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Eduard Hanslick

Hector Berlioz

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Con l'aiuto di questo simpatico cofanetto

Brilliant_Berlioz_Edition_99999.jpg

ho cominciato la mia opera di conciliazione con Berlioz. I miei sforzi stanno, forse, dando i primi frutti. Infatti, dopo la super-celebre e notevolissima Sinfonia Fantastica, ho ascoltato un'opera che non conoscevo, salvo qualche distratto ascolto radiofonico, ovvero Aroldo in Italia, che, come tutti voi saprete, è una specie di poema sinfonico concertante con viola "obbligata".

E' stato un ascolto decisamente gradevole anche in virtù del carattere abbastanza leggero della composizione.

Per quanto riguarda considerazioni su Berlioz in generale, in quest'opera si nota decisamente la fantasiosa e creativa ricerca del suono inaudito e dell'impasto ricercato. Il modo migliore per cominciare ad apprezzare questo autore credo stia proprio qui: aguzzare l'orecchio e gioire di questa ricerca sonora mirabolante, forse non sempre stilisticamente appropriata, ma spaventosamente in anticipo sui tempi.

Mi ha lasciato abbastanza stupefatto l'uso pre-mahleriano dell'arpa. Altrettando pre-mahleriano ho trovato certi passaggi "cinguettanti" dei legni.

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Non c'era ancora un topic su Berlioz?? strano... :o

Io ho letto questo...

9788889160367g.jpg

:D .. mi hanno anche consigliato le sue Memorie integrali.

Dovrebbero essere uno spasso.. fino ad oggi però non ne ho avuto l'occasione,

ma vorrei tanto leggere le pagine relative agli esordi... :rolleyes: (qualcuno le ha lette???)

Avevo avuto modo di ascoltare anche La mort d’Orphée...molto suggestivo per quel che ricordi. :)

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Non c'era ancora un topic su Berlioz?? strano... :o

no, però ne avevamo uno su Kancheli :D

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no, però ne avevamo uno su Kancheli :D

L'ho notato ripescando il topic con il "cerca", dopo essermi sentita ignorante... :lol:

HBMPortrait.jpg <--ha un viso familiare... :huh:

Ecco le memorie (suppongo complete!): http://www.hberlioz.com/Writings/HBMindex.htm

ovviamente in francese.. e io non ci capisco nulla. <_<

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HBMPortrait.jpg <--ha un viso familiare... :huh:

è vero... :laughingsmiley:

Busoni.JPG

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Venendo al Requiem (anzi Grande Messe des Morts.. tiè!) una cosa va detta: Berlioz era cent'anni avanti. E se si fosse accorto di essere cent'anni avanti e avesse indirizzato e controllato meglio la sua incontrollabile creatività, forse avrebbe raggiunto risultati inimmaginabili anche per noi.

Questo Requiem ha due scopi, a mio modo di vedere: contraddire e stupire. Il Dies Irae è quanto di più lontano da un "dies irae" si possa immaginare. Senza ovviamente creare una improbabile atmosfera di pace e serinità, il pezzo sembra, tuttavia, ignorare il tono delle parole che vengono pronunciate. Di contro il tuba mirum utilizza un catastrofico esercito di timpani ed ottoni che creano una quantità di suono (rumore?) senza precedenti nè, forse, successori. Temo che, ascoltato in disco, questo Tuba Mirum perda gran parte del suo senso. Chiaramente, nelle intenzioni dell'autore, si dovrebbero avveritre le vibrazioni "corporee" e la spazialità del suono possibili solo in una fruizione dal vivo. La "fisicità del suono" è la vera ragione di esistere di questo passaggio.

Ma proseguendo ci sono altre sorprese. Come un Lacrimosa (il pezzo che mi è piaciuto di più) spigliato e con una certa verve. I solisti, poi, non esistono tranne che per una breve apparizione di un tenore nel Sanctus. Il Quaerens Me, invece, è addirittura "a cappella".

