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Michele Girardi

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  1. Volevo rivolgerle i miei complimenti per l'articolo dedicato a questo libercolo, che andrebbe eliminato senza lasciar traccia, insieme a tutto quello che i due disonesti e rozzi pseudomusicologi hanno scritto, e in primo luogo la loro Caduta degli dei. Volevo comunicarle che sto redigendo un'edizione in formato pdf della puntate della mia rubrica Ahimé ch'io cado, e ho pronte quelle da 1 a 20. Proprio l'ultima è occupata dal suo saggio. Grazie ancora, spero che prima o poi ripigli a scrivere: mi farebbe piacere rileggerla ancora.

    Michele Girardi

  2. Grandi successi operistici di Andrea Luchesi a Venezia Nell'autunno 1767 Luchesi fece rappresentare un’opera buffa al Teatro San Moisé di Venezia. Commentando la stagione appena conclusa di autunno-carnevale, il compositore bolognese Bernardino Ottani manda a Padre Martini due satire circolanti per la città. Ce n'è per il "poeta" Pietro Chiari (1) e per i compositori (2): 1) Dalle Burlette del’Abbate Chiari I Veneziani al fin comprenderà che in giudizio, in saver e in onestà el merita Corona fra i Sommari. Non serve traduzione... 2) A torto Ghirardesca à buo la paca. Luchesi un pochettin s’à repetà. Ottani con valor à trionfà. E si’ Mastro Trajetta, à fatto Caca. Traduzione libera per i non venetofoni: Gherardeschi ha rubato la paga, Luchesi s’è arrangiato un pochino. Ottani ha trionfato con valore. E il signor maestro Traetta ha fatto una cacca. Elenco delle opere “recensite”: Filippo Gherardeschi, L’astuzia felice, libretto di Carlo Goldoni Andrea Luchesi, Le donne sempre donne, libretto di Pietro Chiari Bernardino Ottani, L’amore senza malizia, idem Tommaso Traetta, Amore in trappola, idem Carlo Vitali, osservatore esterno fonte: Bologna, Museo internazionale e biblioteca della musica, Carteggi martiniani, da Bernardino Ottani a Padre Martini, Venezia, 6 febbraio 1768.
  3. da Carlo Vitali (osservatore esterno) a zeitnote Con la speciale logica dell'odio... Visto che di quella memorabile tenzone pianistica non esiste, per nostra sfortuna, alcuna registrazione audio, come possiamo escludere il seguente scenario? L'imperatore -- è Mozart a raccontarlo -- dà la precedenza a Clementi con una battuta di spirito: "La Santa Chiesa Cattolica!", perché Clementi era nativo di Roma. Mozart si fissa il temino nella sua sensazionale memoria musicale e, venuto il suo turno, ci improvvisa sopra migliorandolo e variandolo da par suo. Clementi se la lega al dito e fornirà ai posteri la sua versione "rivendicativa" quando nessuno era più in condizione di smentirlo. Poi tanto verranno B&T a spiegarci che Die Zauberflöte l'ha scritta Luchesi a Bonn nel 1781, e che quella mandata a Vienna era una versione ritoccata da un allievo del genio di Motta di Livenza: un certo Ludwig van B. che aveva il solo merito di capire il libretto tedesco. Affido a Jorge Luis Borges il commento di questo ghiribizzo senza pretese di scientificità: "Abulcasim diceva di avere toccato i regni dell'impero di Sin (la Cina); i suoi detrattori, con la speciale logica dell'odio, giuravano che non aveva mai toccato la Cina, e che nei templi di quel paese aveva bestemmiato Allah" (La ricerca di Avverroè). Cordiali saluti
  4. “MUSICA” N. 287 (giugno 2017) Editoriale del direttore Nicola Cattò In queste ultime settimane, il nostro sito – che vi esorto a consultare sempre, quotidianamente, assieme alla nostra pagina Facebook – ha visto una serie di interventi, dotti e pungenti, di Carlo Vitali, rivolti a demolire con rigore musicologico le strampalate teorie presentate da una coppia di pseudo-studiosi che, con due volumi dalla dimensione inversamente proporzionale all’importanza, cercano di far rivivere le assurde tesi del Taboga, circolate già anni fa, presentando un Mozart come scaltro riciclatore del talento altrui, musicista modesto e la cui fama, soprattutto, esaltata dalla «musicologia nazista» (sic!), avrebbe gettato nell’oblio decine di ben altrimenti meritevoli compositori italiani. Avevamo scelto di tacere, per non dare spazio a siffatti ridicoli deliri: ma a un certo punto ci è sembrato il caso di mettere le cose in chiaro e, sul sito e nella Polemica di questo numero, Vitali fornisce vari esempi della scorrettezza intellettuale del duo, partendo dalle loro falsificazioni della traduzione dell’epistolario mozartiano: un misto di ignoranza e cattiva fede.
