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Wittelsbach

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Tutti i contenuti di Wittelsbach

  1. Cosa state ascoltando ? Anno 2017

    Io la vedo così: ci prova, e si vede che ama quel testo. Ma gli viene in un modo che, diciamo, non mi soddisfa. C'è da dire che Falstaff, sia per questioni di scrittura che di popolarità, meno di altre opere si presta a essere trattato secondo gli stereotipi verdiani che giustamente ti danno fastidio. Evviva l'adagio e fuga, per inciso.
  2. Cosa state ascoltando ? Anno 2017

    Edizione di una bruttezza latrinesca, sia per Gardiner che non ha capito un beato nulla, che per gli oltraggiosi cantanti. Stomachevole. O almeno, così pare a me...
  3. Anton Bruckner

    Il pippometro mi è andato a fondo scala.
  4. Anton Bruckner

    Sapessi quante volte mi sono riletto casualmente qui, trovando pure in me questi sdoppiamenti! C'è da dire che in questi 8 anni di forum sono enormemente maturato. Che dire, la mia intuizione su Schubert non nega affatto quello che dici, anzi sono pienamente d'accordo con te amico mio. Anzi, in onore della Seconda, mentre lavoricchio metto proprio su una Seconda nuova nuova da Spotify!
  5. Anton Bruckner

    Della Prima e della Seconda, tra l'altro, si parla proprio poco. Tu stesso secoli fa definisti la Seconda "una sinfonia minore". Però proprio nella Seconda si vede uno dei rapporti di figliolanza del Nostro: Franz Schubert. Nel tempo lento, tra l'altro caratterizzato da momenti cameristici che di primo acchito non si collegherebbero a Bruckner, la filiazione con l'enigmatico compositore viennese trovo sia proprio evidente.
  6. Anton Bruckner

    Già @giordanoted si era confrontato con il Gielen interprete di Bruckner, ormai sette anni fa. E @zeitnote, col suo vecchio account, aveva provato a fare supposizioni sullo stile direttoriale del maestro, sulla scorta delle esperienze d'ascolto maturate col suo Mahler. Con una ricerca sul forum, vedo che lo stesso giordano un annetto dopo si ricordò dell'ascolto di quella Prima berlinese definendola "splendida", salvo poi, recentemente, parlarne in modo ben più freddo ("niente di trascendentale"). Ecco, ho ascoltato queste sinfonie (molte delle quali pubblicate per la prima volta, compresa l'Ottava, che è diversa da quella già conosciuta di Gielen, ed eseguita nella prima versione) e posso dire la mia. Dai miei appunti: "Mi sembra un Bruckner di alto livello, che sa essere pulito, analitico e ordinato senza peccare di eccessi di astrazione, anzi sfoderando una grinta di tutto rispetto". In sintesi, @zeitnote, i miei timori erano anche i tuoi, senonché sono rimasto smentito, totalmente: si sentono con pulizia tutte le parti, ma senza trascurare la follia e l'emotività tipicamente bruckneriane. Nessuna, assolutamente nessuna riluttanza all'aspetto monumentale! Solo, viene inserito in un discorso discorsivo (massì, diciamolo) e organico. Comunque, grande l'impatto espressivo e fonico di queste esecuzioni. Delle sinfonie, mi preme sottolineare la riuscita maiuscola della Quarta, di cui è prescelta la versione della prima stesura (1874): una cattedrale di suoni, un primo movimento semplicemente imperiale. Di livello anche l'Ottava e la Nona. Più impersonale, se vogliamo, la Settima, dove mi aspettavo qualche grado di emozione in più (bazzecole, visto comunque il livello). Il livello tecnico delle incisioni, quasi tutte recentissime, è perfetto. E anche l'unica "intrusa", cioè la Seconda risalente al 1968, non è in alcun modo mortificata dalla presa di suono. Un cofanetto che consiglio a tutti.
  7. Cosa state ascoltando ? Anno 2017

    Segerstam, Sinfonia n. 13, Orchestra della Renania, Segerstam Di sinfonie ne ha fatte 270 e passa, ma la 13 è già noiosissima: manierismo ligetiano, potrei definirla.
  8. Cosa state ascoltando ? Anno 2017