Berlioz, inoltre, arriva alla soluzione degli "accordi omogenei" (dei flauti) con discreto antipico su Wagner, a quanto pare.

Nel complesso, con Berlioz ho sempre l'impressione di una musica scritta per un gusto di sperimentazione e ricerca. Una musica scritta più per divertimento che per ispirazione. Mi sembra di sentire spesso qualcosa di vagamente dilettantesco e immaturo (và detto che questo Requiem op.5 è una delle prime grandi composizioni di Berlioz, a quanto ne sò), Le intuizioni ci sono, ma, come dicevo prima, mi pare vengano impiegate in maniera un po' scollegata ed estemporanea. Forse un altro tratto di "modernità".

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è vero... :laughingsmiley:

Busoni.JPG

Beh sì, la (s)capigliatura è uguale.. :P ma ho trovato un'altra somiglianza...

HBMPortrait.jpgrobin%20williams2.jpg

:o

Nel complesso, con Berlioz ho sempre l'impressione di una musica scritta per un gusto di sperimentazione e ricerca. Una musica scritta più per divertimento che per ispirazione.

Ocio... si potrebbe scatenare un lungo dibattito sull'esistenza o meno dell'ispirazione...

Leggo che suonava solo il flageolet e la chitarra. E a quanto pare aveva una brutta voce... e poi odiava lo spettacolo normale, il concerto quotidiano e concepiva musica per complessi orchestrali e corali enormi, che nessuna organizzazione normale era in grado di fornirgli. Un genio!!! :D

Comunque ricopio per la gioia dei Berlioziani qualche perla di saggezza del libro:

<A che serve il metronomo? -ha esclamato vivacemente Mendellsohn- è uno strumento del tutto inutile. Un musicista che, nel vedere un brano, non ne indovina subito il movimento, è un imbecille.>

Avrei potuto rispondere che vi erano parecchi imbecilli in giro, ma sono stato zitto.

[..] Un giorno in cui mi aveva chiesto di vedere la partitura dell'ouverture del Re Lear, che avevo appena scritta a Nizza, prima l'ha letta con attenzione lentamente, poi, al momento di mettere le dita sul pianoforte per eseguirla (cosa che ha fatto con un talento incomparabile), mi ha detto <Datemi il vostro tempo esatto>.

<Per fare cosa? Non mi avete detto ieri che un musicista che, dall'aspetto del brano, non ne indovini il movimento, è un imbecille?> (p.23)

Le persone passionali sono affascinanti perché credono che il mondo intero sia ugualmente assorbito dalla loro passione e impiegano una buona fede veramente edificante per conformarsi a questa opinione. (p.29)

stava per essere rappresentata la nuova opera di Bellini I Capuleti e i Montecchi. Si diceva un gran bene della musica e anche del libretto, cosa che, conoscendo quanto poco gli Italiani facciano caso alle parole di un'opera, mi sorprendeva. (p.36)

Per la terza o quarta volta, dopo Zingarelli e Vaccai, scrivere ancora la parte di Romeo per una donna!...

Ma, in nome di Dio, è proprio stabilito per legge che l'amante di Giulietta debba apparire sprovvisto degli attributi della virilità? (p.37)

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Ocio... si potrebbe scatenare un lungo dibattito sull'esistenza o meno dell'ispirazione...

Ma magari..!

Comunque ricopio per la gioia dei Berlioziani qualche perla di saggezza del libro:

<A che serve il metronomo? -ha esclamato vivacemente Mendellsohn- è uno strumento del tutto inutile. Un musicista che, nel vedere un brano, non ne indovina subito il movimento, è un imbecille.>

Avrei potuto rispondere che vi erano parecchi imbecilli in giro, ma sono stato zitto.

[..] Un giorno in cui mi aveva chiesto di vedere la partitura dell'ouverture del Re Lear, che avevo appena scritta a Nizza, prima l'ha letta con attenzione lentamente, poi, al momento di mettere le dita sul pianoforte per eseguirla (cosa che ha fatto con un talento incomparabile), mi ha detto <Datemi il vostro tempo esatto>.

