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  1. Aida al San Carlo di Napoli

    E dunque Aida: già scegliere un'opera così per la prima della stagione - nei nostri poveri tempi di magra - è atto di inusitato coraggio; l'audacia diventa poi degna dei leoni dell'antico Egitto se si pensa di "farla strana", o quantomeno inusuale, spaziale, postmoderna, fantascientifica… I paragoni per questa mise en scene si sono sprecati: chi ha tirato in campo Blade Runner, chi lo straniamento brechtiano, chi perfino de Gregori e il suo Cercando un altro Egitto, forse a rintracciare assonanze (mal)assortite e già di per sé spiazzanti. In verità l'effettaccio, in questa Aida che apre la stagione napoletana del San Carlo, c'è tutto, ma non sono questi i nomi che mi son venuti in mente, in verità. Ho pensato invece a un altro regista che - come Dragone - si è cimentato per la prima volta con la lirica, come lui proveniente dallo spettacolo circense: gli appassionati sancarlini di certo ricorderanno il Pagliacci di Daniele Finzi Pasca, andato in scena nell'estate di due anni fa. Un bello spettacolo che - per taluni aspetti - questo molto ricordava: per un qualche indefinito sapore acrobatico clownesco circense della messa in scena; per il contrasto tra l'essenziale minimale allusiva scenografia e i costumi invece perfettamente in "sintonia" con la rappresentazione rigorosamente da libretto; per la presenza, frammisti ai cantanti-attori, di mimi, danzatori, e quant'altro si voglia definire, ad esaltazione del gesto drammatico. Operazione, quest'ultima, che già allora non poteva non rievocare Guy Cassiers e il suo Rheingold scaligero dell'anno prima: i mimi con funzione di amplificazione, sottolineatura, spiegazione, esplicitazione - tutto quel che volete - del gesto scenico, del pensiero del personaggio. Solo che nel teatro in musica, a differenza del normale teatro di prosa, oltre al gesto e alla voce c'è - appunto - la musica - a svolgere tale funzione esplicativa dell'anima - e dunque l'ulteriore sottolineatura potrebbe risultare - risulta, se insistita - inutile, ridondante, a tratti perfino distraente (non straniante). Mi perdonerete questa lunga digressione con molta probabilità noiosa, ma tutto questo mi serviva poi per dire che certi mezzi espressivi, se non manipolati a perfezione, possono condurre a risultati imprevisti, ad effetti a volte perfino di segno inverso agli intenti del regista. Così è stato perfino per Cassier - la migliore senz'altro di tali operazioni - che, appresa la lezione, non ha ripetuto l'errore nelle successive opere del Ring, che pure conservano una loro unitarietà di stile, ma senza questo benedetto espediente; in Pagliacci, opera breve e asciutta, conservava ancora una sua logica anche spettacolare. In quest'Aida, beh, il tutto aveva un po' l'effetto del déjà vu, senza passione, allungando un brodo che sempre più somigliava alla minestrina riscaldata dello sprecato stereotipo. E poi, tanto si è parlato della duplicità di Aida, divisa tra fasti e intimità, del "vero inventato" verdiano migliore della "copia del vero". Tutto giusto, tutto vero, tutto sacrosanto, per carità. Ma quando ci si accosta ad un autore occorrerebbe un minimo di umiltà: Aida non è più divisa e scissa - tra Storia maggiore e storia degli umili - di quanto non sia diviso e scisso I Promessi Sposi, modello ideologico di Verdi e della sua concezione tutta manzoniana della storia: sintesi perfetta che contempli le vicende degli uomini comuni inserite nel più grande teatro della Storia dei popoli e delle nazioni. E se non soccorre la Storia vera, con la peste a Milano l'Innominato e gli spagnoli, ci aiuterà una verosimile inventata da Mariette , con l'immenso Ftha, gli etiopi e le foreste imbalsamate. Di tale assunto ideologico, cui Verdi dedicò tutta la sua vita, Aida è il frutto più maturo, ciò che - perfino al suo scettico e disincantato sguardo - appariva perfetto o, quantomeno, il punto più alto cui poteva arrivare con le sue forze, tanto da non scrivere più musica per sedici anni. Naturalmente si sbagliava e scrisse poi i due capolavori della vecchiaia, ma quest'è diversa storia. Che cosa rimane di questa concezione verdiana, in questa regia a me parsa così ansiosa? Il regista ha pensato di dover sottolineare l'una parte (intimistica e privata) a scapito dell'altra (fastosa e pubblica), ma facendo questo ha compiuto una operazione illegittima, perché Aida vive proprio nel precario fragile delicato equilibrio di queste due anime. Se una delle due perisce, Aida semplicemente muore. E molto prima di arrivare sotto la fatal pietra. Per fortuna - come sempre - c'è però la musica, a salvare il salvabile. La direzione di Luisotti è controllata al limite dell'algidismo: in superficie la musica appare olimpicamente sovranamente tranquilla; al di sotto, per chi vuole ascoltare, la temperatura s'innalza e ribolle, riverberando flutti infocati anche sul coro, sempre più attento e in continuo atteggiamento di ricerca. Il cast comprende una convincente pregnante Aida di Kristin Lewis; un Radames apprezzabile per la voce - che c'è, anche se ancora a tratti acerba - meno per la fisicità - non classificabile - del coreano Ji Myung Hoon; l'Amneris gradevole di Enkelejda Shkoza e l'ottimo Amonasro di Claudio Sgura, di cui ricordo il convincente, aspro Jago dell'Otello barese di Nekrosius; l'imponente presenza scenica del Ramfis Orlin Anastassov. Teatro di San Carlo Napoli Aida di Giuseppe Verdi Direttore: Nicola Luisotti Maestro del Coro: Salvatore Caputo Direttore del Corpo di Ballo: Alessandra Panzavolta Regia: Franco Dragone Aida: Kristin Lewis Radames: Ji Myung Hoon Amneris: Enkelejda Shkoza Amonasro: Claudio Sgura Ramfis: Orlin Anastassov
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