    Ahahaha a posto! Dudamel niente?
  9. Cosa state ascoltando ? Anno 2017

    Ma è come il prezzemolo quello?
  10. Cosa state ascoltando ? Anno 2017

    Bruckner, Seconda, Wiener Philharmoniker, Horst Stein Mi piace, e molto. Lo Scherzo è semplicemente meraviglioso. Identica sensazione coi due pezzi di Weber inseriti a mo' di bonus.
  11. Le Nozze di Figaro: ottant'anni di storia in disco

    Le Nozze italiane! Dopo il bagno, non proprio eccezionale, di viennesità targata Karajan, ci voleva qualcosa di diverso. E lo otteniamo, malgrado ci siano evidenti ragioni per criticare questa onesta edizione. Il motivo fondamentale è dato da assurdi tagli. Con un Conte del livello esecutivo e teatrale di Sesto Bruscantini, l'escissione completa della sua grande aria è assolutamente insensata, e difatti nessun'altra registrazione né rappresentazione l'ha mai lontanamente contemplata. In aggiunta, i recitativi sono spesso sforbiciati, senza alcuna ragione che non sia quella di irritare l'ascoltatore. Aggiungiamoci che il "Susanna, or via sortite" è amputato della ripetizione di "Giudizio!" e della stretta finale, altra primizia. Come da copione, lo avrete immaginato, mancano le arie di Basilio e Marcellina. Un peccato questi tagli, un peccato davvero mortale. La qualità sonora è accettabile, e la caratteristica evidente è la totale italianità del cast, tranne forse Christiano Dalamangas (presenza ricorrente in rai all'epoca, qui fa Antonio) che ha l'aria di un sudamericano, anche se italico d'elezione. I recitativi, pur scorciati, si giovano di questa caratteristica saliente. Per inciso, per la prima volta nella discografia sono accompagnati da un clavicembalo. Può sembrare assurdo, ma preferisco la direzione sincera, angolosa, ritmata e ruspante di Ferdinando Previtali a quella artefatta e cincischiata del Karajan precedente. Sarà troppo "alla Paisiello", dicono certi critici: e perché no? Che ha di male Paisiello? Non è forse questa una delle opere più genuinamente italiane di sempre? E allora ben vengano questi coloriti smaglianti, questi ritmi cangianti, quest'atmosfera vagamente caciarona e molto teatrale. L'orchestra è senz'altro ottima, ma latrice di alcune piccole imprecisioni strumentali. E chi se ne frega? Mozart c'è, il teatro c'è. Non siamo in un salottino viennese, qui a Roma. E non è damina da salotto Susanna. Alda Noni, che pur aveva cantato per anni alla Staatsoper di Vienna (e non solo in parti italiane: ricordate la Zerbinetta amatissima da Richard Strauss nelle recite del 1944, organizzate per il suo compleanno sotto l'egida di Karl Bohm?), si mostra immune ai malcostumi austriaci: un fraseggio naturalissimo, contrastato, pieno di ironia guizzante e per nulla rassicurante, una donna piena di spirito, volitiva, intelligente. La Seefried è ampiamente surclassata, e anche da un punto di vista vocale: timbro caldo, leggero ma non vetrificato, esecuzione di livello. Italo Tajo già lo conoscevamo, e non stupisce che anche qui sia un Figaro d'una classe a parte: il fraseggio dell'aria dell'ultimo atto è davvero da segnare a caratteri d'oro, per come il suo personaggio vibra di amarezza, di disillusione, pur conservando un ottimismo di fondo. Anche nei recitativi (quelli che restano) lui è il mattatore. E come voce, ecco il consueto timbro morbido, cordiale. Di recitativi purtroppo non ne restano moltissimi a Sesto Bruscantini, oltre al taglio barbaro dell'aria. Un peccato, giacché trovo che l'artista marchigiano, grandissimo Figaro sia in Mozart che in Rossini, come Conte fosse perfino più al suo posto. Le abilità vocali ci avrebbero regalato un grande "Vedrò mentr'io sospiro", conoscendo la perizia del sommo Sesto in ornamentazioni e acuti in genere. Pazienza, ce lo sogniamo soltanto. Ma lo facciamo godendoci un Conte per nulla gelido, ma nobilmente nervosissimo, quasi tarantolato nella gelosia ma anche nella profferta amorosa. Nel duetto con Susanna è un autentico seduttore! La Contessa è la grande ma poco nota Gabriella Gatti, un notevole soprano romano che raccolse più di quel che seminò. Non sarà un genio del fraseggio, ma la sua Contessa sa svariare con abilità sul terreno del sentimento nobile e patetico. Le arie sono svolte con voce corposa, educatissima, melodiosa nel timbro. Non trovo nemmeno che Jolanda Gardino sia un Cherubino "spaesato e piuttosto duro" (Giudici): anzi, il suo carattere si sposa benissimo coll'irruenza del personaggio, dandoci un fraseggio mai banale, per giunta espresso da vocalità non miracolistica ma certo correttissima e ben riconoscibile anche timbricamente. Gli altri sono una compagnia felice: Fernando Corena va sopra le righe, ma meno di altre volte, e il suo Bartolo figura bene; Angelo Mercuriali, caratterista tra i maggiori d'Italia, fa rimpiangere il taglio della sua arie, grazie alla scolpitura di un Basilio di rara rifinitura; pure Mitì Truccato Pace è una Marcellina sopra la media, autrice d'un duettino con Susanna molto piccante; Graziella Sciutti, nel cameo di Barbarina, fa già capire di che pasta fosse fatta. Disturba soltanto il citato Dalamangas, un Antonio plateale e volgare che ci saremmo risparmiati volentieri.