<Per fare cosa? Non mi avete detto ieri che un musicista che, dall'aspetto del brano, non ne indovini il movimento, è un imbecille?> (p.23)

Le persone passionali sono affascinanti perché credono che il mondo intero sia ugualmente assorbito dalla loro passione e impiegano una buona fede veramente edificante per conformarsi a questa opinione. (p.29)

stava per essere rappresentata la nuova opera di Bellini I Capuleti e i Montecchi. Si diceva un gran bene della musica e anche del libretto, cosa che, conoscendo quanto poco gli Italiani facciano caso alle parole di un'opera, mi sorprendeva. (p.36)

Per la terza o quarta volta, dopo Zingarelli e Vaccai, scrivere ancora la parte di Romeo per una donna!...

Ma, in nome di Dio, è proprio stabilito per legge che l'amante di Giulietta debba apparire sprovvisto degli attributi della virilità? (p.37)

Ma son bellissime!

Io personalmente non mi vanterei in una autobiografia di aver fatto fare una figura da pirla a Mendelssohn, ma si sa che questo Berlioz doveva essere un tipo un po' strano...

Quella sulle persone passionali è troppo vera.

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dopo la super-celebre e notevolissima Sinfonia Fantastica, ho ascoltato un'opera che non conoscevo, salvo qualche distratto ascolto radiofonico, ovvero Aroldo in Italia, che, come tutti voi saprete, è una specie di poema sinfonico concertante con viola "obbligata".

E' stato un ascolto decisamente gradevole anche in virtù del carattere abbastanza leggero della composizione.

Senza contare che Bashmet è di una bravura rara.

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Il Te Deum nel complesso mi è piaciuto anche più del Requiem. E' molto meno spettacolare e circense, di gran lunga più controllato e stilisiticamente omogeneo. Ma non meno interessante dal punto di vista "sonoro". L'elemento di "disturbo" qui è l'organo, il quale ha delle parti solistiche abbastanza rilevanti. E certi passaggi "concertanti" tipo questo...

Tibi Omnes (cliccare su "play" per far partire la riproduzione)

...mi hanno stupito non poco. Decisamente la seconda sezione (il Tibi Omnes, appunto) è la parte migliore.

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Guest Lenny

Il Requiem (1835!!! è bene ricordare l'epoca in cui fu scritto per comprendere come la musica di Berlioz alle orecchie dei contemporanei potesse sembrare così fuori dalle regole, ma oggi diremmo "moderna") e il Te Deum (1850) di Berlioz sono fra i capolavori della musica sacra ottocentesca e non solo: sovente e arbitrariamente gli si è mossa l'accusa di essere teatrali, pomposi, chiassosi e privi di sentimento religioso. Niente di più falso: se è vero che questi lavori furono commissionati a Berlioz per accompagnare cerimonie pubbliche (la morte del generale Damremont e l'apertura dell'Esposizione Universale) essi sono mossi, di contro, da un profondo sentimento religioso e da un alta spiritualità "laica" (Berlioz non era credente). In entrambi, il complesso lavorio contrappuntistico, la polifonia strumentale articolata all'estremo e la tendenza ad una scrittura orchestrale di virtuosismo illimitato, si uniscono alla progettazione di arditi effetti stereofonici (le quattro fanfare del Tuba Mirum, o il dialogo organo-orchestra nel Te Deum) o ad un arcaismo di chiaro stampo gregoriano (il magistrale Quaerens Me per coro a cappella), collocando queste opere nell'ambito di un evento musicale "trascendentale" , sciolto dalla routine concertistica. Nella partitura del Requiem poi, a onta della sua reputazione, (nonostante un piccolo numero di effetti clamorosi o spettacolari) prepondera l'indicazione "piano" e "pianissimo" e significativo è il ruolo e l'uso del silenzio (l'incipit dell'opera o il breve Hostias, dove i tromboni all'unisono aprono vuoti incolmabili). Due lavori molto interessanti sia sotto il profilo intellettuale che di un inedito sperimentalismo, di cui serberanno memoria Bruckner, Stravinsky e Verdi.