  5. Grazie: ci stiamo lavorando!
  6. Compagni di merende (in margine al canone “scatologico” KV 559) di Carlo Vitali Dopo l’uscita del mio elzeviro La pagliuzza e la trave, http://www.rivistamusica.com/la-pagliuzza-e-la-trave/, un lettore di “Classic Voice” e di “Musica” ha attirato la mia attenzione su un’ulteriore bufala ermeneutica (l’ennesima) dei signori Bianchini & Trombetta. I quali, come avevo già diagnosticato suscitando le loro scomposte ire, “non paiono sapere molto di tedesco; vuoi arcaico e dialettale, vuoi moderno”. Però si azzardano in complesse esegesi linguistiche fuori della loro modesta portata. Benché l’argomento sia alquanto inelegante, non voglio lasciar cadere l’invito dell’avvocato Manacorda, cognome illustre nella germanistica italiana. A p. 353 del loro volume La caduta degli dei: Parte prima (d’ora in poi il Libro I) affermano i sullodati Autori: “La ‘pura’ immagine di Mozart ‘bianca come un cigno’ è un’illusione romantica”. Grazie assai: quanto a questo arrivano buoni ultimi, ma vediamo il punto forte della loro tardiva denuncia. Il Canone “Difficile lectu mars” [sic!] K.559 somiglia al Kyrie K.89, essendo all’unisono a tre parti di Soprano. […] È stato ufficialmente inserito da Wolfgang nel suo catalogo personale il 2 settembre 1788. Fu scritto, così dicono, negli anni 1786-1787. Il testo, in latino maccheronico, suona come se fosse sacro, ma, se lo si ascolta con attenzione, si capisce che le parole latine non significano nulla. La pronuncia veloce delle sillabe produce un testo nuovo, che suona all’incirca come “die fitsch’ i leck du mi’m Arsch”, che in dialetto salisburghese significa “quella me la fotto io tu leccami il culo.” La seconda parte recita “ionicu” ma quando è ripetuta dalle diverse voci muta in “coglioni, coglioni, coglioni” […] Mozart [lo] compose per farsi beffe del baritono Johann Nepomuk Peierl, un pover’uomo, così dicono, che pare avesse problemi di pronuncia. (Libro I, pp. 356-7). Errori, distorsioni e pseudoproblemi in serie: il vero incipit è “Difficile lectu mihi mars” e non suona “come se fosse sacro” perché evoca il nume pagano Marte. I tre pentagrammi sono sì annotati in chiave di soprano, ma se erano destinati al baritono (meglio: baritenore) Peierl e altri compagni delle merende di Mozart, come avrebbero fatto a cantarlo senza una trasposizione a vista? Tutti in falsetto? “Fu scritto, così dicono…”. Gli anni sono quelli del soggiorno viennese di Johann Nepomuk, che nel 1785 era ancora a Salisburgo ma nel 1787 traslocò con la moglie, la famosa soprano Antonia Peierl, a Graz poi a Monaco. E non era affatto “un pover’uomo, così dicono”, bensì un cantante di successo fino alla sua prematura morte per tifo nell’anno 1800. Peggio di tutto, per far tornare il primo comma della loro sconcia sciarada B&T devono sopprimere una sillaba: il primo dei due “-le-” consecutivi, il che puzza di arbitrio. Tanto più se si guarda la distribuzione del testo sotto la musica (valori delle note e lunghezza delle pause fra le due sillabe identiche). Autografo del canone KV 559 (dettaglio)Londra, British Library, fondo Zweig MS 58 Era poi tanto “maccheronico” e asemantico quel latino? Per nulla. Il primo comma della frase dà senso sintattico compiuto: “Per me [il nome di] Marte è difficile da leggere”. Più problematico il secondo, dove solo con l’aggiunta di una desinenza maschile si potrebbe intendere “et [sermo] jonicus difficile” (e anche il dialetto ionico è difficile). In dialetto greco-ionico sono scritte per esempio le Storie di Erodoto, ma vai a sapere cosa c’entrasse in quel burlevole contesto. Ben prima di B&T, tale augusta porcheriola avevano già analizzato a fondo (elenco parziale): Gottfried