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Wittelsbach

Le recensioni operistiche discografiche di Wittelsbach

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Ho voluto aprire un topic per scrivere un po' di articoli sui dischi d'opera che ascolto, spero non sia sgradito. Mo' comincio a scrivere qualcosa.

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Anch'io!

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2409855-ruggero-raimondi-il-trovatore.jpg

Questo Trovatore di Karajan è raramente ricordato, al confronto con quello anni Cinquanta con la Callas e quello di Salisburgo che piace tanto a Pinkerton (a me un po' meno, ma piace sempre).

Riascoltata oggi, questa registrazione del 1977 ha certamente lacune, ma anche molti pregi.

Anzitutto, la direzione. Questo è il Trovatore che Karajan può definire come totalmente "suo" (quello degli anni Cinquanta era costruito attorno alla Callas). La sua direzione è una delle più belle che si possano sentire su disco. Karajan si lascia dietro i battisolfa anonimi alla Erede, oppure certi direttori banalmente ritmici e fracassoni, creando una vera selezione di antiche miniature medievali, immergendo la vicenda in un clima cavalleresco e arcano paragonabile a quello lancinante del Tristano di Wagner. Già l'inizio è notturno, felpato, scandito. L'attenzione al colore e al suono è massima. Insomma: una delle tante letture davvero rivelatrici che Karajan aveva saputo escogitare negli anni Settanta.

Con un cast del livello paragonabile al suo Don Carlo, o anche all'Aida, questo sarebbe stato un Trovatore capolavoro. Non lo è invece, per colpa di alcuni cantanti.

Bonisolli per esempio è una catastrofe. Aveva già cantato con Karajan, ma la sua scelta appare veramente inspiegabile. Un tenore che sarebbe stato adatto alla smaltatissima atmosfera karajaniana, avrebbe potuto essere Veriano Luchetti, che proprio con la Emi effettuer ottime incisioni. Ma non era certo un nome "di richiamo". Bonisolli, a quanto pare, lo era. Ma all'epoca era un Bonisolli che già si era singolarmente indurito rispetto a 10 anni prima, anche nei famosi acuti, che comunque erano di facilità più apparente che reale, tendenzialmente spinti com'erano. Il timbro era qualunque, il legato poco curato, l'emissione non solidissima anche se vagamente corretta o quasi, il talento interpretativo poco spiccato. Cosa ci faccia qui è un mistero, dato che vocifera fin dal "Deserto sulla terra", mentre dopo è anche peggio. Ogni tentativo di addolcire la voce gli estorce suoni strani, soffocati, senili. Ma nemmeno i declamati sono soddisfacenti, perché la voce manca di squillo e nitidezza, e la scansione non ha imperiosità. Spara qualche Do decente nella pira, ma poco altro ci sarebbe da aggiungere. Non è un Manrico, è un tenore che svolge un compitino provinciale.

Voglio sperare che nessun fan dello sfortunato cantante trentino voglia leggermi, giacché molti di loro hanno un contegno ben poco rispettoso delle critiche. Sono dei fanatici della peggior specie.

Leontyne Price viceversa, nonostante qualche recensione negativa, secondo me in questo ruolo, uno dei suoi più famosi, ha ancora moltissimo da dire. Si può far notare che il registro basso ormai è opaco e velato, ma in un mondo discografico per cui sono passate le Leonore della Gencer e della Carena, dobbiamo scandalizzarci per una Price in leggero declino? Il settore medio-alto della voce è intatto e lucente. La pronuncia è sempre esotica, le agilità forse non sono fosforescenti ma l'incisività e la passionalità dell'accento è tutta da ascoltare. Una Leonora degna di Karajan.

Così come degno antagonista è il Conte di Luna: Cappuccilli sfodera il solito timbro fuori dal comune, facile e pieno di suono. Difettucci? Qualche acuto lievemente "sparato" e percussivo, anziché tondo e morbido; oppure, qualche mezzavoce affetta da opacità. Cosette minuscole, in una raffigurazione appassionata e impetuosa, veramente verdiana.

Elena Obraztsova invece passa solo accanto al suo personaggio, tramutato in una scostante megera come spesso capita. All'epoca, la cantante russa stava facendo cose egregie alla Scala. Qui, si comincia a percepire l'ostentazione che avrebbe preso il sopravvento negli anni successivi: i facilissimi acuti sono ancor più sottolineati, al punto che la spinta costante li rende metallici, a volte vicini all'urlo, spesso tendenti all'intonazione crescente. Viceversa i suoni bassi sono un gorgoglio unico, ingolati, intubati, pigiati nelle cavità toraciche. Una cantante che sembra cantare con tre voci. L'interpretazione non esula, dicevo, dal cliché della zingara furente.