Di seguito, il grandioso Lacrymosa dal Requiem (dirige Bernstein). La frase iniziale, nella sua bellezza melodica (con quel suo ardito passo di danza), è di una ampiezza e nobiltà incomparabili...geniale anche l'ultimo ritorno della grande frase iniziale con quelle dissonanze reiterate dalle pulsazioni della grancassa (e siamo nel 1835!!!)...così ne parlava il poeta tedesco Henri Heine: "E' come un gigantesco usignolo, un'allodola dalle dimensioni d'aquila, come ne dovettero esistere in tempi preistorici".

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Il Requiem (1835!!! è bene ricordare l'epoca in cui fu scritto per comprendere come la musica di Berlioz alle orecchie dei contemporanei potesse sembrare così fuori dalle regole, ma oggi diremmo "moderna") e il Te Deum (1850) di Berlioz sono fra i capolavori della musica sacra ottocentesca e non solo: sovente e arbitrariamente gli si è mossa l'accusa di essere teatrali, pomposi, chiassosi e privi di sentimento religioso. Niente di più falso: se è vero che questi lavori furono commissionati a Berlioz per accompagnare cerimonie pubbliche (la morte del generale Damremont e l'apertura dell'Esposizione Universale) essi sono mossi, di contro, da un profondo sentimento religioso e da un alta spiritualità "laica" (Berlioz non era credente). In entrambi, il complesso lavorio contrappuntistico, la polifonia strumentale articolata all'estremo e la tendenza ad una scrittura orchestrale di virtuosismo illimitato, si uniscono alla progettazione di arditi effetti stereofonici (le quattro fanfare del Tuba Mirum, o il dialogo organo-orchestra nel Te Deum) o ad un arcaismo di chiaro stampo gregoriano (il magistrale Quaerens Me per coro a cappella), collocando queste opere nell'ambito di un evento musicale "trascendentale" , sciolto dalla routine concertistica. Nella partitura del Requiem poi, a onta della sua reputazione, (nonostante un piccolo numero di effetti clamorosi o spettacolari) prepondera l'indicazione "piano" e "pianissimo" e significativo è il ruolo e l'uso del silenzio (l'incipit dell'opera o il breve Hostias, dove i tromboni all'unisono aprono vuoti incolmabili). Due lavori molto interessanti sia sotto il profilo intellettuale che di un inedito sperimentalismo, di cui serberanno memoria Bruckner, Stravinsky e Verdi.

Di seguito, il grandioso Lacrymosa dal Requiem (dirige Bernstein). La frase iniziale, nella sua bellezza melodica (con quel suo ardito passo di danza), è di una ampiezza e nobiltà incomparabili...geniale anche l'ultimo ritorno della grande frase iniziale con quelle dissonanze reiterate dalle pulsazioni della grancassa (e siamo nel 1835!!!)...così ne parlava il poeta tedesco Henri Heine: "E' come un gigantesco usignolo, un'allodola dalle dimensioni d'aquila, come ne dovettero esistere in tempi preistorici".

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vorrei segnalare di questo autentico genio della musica una composizione poco nota e ancor meno eseguita,la Sinfonia funebre e trionfale, eseguita per la prima volta il 1 agosto 1844 in un concerto storico diretto dall'autore che metteva insieme ben 1022 esecutori fra orchestrali e coristi dato per la chiusura dell'Esposizione dei Prodotti dell'Industria,in Francia, nell'enorme sala che ospitava appunto l'esposizione e che sarebbe stata demolita il giorno dopo il concerto!

Un'opera accostabile ai più noti Requiem e Te Deum se non altro per il mastodontico organico e i singolari e strepitosi effetti sonori;

anche qui come altrove la musica di Berlioz sfugge alle categorie consuete e alle forme precostituite della sua epoca,a mio modo di vedere uno dei più grandi compositori di sempre,almeno al livello dei più celebrati,genio multiforme e tutto sommato incompreso,peccato che nella sua parabola compositiva abbia scritto relativamente poco.