Weber nel 1824, Bernhard Paumgartner nelle sei edizioni della sua fondamentale biografia mozartiana (1927-1967), Emanuel Winternitz (1958), Jean-Victor Hocquard (1999). Tutti, a parte Paumgartner, ignorati nella copiosa bibliografia del Libro I. Dell’episodio i signori B&T forniscono una versione che se da un lato appare sfocata, reticente e basata sui “così dicono” (chi lo dice?), dall’altro vi aggiunge – more solito – un gratuito sovraccarico di oscenità. Vediamo ora la genealogia delle fonti. Weber, pubblicando in facsimile l’autografo del canone da lui posseduto, racconta: “Il peraltro eccellente Peierl aveva alcune strane idiosincrasie di pronuncia (einige wunderliche Eigenheiten der Wortausprache) sulle quali Mozart scherzava spesso nelle familiari conversazioni con lui ed altri amici. In una serata di tale allegro intrattenimento venne a Mozart l’idea di elaborare in un canone un paio di parole latine ‘Difficile lectu mihi’ ecc. cantando le quali la pronuncia di Peierl doveva apparire in una luce comica”. Si noti che Paumgartner, nativo di Vienna e assiduo frequentatore di Salisburgo per circa mezzo secolo, non fa parola di dialetti e risolve l’enigma in perfetto Hochdeutsch: “Difficile leckst du mich im Arsch” (Difficilmente tu mi lecchi nel c…). Winternitz risolve anche la seconda parte rilevando come la parola “jonicu”, se iterata rapidamente, si ricompone nel termine italianeggiante “cujoni”. In ultimo Hocquard presume un dialettismo bavarese che non cambia poi molto salvo l’introduzione di un ortativo “leck du mi im Arsch” (leccami nel c…) al posto dell’indicativo. Ma se cominciamo a parlare di dialetto anziché di accento o “idiosincrasie di pronuncia” (Weber) l’affare si complica a dismisura. Peierl era nativo di Adldorf, a un centinaio di chilometri da Monaco e altrettanti da Salisburgo. Tutti e tre i centri ricadono nella medesima area dialettale detta bayrisch-österreichisch, mentre il dialetto viennese, più orientale e mescolato di svariate influenze, fa un poco storia a se. Se Peierl avesse parlato austro-bavarese stretto avrebbe forse pronunciato “legg du mia im Oasch”. Quanto all’ulteriore sconcezza “die fitsch’ i” per un presunto “die fick(e) ich”, il dialetto nativo di Peierl e Mozart usa per la stessa funzione i verbi schnackseln e satteln, mentre in viennese si direbbe piuttosto pudern. Ci mostrino B&T un solo esempio di lenizione dialettale del “ck” in “tsch” e faranno una scoperta glottologica. Nell'area austro-bavarese, e non solo in quella, si avrebbe semmai “gg” (geminazione per assimilazione), quindi figgen. Esiste bensì un verbo fitschen, ma significa “battere con verghe” – e non andiamo oltre se no si sconfina nel sadomaso. Per chi si diletta di tecnicismi diremo che le isoglosse b&trombiniane non tornano nemmeno a tirarle cogli argani. Prima di darsi interamente al canto, Peierl aveva studiato filosofia e teologia al Seminario di Monaco sotto maestri gesuiti. Si può escludere che fosse tanto ignaro di latino da pronunciarlo in bavarese; semmai avrà fatto automatico ricorso alla “pronuncia scolastica”, che prevedeva – e ancor oggi prevede nella maggioranza delle cappelle musicali cattoliche in quell’area – la “c” come identica alla “z” tedesca [ts] davanti a vocali e dittonghi quali a, e, i, y, æ, œ, ma “k” leggermente aspirata negli altri casi. Con l’eccezione del pronome mihi, oscillante fra “miki” e “miçi”. Su questo tema corrono di gran controversie fra gli specialisti (cfr. H. Copeman e V. Scheer, “German Latin”, in Singing Early Music, a cura di T. McGee, 1996, tuttavia è difficile pensare che le loro analisi valgano anche per la Hofkapelle viennese, allora infarcita di cantori italiani). Lasciamo