Migliore Raimondi come Ferrando, sicuramente molto più ben cantato di quanto non sia la norma (esattissime le agilità, squillanti gli acuti), anche se il timbro cominciava a baritonalizzarsi. Inoltre, il personaggio è ben raffigurato, ma costellato di svariate parole sbagliate, come all'inizio, quando "i veroni della sua cara" diventano "della sua MAGA" (nessun editing?).

Piuttosto accettabili gli altri, buono il coro.

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Io questo Bonisolli lo conosco poco, ma mi sembra che i numeri per cantare in sostanza tutto il repertorio, come i grandi del passato, gli avesse e infatti anche a livello lirico-spinto ebbe lo stesso successo di quando era un lirico puro. Il problema credo stesse nella sua testa che lo rendeva incostante (un pò come gli sportivi genio-sregolatezza). Però mi sembra d' avere intuito che quando era in serata uscivi dal teatro soddisfatto

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Scusate la sciatteria di scrittura e le ripetizioni per ogni dove.

La forma, Wittel, è più che buona per recensioni "a braccio", e i contenuti denotano competenza. Ti leggo sempre volentieri.

Continua così.

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Io questo Bonisolli lo conosco poco, ma mi sembra che i numeri per cantare in sostanza tutto il repertorio, come i grandi del passato, gli avesse e infatti anche a livello lirico-spinto ebbe lo stesso successo di quando era un lirico puro. Il problema credo stesse nella sua testa che lo rendeva incostante (un pò come gli sportivi genio-sregolatezza). Però mi sembra d' avere intuito che quando era in serata uscivi dal teatro soddisfatto

Dovevi beccare la serata giusta!

Diciamo che da giovane non pensava solo agli acuti.

Esiste una registrazione del 1969 diretta da un pure lui giovanissimo Muti, in cui Bonisolli faceva parte del cast di alcune operine settecentesche. Avevo recuperato la registrazione in qualche fonoteca decentrata, e avevo molto apprezzato la prestazione di Bonisolli, luminosa e scorrevole sia di voce che d'interprete.

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Di Bonisolli ricordo un discreto Benvenuto Cellini di Berlioz (seppur nell'orrenda versione di Weimar rivista da Liszt, che di teatro capiva come io ne capisco di babilonese) nei primi anni 70, a Roma, dal vivo, con l'Orchestra della Rai diretta da Seiji Ozawa. Il vigore vocale e l'accento eroico e solare erano davvero sfavillanti ma come interprete risultò totalmente avulso dal personaggio e tecnicamente un pò raffazzonato (soprattutto nei solfeggi del terzetto del primo atto).

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Insomma, evidentemente la generazione di tenori nati negli anni 30 era destinata a produrre qualche artista genio e sregolatezza perchè quello che mi dite di Bonisolli mi fa venire in mente un suo contemporaneo come Aragall che anche lui per questioni di testa non ha raccolto quanto avrebbe meritato

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Io questo Bonisolli lo conosco poco, ma mi sembra che i numeri per cantare in sostanza tutto il repertorio, come i grandi del passato, gli avesse e infatti anche a livello lirico-spinto ebbe lo stesso successo di quando era un lirico puro. Il problema credo stesse nella sua testa che lo rendeva incostante (un pò come gli sportivi genio-sregolatezza). Però mi sembra d' avere intuito che quando era in serata uscivi dal teatro soddisfatto

Anche per Bonisolli si generò un equivoco: quello che fosse , vista l'estensione e la facilità in acuto, un tenore romantico e dato certe bruniture del timbro e il fraseggio schietto, che fosse un "lirico-spinto".

Ma Bonisolli non era nè l'uno nè l'altro. Del tenore romantico gli mancavano sia l'impostazione tecnica sia il gusto per pervenire al canto alato e ispirato;

del lirico-spinto gli mamcavano il corpo vocale, il volume e , a meno che non fosse in gran forma, anche lo squillo.

