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Wittelsbach

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    Conservatorio, ossia conserve di frutta e verdura

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  1. Cosa state ascoltando ? Anno 2017

    Segerstam, Sinfonia n. 13, Orchestra della Renania, Segerstam Di sinfonie ne ha fatte 270 e passa, ma la 13 è già noiosissima: manierismo ligetiano, potrei definirla.
  2. Cosa state ascoltando ? Anno 2017

    Ahahaha a posto! Dudamel niente?
  3. Cosa state ascoltando ? Anno 2017

    Ma è come il prezzemolo quello?
  4. Cosa state ascoltando ? Anno 2017

    Bruckner, Seconda, Wiener Philharmoniker, Horst Stein Mi piace, e molto. Lo Scherzo è semplicemente meraviglioso. Identica sensazione coi due pezzi di Weber inseriti a mo' di bonus.
  5. Le Nozze di Figaro: ottant'anni di storia in disco

    Le Nozze italiane! Dopo il bagno, non proprio eccezionale, di viennesità targata Karajan, ci voleva qualcosa di diverso. E lo otteniamo, malgrado ci siano evidenti ragioni per criticare questa onesta edizione. Il motivo fondamentale è dato da assurdi tagli. Con un Conte del livello esecutivo e teatrale di Sesto Bruscantini, l'escissione completa della sua grande aria è assolutamente insensata, e difatti nessun'altra registrazione né rappresentazione l'ha mai lontanamente contemplata. In aggiunta, i recitativi sono spesso sforbiciati, senza alcuna ragione che non sia quella di irritare l'ascoltatore. Aggiungiamoci che il "Susanna, or via sortite" è amputato della ripetizione di "Giudizio!" e della stretta finale, altra primizia. Come da copione, lo avrete immaginato, mancano le arie di Basilio e Marcellina. Un peccato questi tagli, un peccato davvero mortale. La qualità sonora è accettabile, e la caratteristica evidente è la totale italianità del cast, tranne forse Christiano Dalamangas (presenza ricorrente in rai all'epoca, qui fa Antonio) che ha l'aria di un sudamericano, anche se italico d'elezione. I recitativi, pur scorciati, si giovano di questa caratteristica saliente. Per inciso, per la prima volta nella discografia sono accompagnati da un clavicembalo. Può sembrare assurdo, ma preferisco la direzione sincera, angolosa, ritmata e ruspante di Ferdinando Previtali a quella artefatta e cincischiata del Karajan precedente. Sarà troppo "alla Paisiello", dicono certi critici: e perché no? Che ha di male Paisiello? Non è forse questa una delle opere più genuinamente italiane di sempre? E allora ben vengano questi coloriti smaglianti, questi ritmi cangianti, quest'atmosfera vagamente caciarona e molto teatrale. L'orchestra è senz'altro ottima, ma latrice di alcune piccole imprecisioni strumentali. E chi se ne frega? Mozart c'è, il teatro c'è. Non siamo in un salottino viennese, qui a Roma. E non è damina da salotto Susanna. Alda Noni, che pur aveva cantato per anni alla Staatsoper di Vienna (e non solo in parti italiane: ricordate la Zerbinetta amatissima da Richard Strauss nelle recite del 1944, organizzate per il suo compleanno sotto l'egida di Karl Bohm?), si mostra immune ai malcostumi austriaci: un fraseggio naturalissimo, contrastato, pieno di ironia guizzante e per nulla rassicurante, una donna piena di spirito, volitiva, intelligente. La Seefried è ampiamente surclassata, e anche da un punto di vista vocale: timbro caldo, leggero ma non vetrificato, esecuzione di livello. Italo Tajo già lo conoscevamo, e non stupisce che anche qui sia un Figaro d'una classe a parte: il fraseggio dell'aria dell'ultimo atto è davvero da segnare a caratteri d'oro, per come il suo personaggio vibra di amarezza, di disillusione, pur conservando un ottimismo di fondo. Anche nei recitativi (quelli che restano) lui è il mattatore. E come voce, ecco il consueto timbro morbido, cordiale. Di recitativi purtroppo non ne restano moltissimi a Sesto Bruscantini, oltre al taglio barbaro dell'aria. Un peccato, giacché trovo che l'artista marchigiano, grandissimo Figaro sia in Mozart che in Rossini, come Conte fosse perfino più al suo posto. Le abilità vocali ci avrebbero regalato un grande "Vedrò mentr'io sospiro", conoscendo la perizia del sommo Sesto in ornamentazioni e acuti in genere. Pazienza, ce lo sogniamo soltanto. Ma lo facciamo godendoci un Conte per nulla gelido, ma nobilmente nervosissimo, quasi tarantolato nella gelosia ma anche nella profferta amorosa. Nel duetto con Susanna è un autentico seduttore! La Contessa è la grande ma poco nota Gabriella Gatti, un notevole soprano romano che raccolse più di quel che seminò. Non sarà un genio del fraseggio, ma la sua Contessa sa svariare con abilità sul terreno del sentimento nobile e patetico. Le arie sono svolte con voce corposa, educatissima, melodiosa nel timbro. Non trovo nemmeno che Jolanda Gardino sia un Cherubino "spaesato e piuttosto duro" (Giudici): anzi, il suo carattere si sposa benissimo coll'irruenza del personaggio, dandoci un fraseggio mai banale, per giunta espresso da vocalità non miracolistica ma certo correttissima e ben riconoscibile anche timbricamente. Gli altri sono una compagnia felice: Fernando Corena va sopra le righe, ma meno di altre volte, e il suo Bartolo figura bene; Angelo Mercuriali, caratterista tra i maggiori d'Italia, fa rimpiangere il taglio della sua arie, grazie alla scolpitura di un Basilio di rara rifinitura; pure Mitì Truccato Pace è una Marcellina sopra la media, autrice d'un duettino con Susanna molto piccante; Graziella Sciutti, nel cameo di Barbarina, fa già capire di che pasta fosse fatta. Disturba soltanto il citato Dalamangas, un Antonio plateale e volgare che ci saremmo risparmiati volentieri.
  6. Cosa state ascoltando ? Anno 2017

