siano notevoli.

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Scusate ma nessuno mi parla dell'edizione del Die Zauberflote di Klemperer? Io possiedo quella della EMI con la Janowitz, la Popp, Berry, Gedda e Frick!

Devo dire che preferisco Klemperer a Bohm nel Flauto Magico per l'architettura sonora e la maestosa eleganza dell'orchestra che rispetta le voci senza sopraffarle.

Amo invece sopra ogni altro Bohm quando dirige "Così fan tutte". Ho un paio di versioni di Karl, quella live al Salzburg Festival del1974 per la DG con la Janowitz, la Fassbander, Schreier, Prey e Panerai, e quella del 1963 rimasterizzata dalla EMI nel 1988 con la Schwarzkopff, la Ludwig, Kraus, Taddei, Berry e Steffek.

Entrambe meravigliose,nessuno come Bohm ha saputo sviscerare e penetrare questa meravigliosa opera, o forse nessuno di quelli che ho sentito.

che ne pensate?

Quello di Klemperer a mio avviso è un grandissimo Flauto, e se non lo metto al massimo della mia graduatoria è solo per l'assenza dei recitativi.

Sul Così, il live di Bohm è bello ma tagliatissimo, inoltre non sopporto SChreier nel caso di specie. Panerai secondo me è la vera grande sorpresa, ma anche Prey e la Fassbaender mi piacciono tanto.

Complessivamente, gli antepongo la Emi.

Anche se il "mio" Così fan tutte è quello di Leinsdorf.

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Il direttore d'orchestra, Gabriele Santini, non vale certo Matacic: condotta ritmica ponderosa, catatonica, tendenzialmente lenta e uniforme, ben poco capace di creare atmosfera o anche soltanto teatralità.

E' buona l'edizione RCA di Cavalleria con Domingo, Scotto, Elvira, Kraft, Levine? Grazie.

E di questa Alcina diretta da Hickox con Auger, Jones, Kuhlmann, Kwella, Tomlinson, qualcuno ha notizie?

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E' buona l'edizione RCA di Cavalleria con Domingo, Scotto, Elvira, Kraft, Levine? Grazie.

Sì, Ives, è una valida edizione. Levine è animoso e teatralissimo, mentre il cast è all'altezza. La Scotto, malgrado qualche disagio nel settore acuto, è una Santuzza volitiva e dolente, ammirevole per il fraseggio analitico e costantemente partecipe.

Domingo (che nel finale della Siciliana esibisce fiati chilometrici)è in buona forma vocale anche se, come interprete, risulta meno approfondito rispetto alla Scotto.

Il baritono Elvira, senza strafare, sbriga il suo compito con professionalità mentre la Lola della Jones è censurabile sia per la fonazione approssimativa che per la cattiva pronuncia.


/>http://www.youtube.com/watch?v=3Zo8RwZk1yA

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E di questa Alcina diretta da Hickox con Auger, Jones, Kuhlmann, Kwella, Tomlinson, qualcuno ha notizie?

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Il punto di forza di questa Alcina, Ives, è l'accurata e vivida direzione di Hickox. Del cast, sostanzialmente modesto, si salva la Auger ma le altre interpreti denunciano importanti difficoltà di vocalizzazione.


/>http://www.youtube.com/watch?v=6m0oxh4SZkw


/>http://www.youtube.com/watch?v=B4VANT_YhWU

La Auger accusa qualche fissità ma è composta e abbastanza elegante, mentre la Jones (malgrado indubbie doti di agilità) oltre a collezionare svariate note spurie è discontinua nella linea di canto.


/>http://www.youtube.com/watch?v=4mn4hgYTWVM

La Harrhy, infine, vanifica certi pregi del fraseggio con un registro acuto sfibrato, stridente, all'incirca insopportabile.


/>http://www.youtube.com/watch?v=g-o9ViA3PI4

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La prima edizione discografica di Rigoletto ad apparire nel catalogo Decca, nel 1954, malgrado qualche lato apprezzabile è oggi discretamente improponibile.

Fu una delle ultime registrazioni monofoniche di questa compagnia, che di lì a pochi mesi si sarebbe convertita allo stereo (sentire il famoso Otello).

E' complessivamente un Rigoletto dal cast singolarmente male assortito, come assemblato surrettiziamente col materiale in quel momento a disposizione.

Si taccia per carità di patria dell'orchestra, che suona bene ma in maniera pesante, terribilmente rigida, con accompagnamenti così trasandati e impersonali da lasciare stupefatti. La scena della festa e quella di Sparafucile sembrano identiche nel medesimo grigiore che le attanaglia. La Vendetta è cadenzata in maniera semicomica. Il resto ve lo risparmio.