A me accadde di sentirlo in Arena nll''85 proprio in Trovatore con Zancanaro e la Plowright e, a parte una certa monotonia di fraseggio e nonostante la facilità degli acuti, la mia impressione fu quella di un Manrico dalle polveri bagnate.


/>http://www.youtube.com/watch?v=HDbj9la1mps

Bonisolli era in realtà per dimensioni vocali un tenore lirico e per gusto e impostazione tecnica un tenore se non verista, comunque dagli orizzonti piuttosto limitati.

Qui, negli anni della miglior forma vocale in un ruolo verdiano lirico e centralizzante che gli permette di sfoggiare un bel colore pur "aprendo" il suono, è un Alfredo gradevole e credibile:


/>http://www.youtube.com/watch?v=9lz0KOroZ6w

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Così come degno antagonista è il Conte di Luna: Cappuccilli sfodera il solito timbro fuori dal comune, facile e pieno di suono. Difettucci? Qualche acuto lievemente "sparato" e percussivo, anziché tondo e morbido; oppure, qualche mezzavoce affetta da opacità. Cosette minuscole, in una raffigurazione appassionata e impetuosa, veramente verdiana.

E, nei difettucci, aggiungerei monotonia di fraseggio e quel cantare troppo controllato, " in punta di piedi", allargando il tempo ed enfatizzando le smorzature (quasi sempre, d'altra parte come hai osservato, un po' opache), tipico del cantante verista che vuole emendarsi ( salvo poi, a 1:13, tuonare a voce spiegata un "..le favelli in mio favor" che invece andava cantato morbido, con abbandono):


/>http://www.youtube.com/watch?v=Qv8R_Lynv7k

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41-RQ25JPuL._SS400_.jpg

Tra gli anni Settanta e Ottanta la RCA tedesca (Eurodisc) produsse alcune registrazioni di opere alla Radio Bavarese.

Per le opere italiane, ne scaturirono dischi piuttosto corretti, ma ben lungi dal rendere davvero lo spirito dei melodrammi registrati.

Come questo Elisir d'Amore tedeschizzato oltre misura.

Che dire del direttore? Un onesto kapellmeister tedesco, che si fa scudo della bravura dell'orchestra, una delle migliori in assoluto a comparire nella discografia di quest'opera. Se strumentisti e coristi sono sopra ogni lode, la bacchetta di Wallberg fa ben poco per sfruttare questa loro attitudine, limitandosi a un solfeggio abbastanza pedestre, tendenzialmente lento anche se non pesantissimo. Una specie di rincorsa di stampe coloratissime, quasi quadri ottocenteschi naif, senza il languore vagamente francesizzante con cui Donizetti aveva intriso il tutto.

Il protagonista era un giovane Peter Dvorsky. Dvorsky, cecoslovacco, aveva voce affascinante, giovanile, incisiva, ricca d'armonici. L'emissione qui è quasi corretta, ma purtroppo tenuta sempre sul forte, molto ma molto ostentata. Uniamoci l'accento a dir poco esotico, e avremo un Nemorino abbastanza improbabile, tendente al comico involontario, con momenti grotteschi, tipo il duetto con Dulcamara. Brani come "Adina credimi" tendono viceversa al verismo strappalacrime. Una grande occasione perduta.

Idem per Lucia Popp, cantante di ben altra caratura tecnica, per non parlare del gusto. Qui però fa un'Adina impettita, antipatica, principessa sul pisello capitata per caso in una fattoria. Certo, la voce è splendida, il canto molto curato. Ma il personaggio non è minimamente "sentito", anzi è travisato.

Bernd Weikl canta Belcore buttando fuori un sacco di voce, ma con emissione sciaguratamente tedesca, ossia tendenzialmente aperta e sgraziata, un po' alla Walter Berry quando cantava in italiano. In quest'ottica, il registro superiore è molto facile ma anche sgarbato e invadente, come quando alla fine dell'aria viene aggiunta una puntatura acutissima, con tanto di trillo, che poteva esserci risparmiata. Weikl di Belcore esprime solo la tronfiaggine, in definitiva. Anzi, suppongo che voglia utilizzarlo solo per ostentare la sua bellissima voce.