    Bruckner, Quarta, Wiener Philharmoniker, Haitink Versione molto ma molto migliore che non la "classica" dell'integrale col Concertgebouw. Ascolterò anche la più recente con la LSO.
  7. Cosa state ascoltando ? Anno 2017

    Non mi sembra neanche, a dirla tutta, che quella roba di Norrington parta da presupposti filologici o innovativi come quelli di cui parli. C'è solo una irritante mancanza di respiro della musica.
  8. Cosa state ascoltando ? Anno 2017

    Mi spiace, no signori. Visto che (ve lo anticipo), la Quarta di Gielen è immensa (almeno, a mio giudizio), ho voluto ascoltarne un'altra, anch'essa eseguita nella prima versione (opta per la 1874 anche Gielen). Per me è un no. Asma, mal di mare, barcollio. Questo mi comunica una simile lettura, squinternata nei tempi, sfilacciata e totalmente priva di coerenza interna nell'agogica. Sono rimasto sconcertato. Se davvero si tratta di una scelta interpretativa, posso dire di esserne lontano anni luce.
  9. Esecuzioni vocali di riferimento

    Discreta, specie quando ammorbidisce il suono. Viceversa, se gli acuti sono tenuti a lungo e lanciati sul forte diventano alquanto percussivi. Si è sentito peggio comunque, malgrado si avverta un'incipiente usura della voce.
  10. Cosa state ascoltando ? Anno 2017

    Bruckner, Gielen, Sinfonie Orchestra SWR di Baden Baden - Friburgo, e Orchestra della Radio di Saarbrucken Mi mancano ancora quasi tutta l'Ottava e naturalmente la Nona, preferisco finire di ascoltare tutto prima di scrivere le mie impressioni, peraltro già abbondantemente definite. Unica anticipazione: ascolto super positivo. Appuntamento tra qualche giorno nel topic dedicato ad Anton Bruckner!
  11. musica e nazismo (e stalinismo)

    Hai capito male, non ironizzavo. Mi sembrava di fare un discorso pure troppo serio!
  12. musica e nazismo (e stalinismo)

    Notevole questa discussione! Me gusta! Come mai è entrato nell'immaginario collettivo chi dirigeva in maniera "anomala"? Boh! Chi lo sa? Io non lo so. Forse (posso azzardare) per gli stessi motivi per cui si sedimentano certe pietre miliari odierne: perché erano in qualche modo originali. Ma in realtà non saprei rispondere.
  13. Le prime Nozze di Karajan non mi piacciono!