  12. Cari amici, do ufficialmente inizio alla mia ricognizione totale globale della discografia delle Nozze di Figaro, forse la più ricca dell'intera storia del melodramma registrato. Sarà un viaggio molto appassionante, innanzitutto per me ma spero anche per voi. Andiamo a incominciare. Inevitabile partire dal principio. Per "principio" intendo la pioneristica registrazione del 1934-35, effettuata in Inghilterra dopo le fortunate recite del neonato festival di Glyndebourne, che si assicurò due esuli germanici di prestigio quali Fritz Busch e il regista Carl Ebert, grazie alla lungimiranza del patron William Christie. Questi dischi furono il documento irripetibile di un debutto indimenticabile. Non ricordo bene come fosse il risultato uditivo delle precedenti incarnazioni di questa testimonianza, e non so se la Warner abbia operato una delle sue usuali eccezionali remasterizzazioni recenti. Fatto sta che, per un'incisione vecchia di ottant'anni, il risultato sonoro è davvero sorprendente, superiore a certi dischi Rai degli anni Cinquanta. Parliamo ora dell'edizione musicale. E' noto, in questa registrazione mancano quasi del tutto i recitativi. Dico "quasi" perché un minuscolo spezzone, accompagnato dal pianoforte, è presente per introdurre il "Ricevete o padroncina". Per il resto, mancano le arie di Marcellina e Basilio, la cavatina di Barbarina nonché (strano) il coro "Giovani liete fiori spargete" al Primo Atto. L'elemento di maggior spicco in questi dischi è l'orchestra di Busch: di una modernità assoluta. Il senso del ritmo e del teatro è non meno che esemplare, in una condotta svelta ma nient'affatto disinteressata, con sonorità ricche e variate, senza l'ombra di manierismi viennesi o, peggio, di ipertrofie romanticheggianti. Il grande finale dell'Atto Quarto, così come è stagliato da Busch, è sicuramente di riuscita eccezionale e di grandissima campitura. Pure gli accompagnamenti sono di rara cura, ed è costante l'attenzione alla resa espressiva. Una meraviglia. Busch è il collante ideale di un cast che, come sarà a Glyndebourne anche negli anni a venire, vale di più per il complessivo affiatamento e gioco di squadra, che per singole grandi prestazioni. C'è da dire che nessuno interpreta in maniera davvero personale, ma molti ci si avvicinano. L'eccezione è il Figaro di Willi Domgraf-Fassbaender. Il padre della mitica Brigitte, all'epoca, era uno dei migliori baritoni tedeschi, a suo agio tanto in Mozart quanto nel lied romantico. La voce in sé è molto chiara, assai bella e soprattutto sostenuta da una tecnica pressoché perfetta, che gli consente di venir a capo con autorità anche di una scrittura per lui lievemente bassa. Dal canto teatrale, la pronuncia è molto curata e il fraseggio contiene diversi spunti notevoli. La sua amata Susanna era Audrey Mildmay, la moglie del gran patron Christie: voce molto corretta e melodiosa di soprano leggero, canta assai bene ma con scarsa convinzione, compitando la prima delle innumerevoli Susanne-soubrette che caratterizzeranno gran parte della storia interpretativa del personaggio sia in disco che dal vivo. Quant'è petulante il duettino di fuga con Cherubino! Il baritono Roy Henderson presta al Conte una voce timbricamente pregevole e sostenuta con una certa perizia, malgrado la tendenza a stimbrarsi sugli acuti: la sua aria lo dimostra. Per il resto, la pronuncia italiana è la peggiore del cast, purtroppo, e interpretativamente è vivido ma generico. La consorte, la finnica Aulikki Rautawaara, è l'altra grossa punta vocale del cast, con una purezza di emissione e di canto in grado di rimembrare le Contesse auree della discografia, in primis la Schwarzkopf. Pure la dimensione sentimentale del personaggio è tutto sommato ben resa. Piuttosto attendibile è poi il Cherubino di Luise Helletsgruber, che mostra minor perfezione canora ma svolge comunque una linea apprezzabile, oltre a costruire un carattere abbastanza plausibile. Gli altri, privati dei recitativi, han poco spazio. C'è una curiosità: Bartolo ha due interpreti. Norman Allin, il cantante che lo disimpegna correttamente nei concertati, nell'aria della Vendetta è sostituito dall'esordiente Italo Tajo, appena ventenne ma già decisamente bravo. Relativamente corretta è poi la Marcellina di Constance Willis, mentre Heddle Nash, come Basilio, se la cava assai meglio che col più difficile Ferrando (sempre a Glyndebourne con Busch), seppur introducendo nel Terzetto qualche risaputa buffoneria. Perfino l'Antonio di Fergus Dunlop si disimpegna con compitezza.
  13. Cosa state ascoltando ? Anno 2017