Ammazza....quello è un bel polpettone! un bell'otre di olio pesante che scende piano piano a gocce..(almeno mi da questa impressione)

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E così siamo giunti a Romeo e Giulietta. Opera totalmente sperimentale nell'impianto. Sarebbe una sinfonia ed in pratica lo è. Il "programma" esplicito la renderebbe un poema sinfonico, ma è così esplicito che il brano è qualcosa di più di un poema sinfonico. E non è nemmeno una cantata per via del sinfonismo senza compromessi di gran parte del brano. Insomma è un brano che non si lascia inquadrare in nessun genere. Un gran casotto stilistico-formale? Forse.

Si individuano tre parti abbastanza ben distinte. Una introduzione che riuassume gli eventi con coro e contralto. Una sezione puramente sinfonica che segue l'azione della tragedia vera e propria. Un finale con coro e baritono che tira "catarticamente" le somme.

La prima esecuzione è del 1839. La sperimentazione sonora si fa sempre più esasperata, forse meno appariscente, ma più profonda. Ci sono anche dei passaggi che potrebbero suonare banali, arie accompagnate da disegni dell'arpa o da pizzicati, ma anche in questi casi Berlioz inserisce elementi ricercarti come la melodia suonata da sei violoncelli o degli interventi di timpani e tamburo apparentemente avulsi.

La volontà di uscire dagli schemi ora sembra influenzare anche l'aspetto ritmico, a tratti a dir poco bizzarro. Ma rimane sempre a livello timbrico che Berlioz dà il meglio di sè ed anche qui ci sono un paio di punti da "ho sentito bene?".

L'esecuzione di Inbal credo possa essere migliorata. C'è un po' di confusione e parecchio squilibrio. Nelle sezioni più liriche, come quella molto molto bella che descrive la scena del balcone, sarebbe lecito aspettarsi un po' più di enfasi e una maggiore sottolinatura della linea melodica.

Nel complesso mi si confermano in pieno le impressioni e le idee che mi son fatto su questo compositore. La smania di inventare sempre qualche cosa gli fa perdere di vista il "cuore" della musica.

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Il mio problema con Berlioz deriva dalla rarità della esecuzione di alcune sue opere, come il Te Deum.

Scritta per essere eseguita da due orchestre divise da un organo, con un grande coro per circa mille persone. La prima esecuzione avvenne a Notre Dame e mi viene da domandarmi, con tutto quello schieramento, dove avesse trovato posto il pubblico e come potesse variare l'ascolto nei diversi punti della cattedrale.

Oggi ne abbiamo ottime registrazioni, ma dubito possano rendere l'idea di grandiosità pensata dall'autore per cui, finchè non potrò ascoltarlo dal vivo, il mio giudizio, ed anche il mio apprezzamento, saranno necessariamente limitati dall'appiattimento dell'ascolto nelle registrazioni.

Guglielmo

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Il mio problema con Berlioz deriva dalla rarità della esecuzione di alcune sue opere, come il Te Deum.

Scritta per essere eseguita da due orchestre divise da un organo, con un grande coro per circa mille persone. La prima esecuzione avvenne a Notre Dame e mi viene da domandarmi, con tutto quello schieramento, dove avesse trovato posto il pubblico e come potesse variare l'ascolto nei diversi punti della cattedrale.

Oggi ne abbiamo ottime registrazioni, ma dubito possano rendere l'idea di grandiosità pensata dall'autore per cui, finchè non potrò ascoltarlo dal vivo, il mio giudizio, ed anche il mio apprezzamento, saranno necessariamente limitati dall'appiattimento dell'ascolto nelle registrazioni.

Guglielmo

Sentendolo un po' di tempo fa alla radio mi è piaciuto molto (stranamente un po' di tempo prima nella registrazione mandata in tv diretta da Abbado mi sembrò un pezzo tutto fumo e niente arrosto), quindi penso che se lo si riesce a godere in un ascolto approssimativo, a maggior ragione lo si apprezzerà dal vivo con tutti gli effetti stereofonici previsti da Berlioz.