comunque in pace la dialettologia selvaggia ad usum Bianchini e torniamo alla testimonianza di Weber, dove si parla di strane idiosincrasie personali di Peierl, non già di un accento regionale che a Vienna non doveva poi suonare tanto esotico. Forse l’ottimo cantante soffriva di una qualche dislalia mal compensata (ad esempio kappacismo, chitismo o sigmatismo) che lo induceva ora a lenire ora ad aspirare indebitamente talune consonanti? Domandiamone i logopedisti. Tutto sommato riteniamo che la soluzione di Paumgartner sia ancora la più attendibile. Immaginiamo che, avendo lo Hochdeutsch come generale sottofondo linguistico appreso a scuola, e come sottosistema professionale la pronuncia scolastico-corale del latino, Peierl avrà cantato più o meno: “Dif-fi-tsile le-ksçtdu mi-çi ’m Arsç […] cu-jo-ni, cu-jo-ni, cu-jo-ni”. Più del necessario per giustificare una grossolana burla fra amici (v. il Canone Kv 559a) che B&T, chissà perché, datano “forse” al 1775. Le golose superfetazioni fottitorie, estranee alla sfera scatologica propriamente detta, lasciamole alla fantasia sbrigliata dei nostri revisionisti.
  7. Giovanni Tribuzio, su fb, cita B & T, infaticabili ballografi: «Mayr non copia nulla, ma rielabora materiali e stili preesistenti in modo assai personale, attribuendo ad essi un senso filosofico, politico, religioso, quasi anticipando i sottili rimandi tematici delle opere wagneriane»... (Mozart al contrario è un copione, sì e si merita il linciaggio) per scrivere tre righe sotto: «La quinta Sonata per pianoforte di Beethoven è citata letteralmente nel San Luigi Gonzaga; il Flauto magico di Mozart riaffiora nel Sisara e soprattutto nel Verter, le Nozze di Figaro caratterizzano l’Avviso ai maritati». Io ho chiamato in causa Francesco Bellotto, molto ferrato su Mayr e dintorni, fra l'altro, ed ecco, sotto, la sua magnifica risposta. In queste pagine non ci si limita a contestare le opinioni di due che, proclamandosi musicologi, disonorano un'onesta professione e infettano l'apprendimento di chi non ha mezzi per difendersi, ma si trae partito dai loro errori per dire come stavano esattamente le cose, restituendo dignità alla storia oltraggiata, e approfondendo tematiche di indubbio interesse. Lascio la parola a Francesco: Caro Michele, non mi stupisce questa loro affermazione. Tutta la monografia Mozart, Goethe e Mayr fratelli illuminati è un teorema che può essere riassunto in queste loro frasi: «È poco credibile che Mayr si consideri sinceramente un italiano. Gli illuminati usano i mezzi più sottili per guadagnare la stima dei popoli. Per Weishaupt venire in Italia significava colonizzare la "mollezza" dei paesi del Mezzogiorno, con la purezza della razza nordica». [p.390] Mayr [...] si fermerà poi definitivamente a Bergamo per completare quindi la sua missione "illuminata" che aveva abbracciato da giovane». [p.391] «L'osservazione attenta dei primi trent'anni, della vita di Mayr, quando è liberata da tale e tanta messe si celebrazioni post mortem, riesce a chiarire meglio la figura del Maestro bavarese, che sarà musicista tedesco "colonizzatore" prima a Venezia e poi a Bergamo.» L'interpretazione in chiave nazionalistica e cospirativa dell'attività culturale di Mayr è da respingere con sdegno. Secondo gli autori del volume la restaurazione e il dominio Asburgico nel norditalia sanciscono - per Mayr - il trionfo di un progetto politico, l'inizio dell' «età dell'oro». Non importa se la società vicina a Mayr in realtà fu dichiaratamente e palesemente filofrancese e antiaustriaca. Non importa che il lavoro e l'impegno filantropico di Mayr a Bergamo abbiano ottenuto risultati totalmente opposti ai fantomatici piani di Weishaupt. Non