Chiudiamo con Evgheni Nesterenko, una delle scelte più assurde mai viste in un cast operistico. Un Dulcamara alla russa, che appena vede una nota bassa ci si butta a capofitto, per far vedere quant'è grosso quel registro grave di cui tutti i Dulcamara hanno paura. Ma l'articolazione delle parole è impacciata e faticosa, l'emissione è imponente ma mai fluida e disinvolta. Gli acuti spesse volte sono molto belli, ma altre volte mal calibrati e "indietro". I passi sillabati di scrittura veloce sono scivolosi, impastati, abbastanza grotteschi. Sembra un bizzarro venditore di cannocchiali ucraini di contrabbando.

Efriede Hobart quantomeno vien bene a capo delle poche battute di Annina.

In sintesi, un Elisir abbastanza inutile.

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Il protagonista era un giovane Peter Dvorsky. Dvorsky, cecoslovacco, aveva voce affascinante, giovanile, incisiva, ricca d'armonici. L'emissione qui è quasi corretta, ma purtroppo tenuta sempre sul forte, molto ma molto ostentata. Uniamoci l'accento a dir poco esotico, e avremo un Nemorino abbastanza improbabile, tendente al comico involontario, con momenti grotteschi, tipo il duetto con Dulcamara. Brani come "Adina credimi" tendono viceversa al verismo strappalacrime. Una grande occasione perduta.

In realtà, Wittel, tutta, o quasi tutta,la carriera di Peter Dvorsky fu un'occasione perduta.

Io lo sentii, mi pare, nell''81, in Bohème. Aveva una voce bellissima, luminosa, irradiante, ben proiettata e anche un certo volume.

Poi, dissero, cantò troppo e la voce perse lo smalto originario, divenendo dura e fibrosa. Un copione troppe volte visto.

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Possiamo sperare anche in un topic "Le recensioni operistiche discografiche di Pinkerton"? :happystrange:

Ti ringrazio, Estro, ma detto da te non vale.

E se poi si viene a sapere che sei mio cugino?

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Idem per Lucia Popp, cantante di ben altra caratura tecnica, per non parlare del gusto. Qui però fa un'Adina impettita, antipatica, principessa sul pisello capitata per caso in una fattoria. Certo, la voce è splendida, il canto molto curato. Ma il personaggio non è minimamente "sentito", anzi è travisato.

Lucia Popp, pur avendo una dinamica molto più varia rispetto al tenore, anche qui accusa una gamma alta sovente asciutta e puntuta e la mancanza di vibrazioni in acuto,

malgrado il bel timbro, concorre a delineare un'Adina poco emotiva, poco coinvolta

Due personaggi che dovrebbero trasmettere la vitalità e l'esuberanza della giovinezza in questo Elisir sono piuttosto freddini ma, soprattutto, "comunicano" poco fra loro

come appare già dal duetto del I° Atto:


/>http://www.youtube.com/watch?v=0GXMsvUUDKY

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Ti ringrazio, Estro, ma detto da te non vale.

E se poi si viene a sapere che sei mio cugino?

Hahha ma è vero?

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Non è un'edizione perfetta, ma si tratta pur sempre di una ragguardevole lettura delle Nozze.

Artefice primo è Muti, con una direzione moderna, turbinosa, forse eccessiva a tratti, ma certo capace d'investire quest'opera del soffio italiano che merita, e che spesso era posto in ombra da certe incipriate esecuzioni inglesi o tedesche, ma anche da letture nevrotiche e sgradevoli come quella di Gardiner, per dirne una dei tempi più recenti. D'antologia i recitativi, accompagnati benissimo al fortepiano.

La compagnia dei cantanti presenta alcuni squilibri, ma tutto sommato la si manda giù. Con un'eccezione: Jorma Hynninen, semidilettante finlandese strappato al suo repertorio d'elezione (opere finniche, appunto) ed eletto, non si sa come, a Conte d'Almaviva. Un conte di voce banale, ruvida, mal sostenuta (sentire gli acuti o le scansioni energiche della sua aria). Le limitazioni vocali si riverberano miseramente sulla qualità interpretativa, monotona, scipita, ai limiti del ritardo mentale. Se la batte con Alfred Poell per il titolo di peggior Conte di sempre.

Viceversa il suo antagonista, Thomas Allen, è un Figaro di tutto rispetto, di voce chiara, morbida, ben controllata, che nel "Farfallone amoroso", correttamente (capita spesso nelle incisioni di Muti) interpola un bellissimo fa acuto al posto di una nota coronata (era la prassi). Il personaggio è forse troppo proteso verso una cattiveria "rivoluzionaria" che gli appartiene solo di striscio, ma è ovunque vivace, certo non l'orsacchiotto di peluche imposto da Vienna e dintorni.