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Quest'oggi vorrei parlare de La Damnation de Faust.

Molto bello. Molto bello questo... questa... ehm...Legende Dramatique en 4 parties.

Anche in questo caso Berlioz si inventa un genere tutto suo, perchè quelli che già ci sono gli vanno stretti. Non abbastanza opera e non abbastanza cantata. Sinfonismo a tutto tonto, ma è pur sempre una vicenda narrata per musica (e dura due ore spaccate).

Sicuramente si distingue rispetto ad altri lavori di Berlioz per una maggior immediatezza ed orecchiabilità e per un melodiare un po' più intrigante e operistico. Mi dà sempre l'impressione di una musica molto superficiale (qualcuno ha detto "tutto fumo e niente arrosto", espressione che dipinge molto bene il mio pensiero, ma che non m'era proprio venuta in mente), ma almeno è edonisticamente gratificante. Continua, anche se in misura minore, la ricerca del "mai udito" a livello timbrico, con premonizioni addirittura "new age", e dei passaggi con impulsi ritmici esasperati. Ci sono anche un paio di "colpi di teatro" davvero geniali, come la fuga sulla canzone di Brander o la ninna nanna di Faust. Per non parlare della "chanson gothique" Le Roi de Thulè, cantata da Margherita a metà della terza parta, con la sua melodia strana e bellissima e il suo organico fantasioso (che contepla una viola sola, più sei viole sole più 4 violoncelli soli). Vi sono anche soluzioni di grande faciloneria, come la gran baldoria infernale seguita dal finale celestiale, caratterizzato, chi l'avrebbe mai detto, dall'entrata di una schiera di arpe. Ma in fondo, chi se ne frega il finale è davvero bellissimo.

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Guest Lenny

Mi dà sempre l'impressione di una musica molto superficiale (qualcuno ha detto "tutto fumo e niente arrosto", espressione che dipinge molto bene il mio pensiero, ma che non m'era proprio venuta in mente), ma almeno è edonisticamente gratificante.

Su questo non sono d'accordo: l'arrosto (musicale, quello drammaturgico certo molto meno) c'è ed è ottimo. Per esempio, è un'opera contrappuntisticamente scavata all'estremo, di una varietà e ricchezza timbriche incomparabili, in anticipo di decenni su future tendenze, che richiede, a mio avviso, come spesso in Berlioz, ulteriori e più approfonditi ascolti. Si pensi, ad esempio, ad uno dei passi più polifonicamente complessi, "La Course a l'abime". Il brano si apre presentando due ostinati motivi ritmici, che proseguiranno inesorabili fino alla fine: primi violini e pizzicato dei contrabbassi. Su di essi si staglia la magnifica melodia cromatica dell'oboe, interrotta brevemente dal canto fermo dei contadini che pregano (Sancta Maria, ora pro nobis) e dal loro brusco "cris d'effroi". L'oboe si unisce agli altri legni alle note ripetute dei violini e delle viole. Si aggiunge subito dopo un pedale di trombone e fagotto (a descrivere l'apparire di qualche gigantesco mostro che spaventa Faust) e uno stridente motivo di flauti e ottavini, come di uccelli notturni. Su tutto questo si stagliano le parole spaventate di Faust e le incitazioni di Mefistofele (Hop-Hop). Il brano prosegue con l'aggiunta dei corni, clarinetti e percussioni, fino al crescendo fortissimo finale, con Faust "risucchiato" nel Pandemonium. Si presentano dunque cinque diverse stratificazioni, su un contrasto ritmico tra tempo binario e ternario. Sta qui, a mio parere, una delle grandezze di Berlioz, la sua moderna scrittura ritmica e contrappuntistica, diversa, per moltepici ragioni, da quella di Wagner o di Strauss, che non ne comprese la natura.