importa neppure che Napoleone volesse Mayr a corte in Parigi (fatto che non si realizzò solo per circostanze fortuite, come ben dimostra l'epistolario del compositore). Perno di questa mirabile tesi fantapolitica che accomuna, come abbiamo visto, entità nazionali e storiche affatto separate in quell'epoca (Baviera ed Austria, tanto per rimanere alle principali), sarebbe la composizione di un Verter tratto dal celebre romanzo epistolare del "fratello" Goethe. Tale Verter incorporerebbe una serie di rimandi al Flauto magico. E come tale sarebbe una specie di catechismo operistico ad uso degli adepti. Questa specie di arma batteriologica sarebbe stata dunque prodotta da Mayr per obbedire ai suoi padroni (come i Rotschild, ad esempio, cap. 9) e infettare le genti e la cultura italiana con rimandi massonici, esoterici e soprattutto illuminatistici. Peccato che il Verter, questa formidabile arma finale ideologica [«opera massonica illuminata», p. 211] pone qualche problema a partire dalla paternità: A) ha un libretto «anonimo» attribuito da B&T «verosimilmente a Sografi» e che invece è indubitabilmente di Giulio Domenico Cavagna. Corrisponde, infatti, a questa fonte: http://www.bibliotecamusica.it/cmbm/viewschedatwbca.asp... Nel loro sito si sforzano di spiegare come la partitura che attribuiscono a Mayr abbia differenze rispetto al libretto stampato (cosa che peraltro avviene credo nel 90% dei libretti con opere in prima esecuzione). Questa sarebbe la prova lampante che il libretto non è di Camagna ma di Sografi e che anzi, quei malfattori di Camagna, Pucitta e del teatro San Moisè si sarebbero attribuiti un lavoro altrui (rischiando peraltro moltissimo: a Venezia Sografi nel 1802 era una celebrità e non sarebbe passato inosservato un furto bibliografico così clamoroso). Ma la prova che non si tratterebbe di Camagna, leggere per credere, è che «Nelle Farse e nelle Commedie di Camagna i versi sono rozzi e di qualità infima. Ciò spiega perchè Camagna fosse così poco conosciuto» [http://www.italianopera.org/mayr/verter2.html]. Basta compulsare una qualsiasi OPAC per vedere come si trattasse invece di un autore tutt'altro che trascurato da committenza e pubblico: abbiamo numerose menzioni anche di suoi drammi di parola (in riviste, p. esempio, come «il Teatro moderno applaudito») che attestano il contrario. Il fatto che non sia stato ancora adeguatamente studiato e non sia noto a B&T non mi pare una sufficiente ragione per stabilire che quel Verter, firmatissimo e pubblicatissimo, non sia di paternità del povero Camagna... Oltretutto né Sografi né i suoi biografi hanno mai menzionato una versione librettistica del Verter fra i lavori realizzati dallo scrittore padovano: anche questo farebbe parte del complotto? se l'intonazione da parte di Mayr è effettivamente del 1794 [p. 211] bisognerebbe antedatare dunque l'inizio della carriera operistica di Camagna, la cui serie peraltro abbastanza fortunata di libretti partirebbe -secondo i cataloghi- non prima del 1800. C) il Verter sarebbe stato musicato dunque "anche" da Vincenzo Pucitta, che sicuramente la diede alle scene veneziane nel 1802 con quel libretto. Dunque anche l'italianissimo Vincenzo Pucitta sarebbe un cospiratore illuminato? D) l'opera non viene mai noverata da Mayr (e così dal suo più attendibile biografo, Girolamo Calvi) fra le sue composizioni. Peraltro non vide mai le scene, come risulta dalle cronologie. Né a Venezia né in altre piazze che mettevano in scena farse veneziane. Anzi, Mayr dichiara addirittura di non aver mai letto il Werther di Goethe. E la motivazione che il soggetto "illuminato" non ne consigliava la diffusione non può reggere: in Italia circolavano (e