  14. Le Nozze di Figaro: ottant'anni di storia in disco

    Ok, Wiener, ok, Karajan. Ma queste Nozze, incise tra il '49 e il '50 su 78 giri, le trovo francamente dimenticabili. Quelle russe registrate da Sanderling un paio di anni prima penso siano molto ma molto più interessanti. In questi cd si respira un'aria di vecchio difficilmente contenibile, e in questa edizione totalmente priva di recitativi (che in Russia c'erano!) è sublimato in toto il manierismo viennese-salisburghese più puro, almeno per come viene considerato criticamente. I Wiener suonano alla grande come sempre. Ma Karajan, signori, fa quanto di più lontano ci sia dall'italianità in quest'opera. Ratifica tutte le più abusate concezioni interpretative ed espressive connesse alla delicatezza inoffensiva. Certi tempi sono particolarmente veloci, come nel finale Secondo, ma senza vera vivacità, anzi con un clima annacquato e col vero risultato di mettere in difficoltà l'articolazione musicale di cantanti come London o la Seefried, rispettivamente il migliore e la peggiore del cast tra l'altro. La compagnia è roba viennese. Ma roba viennese che si esprime diversamente a quanto si può sentire, per esempio, con un Krauss. Il povero Erich Kunz che fa? Certo sapeva cantare. Ma la sua emissione, idonea alla lingua tedesca, non è troppo ben posizionata con l'italiano, risultando quindi meno fluida. Inoltre, la pronuncia non è sempre impeccabile, e numerose sono le parole sbagliate. Col che, la fantasia dell'interprete appare tarpata, sortendone un ritratto molto più sfocato e stereotipato rispetto a quanto ascoltato nella sua precedente apparizione. Ma Irmgard Seefried è peggio. Questa cantante ad alcuni piace moltissimo, ma io la trovo spesso insopportabile, e questa prestazione la inserisco nel novero. L'emissione è piattissima, lacunosa tecnicamente, tendenzialmente aperta al centro e in alto. E l'interpete? Mio Dio! Crea una Susanna tutta pigolii e cinguettii, davvero agghiacciante nel "Venite inginocchiatevi", ridicola per la petulanza con cui schiaffeggia Figaro in fine d'opera, ma ai limiti del grottesco nel micidiale duettino con Marcellina, che spesso è lo specchio con cui misurare la riuscita di una recita delle Nozze. Sopra un accompagnamento karajaniano a dir poco evanescente, la Seefried e la prestigiosa wagneriana Elisabeth Hongen fanno una specie di gara a chi squittisce di più, rassomigliano a due vezzose topoline del coretto della Cenerentola disneyana, a volte sembrano addirittura sussurrare. Rimpiango quasi la Sayao e la Turner, che almeno delineavano una viperina vivacità che è idonea al momento scenico. Elisabeth Schwarzkopf, trattata con occhi di riguardo in quanto consorte del gran produttore Walter Legge, quantomeno sfodera una purezza vocale davvero esorbitante in tutte le sue arie. Ma negli altri momenti, il fraseggio risulta ancora da rodare, cosicché c'è lo strano risultato di lasciar trapelare l'usuale manierismo ma in forma embrionale, come se dovesse essere messo a punto. Si farà apprezzare molto di più in seguito. Viceversa George London pare nato per il Conte, anche se il clima noncurante creato da Karajan (sentire la blandizie con cui accompagna il Terzetto al Primo Atto) lo favorisce ben poco. Debutta con l'usuale nasalità, che comunque è la cifra saliente di un'organizzazione vocale di impressionante personalità e solidità, oltretutto espressa in ottimo italiano. Il Conte, qui, è il personaggio davvero moderno della combriccola, e va ascoltato con attenzione. Buono pure il Cherubino di Sena Jurinac, esecutrice di grande capacità e teatrante molto sensibile. Vero, senza recitativi resta poco, ma le arie sono davvero trascinanti, e anche i suoi interventi nel Finale ultimo meritano una citazione. Quanto al resto, occorre registrare il Bartolo mediocremente cantato di Marjan Rus; la Marcellina di gran voce di Elisabeth Hongen, purtroppo istradata da Karajan su binari soubrettistici piuttosto consunti; l'estroso Erich Majkut che sforna un Basilio stranamente spento, per poi doppiare anche Curzio nel Sestetto; la Barbarina decente di Rosl Schwaiger; l'Antonio parlante e sopra le righe di Wilhelm Felden. Signori, è un no.
  15. Le Nozze di Figaro: ottant'anni di storia in disco

    La stessa scioltezza nei sillabati si vede nelle recite del '49 da me testè recensite. Certo che Tajo era un signor cantante e teatrante!
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