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Su questo non sono d'accordo: l'arrosto (musicale, quello drammaturgico certo molto meno) c'è ed è ottimo. Per esempio, è un'opera contrappuntisticamente scavata all'estremo, di una varietà e ricchezza timbriche incomparabili, in anticipo di decenni su future tendenze, che richiede, a mio avviso, come spesso in Berlioz, ulteriori e più approfonditi ascolti. Si pensi, ad esempio, ad uno dei passi più polifonicamente complessi, "La Course a l'abime". Il brano si apre presentando due ostinati motivi ritmici, che proseguiranno inesorabili fino alla fine: primi violini e pizzicato dei contrabbassi. Su di essi si staglia la magnifica melodia cromatica dell'oboe, interrotta brevemente dal canto fermo dei contadini che pregano (Sancta Maria, ora pro nobis) e dal loro brusco "cris d'effroi". L'oboe si unisce agli altri legni alle note ripetute dei violini e delle viole. Si aggiunge subito dopo un pedale di trombone e fagotto (a descrivere l'apparire di qualche gigantesco mostro che spaventa Faust) e uno stridente motivo di flauti e ottavini, come di uccelli notturni. Su tutto questo si stagliano le parole spaventate di Faust e le incitazioni di Mefistofele (Hop-Hop). Il brano prosegue con l'aggiunta dei corni, clarinetti e percussioni, fino al crescendo fortissimo finale, con Faust "risucchiato" nel Pandemonium. Si presentano dunque cinque diverse stratificazioni, su un contrasto ritmico tra tempo binario e ternario. Sta qui, a mio parere, una delle grandezze di Berlioz, la sua moderna scrittura ritmica e contrappuntistica, diversa, per moltepici ragioni, da quella di Wagner o di Strauss, che non ne comprese la natura.

Quoto tutto, in questi giorni sto rileggendo il Faust in una diversa traduzione e la musica che mi viene in mente non è quella di Schubert o Schumann ma proprio quella di Berlioz. :o

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Guest Lenny

Quoto tutto, in questi giorni sto rileggendo il Faust in una diversa traduzione e la musica che mi viene in mente non è quella di Schubert o Schumann ma proprio quella di Berlioz. :o

Verissimo. Lo diceva, se non ricordo male, anche Milhaud, quando sosteneva che Berlioz è stato il più "goethiano" tra i compositori che si sono misurati con l'immensa tragedia. Anche Henry Barraud, compositore allievo di Dukas e critico musicale, pur dando la palma di vincitore a Schumann, facendo un confronto tra le varie opere di compositori che, più o meno, si sono ispirate al Faust, sosteneva, con dovizia di particolari, che Berlioz ha colto e musicalmente trasposto meglio di chiunque altro alcuni aspetti del dramma. Per esempio, vado a memoria, lo stile, il "profumo" della Germania gotica dei vecchi borghi renani o una presenza luciferina vicina a certo medioevo tedesco, che i Romantici tedeschi non seppero cogliere.

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Su questo non sono d'accordo: l'arrosto (musicale, quello drammaturgico certo molto meno) c'è ed è ottimo. Per esempio, è un'opera contrappuntisticamente scavata all'estremo, di una varietà e ricchezza timbriche incomparabili, in anticipo di decenni su future tendenze, che richiede, a mio avviso, come spesso in Berlioz, ulteriori e più approfonditi ascolti. Si pensi, ad esempio, ad uno dei passi più polifonicamente complessi, "La Course a l'abime". Il brano si apre presentando due ostinati motivi ritmici, che proseguiranno inesorabili fino alla fine: primi violini e pizzicato dei contrabbassi. Su di essi si staglia la magnifica melodia cromatica dell'oboe, interrotta brevemente dal canto fermo dei contadini che pregano (Sancta Maria, ora pro nobis) e dal loro brusco "cris d'effroi". L'oboe si unisce agli altri legni alle note ripetute dei violini e delle viole. Si aggiunge subito dopo un pedale di trombone e fagotto (a descrivere l'apparire di qualche gigantesco mostro che spaventa Faust) e uno stridente motivo di flauti e ottavini, come di uccelli notturni. Su tutto questo si stagliano le parole spaventate di Faust e le incitazioni di Mefistofele (Hop-Hop). Il brano prosegue con l'aggiunta dei corni, clarinetti e percussioni, fino al crescendo fortissimo finale, con Faust "risucchiato" nel Pandemonium. Si presentano dunque cinque diverse stratificazioni, su un contrasto ritmico tra tempo binario e ternario. Sta qui, a mio parere, una delle grandezze di Berlioz, la sua moderna scrittura ritmica e contrappuntistica, diversa, per moltepici ragioni, da quella di Wagner o di Strauss, che non ne comprese la natura.