    Bruckner, Quarta, Wiener Philharmoniker, Haitink Versione molto ma molto migliore che non la "classica" dell'integrale col Concertgebouw. Ascolterò anche la più recente con la LSO.
  14. Cosa state ascoltando ? Anno 2017

    Non mi sembra neanche, a dirla tutta, che quella roba di Norrington parta da presupposti filologici o innovativi come quelli di cui parli. C'è solo una irritante mancanza di respiro della musica.
  15. Cosa state ascoltando ? Anno 2017

    Mi spiace, no signori. Visto che (ve lo anticipo), la Quarta di Gielen è immensa (almeno, a mio giudizio), ho voluto ascoltarne un'altra, anch'essa eseguita nella prima versione (opta per la 1874 anche Gielen). Per me è un no. Asma, mal di mare, barcollio. Questo mi comunica una simile lettura, squinternata nei tempi, sfilacciata e totalmente priva di coerenza interna nell'agogica. Sono rimasto sconcertato. Se davvero si tratta di una scelta interpretativa, posso dire di esserne lontano anni luce.
  16. Esecuzioni vocali di riferimento

    Discreta, specie quando ammorbidisce il suono. Viceversa, se gli acuti sono tenuti a lungo e lanciati sul forte diventano alquanto percussivi. Si è sentito peggio comunque, malgrado si avverta un'incipiente usura della voce.
  17. Cosa state ascoltando ? Anno 2017

    Bruckner, Gielen, Sinfonie Orchestra SWR di Baden Baden - Friburgo, e Orchestra della Radio di Saarbrucken Mi mancano ancora quasi tutta l'Ottava e naturalmente la Nona, preferisco finire di ascoltare tutto prima di scrivere le mie impressioni, peraltro già abbondantemente definite. Unica anticipazione: ascolto super positivo. Appuntamento tra qualche giorno nel topic dedicato ad Anton Bruckner!
  18. musica e nazismo (e stalinismo)

    Hai capito male, non ironizzavo. Mi sembrava di fare un discorso pure troppo serio!
  19. musica e nazismo (e stalinismo)

    Notevole questa discussione! Me gusta! Come mai è entrato nell'immaginario collettivo chi dirigeva in maniera "anomala"? Boh! Chi lo sa? Io non lo so. Forse (posso azzardare) per gli stessi motivi per cui si sedimentano certe pietre miliari odierne: perché erano in qualche modo originali. Ma in realtà non saprei rispondere.
  20. Le prime Nozze di Karajan non mi piacciono!