Tra le donne, Kathleen Battle è una Susanna cantata benino, ma alquanto leziosa, quasi una gentile servetta da film americano sulla Guerra di Secessione.

Molto meglio Margareth Price, che anzi è una contessa memorabile per la perfezione canora e lo slancio interpretativo.

Di voce correttissima e morbida il Cherubino di Ann Murray.

Parti minori? Eccole: Mariana Nicolesco è una Marcellina insolitamente energica e timbrata. Kurt Rydl è un Bartolo di voce imbottigliata e cavernosa. Ramirez se la cava bene come Basilio, anche se non lascia il segno. Gavazzi, con la sua classica voce appuntita, è un buon Curzio. Patriza Pace è una Barbarina d'eccezione, mentre Antonio De Grandis un Antonio abbastanza sconnesso.

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Non è un'edizione perfetta, ma si tratta pur sempre di una ragguardevole lettura delle Nozze.

Artefice primo è Muti, con una direzione moderna, turbinosa, forse eccessiva a tratti, ma certo capace d'investire quest'opera del soffio italiano che merita, e che spesso era posto in ombra da certe incipriate esecuzioni inglesi o tedesche, ma anche da letture nevrotiche e sgradevoli come quella di Gardiner, per dirne una dei tempi più recenti. D'antologia i recitativi, accompagnati benissimo al fortepiano.

La compagnia dei cantanti presenta alcuni squilibri, ma tutto sommato la si manda giù. Con un'eccezione: Jorma Hynninen, semidilettante finlandese strappato al suo repertorio d'elezione (opere finniche, appunto) ed eletto, non si sa come, a Conte d'Almaviva. Un conte di voce banale, ruvida, mal sostenuta (sentire gli acuti o le scansioni energiche della sua aria). Le limitazioni vocali si riverberano miseramente sulla qualità interpretativa, monotona, scipita, ai limiti del ritardo mentale. Se la batte con Alfred Poell per il titolo di peggior Conte di sempre.

Viceversa il suo antagonista, Thomas Allen, è un Figaro di tutto rispetto, di voce chiara, morbida, ben controllata, che nel "Farfallone amoroso", correttamente (capita spesso nelle incisioni di Muti) interpola un bellissimo fa acuto al posto di una nota coronata (era la prassi). Il personaggio è forse troppo proteso verso una cattiveria "rivoluzionaria" che gli appartiene solo di striscio, ma è ovunque vivace, certo non l'orsacchiotto di peluche imposto da Vienna e dintorni.

Tra le donne, Kathleen Battle è una Susanna cantata benino, ma alquanto leziosa, quasi una gentile servetta da film americano sulla Guerra di Secessione.

Molto meglio Margareth Price, che anzi è una contessa memorabile per la perfezione canora e lo slancio interpretativo.

Di voce correttissima e morbida il Cherubino di Ann Murray.

Parti minori? Eccole: Mariana Nicolesco è una Marcellina insolitamente energica e timbrata. Kurt Rydl è un Bartolo di voce imbottigliata e cavernosa. Ramirez se la cava bene come Basilio, anche se non lascia il segno. Gavazzi, con la sua classica voce appuntita, è un buon Curzio. Patriza Pace è una Barbarina d'eccezione, mentre Antonio De Grandis un Antonio abbastanza sconnesso.

Prima o poi la prenderò, questa edizione. Vorrei ascoltare il Mozart di Muti, per vedere se esiste una terza via tra le pesantezze germaniche e le follie del filologicamente corretto (come se la caverà Jacobs?) E poi c'è Margaret Price. Credo che esista anche un boxino con tutte le opere Mozart/Da Ponte di Muti.

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per vedere se esiste una terza via tra le pesantezze germaniche e le follie del filologicamente corretto

Escludi dalle pesantezze germaniche l'incisione di Erich Kleiber e assumila non come terza ma prima e principale via di accesso al capolavoro mozartiano. La leggerezza, la fantasia, la capacità di dare un colore diverso ad ogni frase e di narrare in modo avvincente anche con un'arcata dei violini o un'inciso dei legni, la tensione che unisce l'opera dalla prima all'ultima nota hanno (secondo me, è ovvio) del miracoloso. Muti un po' ci si avvicina, e condivido il buon giudizio di Wittelsbach, ma gli manca la raffinatezza di Kleiber sr.

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