Ma infatti per me il fumo non sta nella povertà della scrittura o nella mancanza di idee, sta nel fatto che la ricerca di Berlioz verte troppo su soluzioni "superficiali", è una fantasmagorica "scorza" esterna. L'audacia e, a tratti, la complessità del tessuto timbrico (e ritmico), rischiano di rimanere l'unico livello di interesse (fermo restando che in questo Faust ho avvertito il problema in misura minore rispetto ad altre opere). Si rischia il circo, la fumisteria.

Ma d'altronde i contemporanei poco attenti dicevano una cosa simile di Wagner, che stordiva, drogava il pubblico con una sorta di magia nera sonora. Cioè, qualcosa di vero in questo modo di vedere ci può anche essere, ma in Wagner c'è molto di più, e l'uso della ragione è indispensabile per ascoltarlo e apprezzarlo. Se valga anche per Berlioz, ancora non lo so, ma con il tempo e la dedizione lo scoprirò.

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Invece per L'Enfance du Christ (trilogia sacra op.25) non trovo molte parole positive da spendere.

Mi è parso tutto così generico, dimesso e sbiadito. Si respira un'aria di sagrestia un po' troppo pesante. Emerge facilmente, così, il trio per due flauti e arpa, l'ultimo pezzo che mi sarei aspettato di ascoltare lì in mezzo.

E' un'opera molto trattenuta che fa un dispendio di mezzi minimo (con itenti e fini precisissimi, ovvio). Nel finale (una vera e propria preghiera) l'orchestra praticamente non esite.

Non m'è rimasto impresso nessun altro brano in particolare e devo ammettere che mi sono un po' annoiato.

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Invece per L'Enfance du Christ (trilogia sacra op.25) non trovo molte parole positive da spendere.

Mi è parso tutto così generico, dimesso e sbiadito. Si respira un'aria di sagrestia un po' troppo pesante. Emerge facilmente, così, il trio per due flauti e arpa, l'ultimo pezzo che mi sarei aspettato di ascoltare lì in mezzo.

E' un'opera molto trattenuta che fa un dispendio di mezzi minimo (con itenti e fini precisissimi, ovvio). Nel finale (una vera e propria preghiera) l'orchestra praticamente non esite.

Non m'è rimasto impresso nessun altro brano in particolare e devo ammettere che mi sono un po' annoiato.

Messa così sembrerebbe quindi che se a Berlioz togli le masse sonore gigantesche perde tutta la sua attrattiva, giusto? Peccato perchè questo era un pezzo che mi incuriosiva, pensavo fosse una cosa intima e bella, non noiosa.

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Messa così sembrerebbe quindi che se a Berlioz togli le masse sonore gigantesche perde tutta la sua attrattiva, giusto? Peccato perchè questo era un pezzo che mi incuriosiva, pensavo fosse una cosa intima e bella, non noiosa.

Le scene di intimità familiare tra Maria e Giuseppe (e non solo) sono anche carine, ma praticamente nulla mi ha colpito. Mi è rimasta impresso solo un brano in quattro settimi o qualcosa del genere.

In effetti questa specie di oratiorio sembrebbe avvalorare la mia impressione complessiva su Berlioz... privo delle sue mirabolanti invenzioni, non gli rimane granché.

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insomma, anche gli Hanslick prima o poi se ne accorgono... :laughingsmiley:

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