Aldo Protti è un solido protagonista, ben cantato, sicuro e facile negli acuti, compresi quelli fuori ordinanza. Le terzine della Vendetta non sono il massimo, ma all'epoca i baritoni cominciavano a essere un poco "impediti" in cose del genere. Il problema è la personalità: Protti fraseggia in modo alquanto banale, e non riesce a penetrare l'umanità del suo complesso personaggio. Le scene di Gilda, malgrado la buona volontà e il buon canto, sono sbrigative. Le parentesi buffonesche e ridanciane sono alquanto poco credibili. I momenti di stile "grandioso" e le invettive, viceversa, sono ben rese dalla vocalità rigogliosa e dal declamato ampio. Un problema è quello del suono: la voce di Protti, pur bellissima, non era fonogenica. Ergo, la registrazione monofonica la priva di gran parte dei suoi armonici, facendola risuonare un po' piatta. Comunque sotto il profilo dei suoni fila quasi tutto liscio, con qualche difficoltà nelle mezzevoci. Sul personaggio, i difetti sono quelli che ho elencato. E' un Rigoletto ben cantato, senza grandi emozioni, ma appagante per le orecchie. E forse non basta, ma quantomeno non fa soffrire.

Non fa soffrire nemmeno Hilde Guden, con la sua voce d'argento. La sua scelta pare però incomprensibile. All'epoca c'era già in giro la Carteri: magari scritturare lei? In quel momento storico c'era la Guden, grandissima cantante straussiana. Tutte e due gli Strauss intendo. E qui canta Gilda come se fosse il personaggio di un'operetta: graziosa, un poco leziosa, impermeabile ai sentimenti, tremendamente fuori parte. Certo i suoni sono di metallo preziosissimo, ma restano solo note disarticolate, avulse da qualunque concezione teatrale di personaggio.

Del Monaco viceversa fa soffrire parecchio, ed è in una delle sue peggiori prestazioni, tantopiù biasimevole perché all'epoca era del tutto in forma. Il Duca non era per nulla il suo personaggio. Del Monaco sapeva emettere abbastanza bene gli acuti se aveva lo "spazio musicale" necessario per emetterli, come in Otello. In una tessitura alta e insidiosa come questa si trova a mal partito, tantopiù che il Duca deve spesso essere leggero, sensuale, insinuante, ironico. Tutte corde che in Del Monaco vibravano poco. Così la Ballata è tutta a squarciagola, strascicata, pesantissima, senza l'argento vivo che dovrebbe animarla. Il duetto con Gilda è un macigno. Parmi veder le lagrime è disastrosa, giacché Del Monaco aveva un concetto estremamente labile del sostegno del fiato in zona di passaggio. Una Duca atroce, sbraitato da cima a fondo, praticamente inascoltabile, a momenti fa rivalutare Di Stefano, che pure canta anche peggio.

Una vera lezione di canto è invece quella offerta dallo Sparafucile di Siepi, tuttora uno dei migliori di sempre, efficace anche nel fraseggio. Stesso discorso per Giulietta Simionato, la cui Maddalena è una di quelle di riferimento.

Fernando Corena è un Monterone strozzato, ululante negli acuti, oscillante ovunque.

Comprimari discreti, in particolare il Marullo di Latinucci, di fraseggio molto mobile.

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La valutazione di Wittel, alquanto negativa, sul Duca di Del Monaco si allinea con quella della maggior parte della critica ( un critico inglese lo definì un "sergente maggiore" per il taglio stentoreo e vociferante).

Da parte mia dirò che questo è un Duca eccentrico, autoritario e carico di ormoni, che manca di quella peculiare ambiguità del nobile, dove si fonde l'eleganza dei modi con la cinica arroganza, il tratto aristocratico col delirio di onnipotenza.

Del Monaco, col suo canto pesante e vagamente marziale, rimarca il carattere brutale del personaggio e se da un lato lo rende più esplicito dall'altro lo banalizza e lo involgarisce. Inoltre, come osserva Wittel, Del Monaco ha seri problemi di fonazione nei passaggi patetico-amorosi ( cfr. "E' il sol dell'anima", "Parmi veder le lagrime") in cui la mezzavoce risulta faticosa. Nella Ballata e nella Canzone poi, la butta troppo sui decibel.

Sì rifà in certi momenti di canto impetuoso ( v. "Ah sempre tu spingi lo scherzo all'estremo", " Addio,addio speranza ed anima", "Ella mi fu rapita!", "Possente amor mi chiama") e, in parte, nel Quartetto "Bella figlia dell'amore" dove, malgrado la pesantezza dell'attacco, la sua generosa vocalità , a tratti, appare trascinante e suggestiva.


/>http://www.youtube.com/watch?v=jWJc8mDHpp0


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