  21. Le Nozze di Figaro: ottant'anni di storia in disco

    Ok, Wiener, ok, Karajan. Ma queste Nozze, incise tra il '49 e il '50 su 78 giri, le trovo francamente dimenticabili. Quelle russe registrate da Sanderling un paio di anni prima penso siano molto ma molto più interessanti. In questi cd si respira un'aria di vecchio difficilmente contenibile, e in questa edizione totalmente priva di recitativi (che in Russia c'erano!) è sublimato in toto il manierismo viennese-salisburghese più puro, almeno per come viene considerato criticamente. I Wiener suonano alla grande come sempre. Ma Karajan, signori, fa quanto di più lontano ci sia dall'italianità in quest'opera. Ratifica tutte le più abusate concezioni interpretative ed espressive connesse alla delicatezza inoffensiva. Certi tempi sono particolarmente veloci, come nel finale Secondo, ma senza vera vivacità, anzi con un clima annacquato e col vero risultato di mettere in difficoltà l'articolazione musicale di cantanti come London o la Seefried, rispettivamente il migliore e la peggiore del cast tra l'altro. La compagnia è roba viennese. Ma roba viennese che si esprime diversamente a quanto si può sentire, per esempio, con un Krauss. Il povero Erich Kunz che fa? Certo sapeva cantare. Ma la sua emissione, idonea alla lingua tedesca, non è troppo ben posizionata con l'italiano, risultando quindi meno fluida. Inoltre, la pronuncia non è sempre impeccabile, e numerose sono le parole sbagliate. Col che, la fantasia dell'interprete appare tarpata, sortendone un ritratto molto più sfocato e stereotipato rispetto a quanto ascoltato nella sua precedente apparizione. Ma Irmgard Seefried è peggio. Questa cantante ad alcuni piace moltissimo, ma io la trovo spesso insopportabile, e questa prestazione la inserisco nel novero. L'emissione è piattissima, lacunosa tecnicamente, tendenzialmente aperta al centro e in alto. E l'interpete? Mio Dio! Crea una Susanna tutta pigolii e cinguettii, davvero agghiacciante nel "Venite inginocchiatevi", ridicola per la petulanza con cui schiaffeggia Figaro in fine d'opera, ma ai limiti del grottesco nel micidiale duettino con Marcellina, che spesso è lo specchio con cui misurare la riuscita di una recita delle Nozze. Sopra un accompagnamento karajaniano a dir poco evanescente, la Seefried e la prestigiosa wagneriana Elisabeth Hongen fanno una specie di gara a chi squittisce di più, rassomigliano a due vezzose topoline del coretto della Cenerentola disneyana, a volte sembrano addirittura sussurrare. Rimpiango quasi la Sayao e la Turner, che almeno delineavano una viperina vivacità che è idonea al momento scenico. Elisabeth Schwarzkopf, trattata con occhi di riguardo in quanto consorte del gran produttore Walter Legge, quantomeno sfodera una purezza vocale davvero esorbitante in tutte le sue arie. Ma negli altri momenti, il fraseggio risulta ancora da rodare, cosicché c'è lo strano risultato di lasciar trapelare l'usuale manierismo ma in forma embrionale, come se dovesse essere messo a punto. Si farà apprezzare molto di più in seguito. Viceversa George London pare nato per il Conte, anche se il clima noncurante creato da Karajan (sentire la blandizie con cui accompagna il Terzetto al Primo Atto) lo favorisce ben poco. Debutta con l'usuale nasalità, che comunque è la cifra saliente di un'organizzazione vocale di impressionante personalità e solidità, oltretutto espressa in ottimo italiano. Il Conte, qui, è il personaggio davvero moderno della combriccola, e va ascoltato con attenzione. Buono pure il Cherubino di Sena Jurinac, esecutrice di grande capacità e teatrante molto sensibile. Vero, senza recitativi resta poco, ma le arie sono davvero trascinanti, e anche i suoi interventi nel Finale ultimo meritano una citazione. Quanto al resto, occorre registrare il Bartolo mediocremente cantato di Marjan Rus; la Marcellina di gran voce di Elisabeth Hongen, purtroppo istradata da Karajan su binari soubrettistici piuttosto consunti; l'estroso Erich Majkut che sforna un Basilio stranamente spento, per poi doppiare anche Curzio nel Sestetto; la Barbarina decente di Rosl Schwaiger; l'Antonio parlante e sopra le righe di Wilhelm Felden. Signori, è un no.
  22. Le Nozze di Figaro: ottant'anni di storia in disco

    La stessa scioltezza nei sillabati si vede nelle recite del '49 da me testè recensite. Certo che Tajo era un signor cantante e teatrante!
  23. Cosa state ascoltando ? Anno 2017