circoleranno) numerosi adattamenti teatrali desunti dalla stessa fonte narrativa, senza problemi di censura o scandali. E) B&T sostengono con certezza che la fonte milanese non è semplicemente una copia dell'opera di Pucitta classificata in maniera sbagliata (dovrebbe essere la conclusione più logica, cfr. Il rasoio di Occam). Mi permetto di osservare che tale iperbolico castello si basa su un solo indizio: sulla partitura/copia del Conservatorio di Milano - campeggia effettivamente il nome "Mayr" scritto sull'etichetta esterna dal rilegatore e in frontespizio una mano ignota ha aggiunto "Musica del Maestro Mayr". Ma questa potrebbe essere stata benissimo l'attribuzione erronea di qualche bibliotecario: ricordo la grande confusione di titoli ancor oggi presente nei repertori tra Verter e Carlotta e Lubino e Carlotta, quest'ultimo effettivamente del Mayr. E ricordo, giusto nella casistica degli equivoci, il fatto che Allitt attribuisse a Mayr le musiche di scena delle Convenienze e Inconvenienze teatrali (commedia) di Sografi. Si trattava non di Mayr, ma di Majer (Andrea), amico e collaboratore del drammaturgo... Se volessi celiare allora dovrei chiedere se siamo sicuri che quel "Maestro Mayr" sia effettivamente il nostro Giovanni Simone... Ma per B&T tutte queste sono comunque insindacabili prove di un lavoro "segreto" del Mayr cospiratore. A dispetto di decenni di storiografia, a dispetto di fonti discordanti, a dispetto delle stesse dichiarazioni di Mayr. Sono stati gli unici in grado di capirlo. Certo, si potrà obiettare che se non ci fosse stato uno Schliemann nessuno avrebbe mai trovato Troia sulle colline di Hissarlik... PS. Un piccolo appunto sul metodo (solo perché ho ripreso in mano il libro per scrivere questo intervento) a p. 105: «quando il messo raggiunse a cavallo Regensburg (secondo altri, Ratisbona)». Qualcuno glielo avrà spiegato che si tratta della stessa città?
  8. originariamente pubblicato in http://www.rivistamusica.com/la-pagliuzza-e-la-trave/ La pagliuzza e la trave di Carlo Vitali Nel 2011 è uscito in traduzione italiana, a cura di Marco Murara, il carteggio mozartiano basato sull’edizione critica Bauer-Deutsch-Eibl-Konrad (1966-75; 2005). Murara è notaio e storico bolzanino; dunque ben attrezzato alla bisogna di rendere nella nostra lingua il labirinto idiomatico, e talora idiolettico, della prosa di una famiglia germanofona meridionale vissuta nella seconda metà del Settecento. Per criticarne le soluzioni ecdotiche servirebbero buone competenze linguistiche, filologiche e paleografiche; virtù che – come argomentato in altra sede – scarseggiano nei signori Bianchini e Trombetta (d’ora in poi: B&T), autori di una pretesa “controbiografia” di Mozart. Un paio di verifiche a campione potrà mettere in guardia il lettore dalle dilettantesche revisioni di detti signori. Primo caso (B&T, p. 222): si discute un epigramma di Wolfgang in calce alla lettera di Leopold datata Bolzano 28.10.1772. Testo dell’autografo in trascrizione diplomatica: “soll ich noch komen nach botzen/ so schlag ich mich lieber in d’fozen”. B&T interpretano: “Se dovessi ancora a Bolzano tornare/ piuttosto in una fica mi vorrei buttare” e chiosano: “nell’originale fozen (fica) rima con Botzen (Bolzano). Marco Murara altera il testo senza avvisare in nota: “Se a Bolzano devo tornare, piuttosto mi voglio schiaffeggiare””. Accusa temeraria, giacché nell’area dialettale austro-bavarese sich in die Fotze(n) schlagen significa proprio “colpirsi sul muso”. Dove la “n” finale sembra un solecismo per attrazione dal sostantivo die Fotzen (schiaffo al singolare), che può leggersi come un deverbale di fotzen (schiaffeggiare) e resta invariato al plurale. “Wüllst