    Aahahah anti hip! Mica sempre, dipende dai casi! Della Trilogia conosco solo le Nozze, che amo e che non trovo "estremiste".
  24. Le Nozze di Figaro: ottant'anni di storia in disco

    Esiste anche una recita del '47, sempre con Busch e sempre a New York, che però non sono riuscito a reperire. Questo documento, in ogni caso, vale sia per documentare, una volta di più, la civiltà interpretativa dell'esule maestro tedesco, sia per testimoniare la tradizione mozartiana nient'affatto disprezzabile che vigeva al Met, e capace di darci un Wolfie molto più italiano di quello che si ascoltava in Europa a quei tempi. Oltretutto, la qualità sonora della ripresa è più che discreta. Fritz Busch, che ai tempi dirigeva spesso colà, mostra di seguire ancora fino in fondo la linea interpretativa sancita dalle preistoriche recite di Glyndebourne, anzi estremizzandola. Si percepisce una gioia musicale davvero notevole in questa rappresentazione, malgrado i limiti congeniti dell'orchestra e soprattutto del coro. Tempi vorticosi, sonorità ricche e gagliarde senza esagerare, un'attenzione al racconto da tempi nuovi, che certamente giovano all'atmosfera di un'opera che, diretta così, mette ancor più le ali ai piedi. Non c'è un attimo di noia, nelle Nozze di Busch. Degna sigla ne è la turbinante stretta del finale ultimo, una vera girandola di follia quasi catartica e condivisa pienamente dall'ottimo cast. Italo Tajo, per mio conto, è un Figaro perfetto. Di grandi Figaro, del resto, ne abbiamo visti molti in questo scorcio discografico d'inizio secolo, e il basso pinerolese non fa eccezione. Ha senz'altro una caratura timbrica del tutto perfetta per il suo ruolo. Ha la tecnica atta a consentirgli di eseguire con correttezza e facilità. Ha l'estrosità di un fraseggio acrobatico, senz'altro eccezionale fin dalle prime battute. Si ascolta, anzi si gode, con sommo piacere, sia nelle tre arie (tra le migliori mai documentate) che nei concertati e nei magnifici recitativi. Bidù Sayao non mi entusiasma affatto, ma la trovo assai migliore qui che con Walter. Miagola molto meno mentre canta, mentre il fraseggio da smorfiosetta è singolarmente attenuato, accentuando viceversa una vitale esuberanza che funziona sempre. Certo, non tutto nell'esecuzione è super calibrato, e qualche scoria di gusto rimane, come ad esempio le inutili risate poste a conclusione del duetto con Marcellina. Ma questa Susanna si inserisce in una bella atmosfera teatrale senza sfigurare, anzi contribuendo con ottima pertinenza. Migliore che in passato anche la grande Eleanor Steber: ancora più rodata la purissima e granitica emissione, molto più spigliato il fraseggio con, in particolare, la gemma del recitativo accompagnato che introduce il "Dove sono i bei momenti", in cui il vigore dell'accento e l'ampia robustezza vocale delineano una parentesi quasi callasiana. John Brownlee replica il suo già ottimo Conte, forse in lievissimo declino vocale ma capace di un'aria del terz'atto di grande autorità timbrica, canora e interpretativa. Torna l'ennesimo Cherubino di Jarmila Novotna, ed è sempre decente. Tuttavia, una volta di più, questo personaggio manca di una cifra personale davvero coinvolgente e immedesimata, malgrado la correttezza di un canto nient'affatto da cestinare. Nel Bartolo di Salvatore Baccaloni si nota un'incipiente e preoccupante tendenza a cantare senza sostenere il fiato, tuttavia quando canta con la sua voce, tipo nell'aria della vendetta, fa ancora capire che razza di genio del teatro buffo fosse stato. E questo al netto di qualche ghigno superfluo. Ridacchia parecchio, divertendo comunque moltissimo il pubblico, anche l'untuoso Basilio di Alessio De Paolis, mentre Claramae Turner, famosa perché canterà il Ballo in Maschera con Arturo Toscanini, è una Marcellina di voce non poco opaca, ma di sicura presa. II pubblico ride e si diverte, e si può capirlo benissimo. I recitativi, finalmente, sono pressoché integrali, mentre mancano ancora i momenti solistici di Marcellina e Basilio.
  25. Le Nozze di Figaro: ottant'anni di storia in disco

    Grazie dell'attenzione che sempre mi dedicate.
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