a Fotzen?” si dice in Stiria per chiedere a qualcuno se vuol essere schiaffeggiato. L’accezione scurrile di Fotze, viva ancor oggi, rimanda invece al tedesco standard, mentre nell’area meridionale si usa piuttosto Fut(t) o Fott. Mozart & Family dicevano le parolacce? Certo che sì, ma per regalargliene una in più B&T violentano grammatica e sintassi cambiando l’articolo determinativo in indeterminativo e il plurale in singolare: non “in una f**a”” dovevano semmai tradurre, bensì “nelle f***e”, quasi fosse in die Fotzen (accusativo femminile plurale come richiesto dal verbo di moto a luogo). Allora chi ha “alterato il testo”? Murara per pruderie o B&T per libidine di scandalo? Secondo caso (B&T, pp. 209-10). Partendo da un loro teorema per cui le lettere dove Leopold descrive i successi italiani del piccolo Wolfgang sarebbero un coacervo di millanterie e falsità, i due autori insinuano che l’affollato concerto veronese sugli organi di San Tommaso Cantuariense non ebbe mai luogo. I motivi? “Il Concerto non ci fu per via del gelo […] I Mozart si recarono in chiesa a provare i due organi, ma se ne andarono via subito”. Segue una lunga citazione dalla lettera datata Verona 7.1.1770, seguita dal commento: “Quella povera gente avrà preferito starsene al calduccio, piuttosto che recarsi in chiesa a sentire uno sconosciuto che aveva intenzione di provare due accordi sull’organo […] Mancando il concerto, Leopold per la gioia dell’arcivescovo [di Salisburgo, ndr] creò dal nulla una folla delirante”. “Provare due accordi” è divinazione medianica di B&T. Leopold scrive “um auf 2 Orgeln dieser Kirche zu spielen”, Murara traduce “per suonare i 2 organi di questa chiesa” e prosegue in accordo al testo descrivendo una calca di gente che avrebbe impedito l’ingresso in chiesa se i Padri di San Tommaso non avessero scortato i Mozart attraverso il chiostro (durch das Kloster). Qui B&T rendono Klosterporten con “porta del Convento”; rectius porte, ma passi. Segue Murara: “Fatto ciò, il rumore diventò ancora maggiore, giacché ciascuno voleva vedere il piccolo organista”. L’originale dice: “da es vorbeÿ war; war der Lermen noch grösser, den ieder wollte den kleinen Organisten sehen”. Letteralmente: “quando la cosa fu finita, il rumore, ecc.”. Come può intenderla il lettore imparziale? A concerto finito, il fracasso, ecc. Tanto rumore per “due accordi”? Difficile crederlo, e allora B&T trasformano un es (neutro), in una Porte (femminile): “Passata la porta il trambusto divenne, ecc.”. Cucù, il concerto non c’è più. Poi, belli come il sole, citano a n. 536 la traduzione Murara da loro così alterata. Senza avvertenze, come in un certo detto su pagliuzze e travi nell’occhio.
  9. Carlo Vitali (osservatore esterno): Filosofia della citazione musicale secondo Sciarrino«una volta trovate delle potenzialità in una partitura, se fossi un musicologo scriverei un saggio; essendo un compositore, scrivo un pezzo in cui faccio emergere tali potenzialità. Per esempio, secondo me Domenico Scarlatti scrive a volte pezzi ‘beethoveniani’: allora nel trascriverli per quartetto d’archi rendo evidente questa caratteristica, non solo con la scelta dell’organico, ma anche con gli adattamenti della scrittura» (cit. da Luisa Curinga in Trascrizione o trasfigurazione? Elaborazioni di Salvatore Sciarrino da Carlo Gesualdo; testo disponibile sul portale academia.edu)Consiglio amichevole per i signori B&T, Amato & Co.: cessino di ammorbarci con la loro "musicologia" e ci offrano migliori prove del loro ingegno con qualche rapsodia su temi di Anfossi, Araja e così via in ordine alfabetico fino a Zuzzurellone. A quando una loro mirabile collana discografica per l'etichetta YoucanRecord?
  10. Carlo Vitali risponde a una sparata propagandistica apparsa sul «Fatto quotidiano»: Il signor Basciano, che nelle pagine del "Fatto Quotidiano" online si qualifica giornalista e musicologo, avrà pure le carte e i diplomi del caso, ma si rivela assai carente sotto entrambi i profili professionali. Nel suo articolo del 3 aprile 2016, egli sostiene, avrebbe fatto oggetto di corretta informazione giornalistica, non già di "lode", il Libro di B&T. Le sue bugie hanno le gambe corte; ognuno potrà verificarlo richiamando il link: http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/04/03/le-sinfonie-di-mozart-che-forse-non-sono-di-mozart-quella-firma-per-oscurare-litaliano-luchesi/2579089/ (consultato il 13 maggio 2017). In particolare si vuole attirare l'attenzione su tre passi non virgolettati, e quindi attribuibili all'articolista in prima persona. 1) "Il loro lavoro [...] emerge che le sinfonie e serenate di maggior successo di Mozart sarebbero attribuibili ad altri". La sintassi è quella originale del Basciano (ma l'Ordine dei Giornalisti non compie verifiche periodiche sul possesso della lingua italiana da parte dei suoi iscritti?). E poi sono proprio bellini quei tre "che" uno in fila all'altro nel post citato da Michele Girardi! Una vera lezione di stile... 2) "A far supporre che le musiche in questione potessero essere, in mezzo ad altri, anche dell’italiano (veneto) Andrea Luchesi è, oltre a diversi altri indizi, una firma autografa di Mozart sotto la quale emerge quella autografa di Luchesi" Il "musicologo" Basciano non sa distinguere una firma autografa da un'attribuzione di copista? E il "giornalista" Basciano ha mai sentito parlare di un caposaldo della professione, chiamato "verifica dei fatti", ovvero "fact checking" da chi si esprime in inglisc? La foto del manoscritto di Regensburg ritoccata al Photoshop, bufala stantia ereditata da Giorgio Taboga, compare addirittura ad illustrare il suddetto articolo. L'ha vista prima o dopo la pubblicazione? 3) Dulcis in fundo: si vanta, il Basciano, di aver fatto “giusta e lecita divulgazione” delle altrui idee intessendo una rete di ipotetiche e subordinate intorno alle fantasticherie B&Trombiniane. La tecnica c’è, ma nelle pieghe – ahinoi – gli scappa il lapsus rivelatore: “Affermazioni che faranno saltare sulla sedia gli amanti del talento austriaco e potrebbero aprire orizzonti inediti nella storiografia musicale”. Il “talento austriaco”? Quale degli “amanti” di Mozart si esprimerebbe mai così? Proviamo ad immaginare in analogo contesto "il talento di Urbino" o "il talento di Busseto". Quale sarà il termine-tabù che l’onesto giornalista si è vietato di usare per non arrecare incomodo ai suoi due Convitati di coccio? Non per caso “genio”? Dunque tenga per se il Basciano le sue non richieste lezioncine di professionalità e decoro, condite da elette espressioni quali "se a qualcuno rode il culo". E torni a fare l'intervistatore in ginocchio dei bufalari di turno (il recente caso del violino di Mussolini, citato in questa stessa pagina Facebook, mi pare abbastanza eloquente). Carlo Vitali, alias Il Gazzettante
  11. Zeitnote ha scritto: >Magari va letta tra le righe, in controluce; non sempre le prefazioni a libri altrui sono gesti amichevoli. Carlo Vitali (osservatore esterno) risponde: Questo non si può escludere, infatti. Anche se B&T menano gran vanto di quel lontano endorsement... Affinché ognuno possa farsi un'idea, ecco un'ampia sintesi della prefazione: "Infiniti sono i misteri e i segni della musica. Quando sembra che tutto sia stato catalogato, vagliato e verificato può succedere che una scoperta, in sé piccola e apparentemente poco significante, rivoluzioni le acquisizioni consolidate da lungo tempo, un modo di pensare, forse anche una stagione della storia. Ora avviene che, sottratta all'oscurità profonda in cui era stata confinata e mai considerata, emerga... la partitura di un Verter, prima opera di un allora ancora sconosciuto musicista bavarese, Giovanni Simone Mayr. [...] L'indagine messa in moto intorno al Verter di Mayr ha portato i due studiosi a riconsiderare argomenti sul conto dei quali molto si è scritto e che ora vengono ripresi e interpretati alla luce di una prospettiva inedita e con esiti a dir poco sconcertanti, nella quale gran peso ad esempio ha la figura di Cagliostro [...] mentre chiarificatrici risultano le pagine dedicate all'Ordine degli Illuminati, alla Massoneria. ... Inedita sicuramente è l'affermazione che I dolori del giovane Werther siano stati una fonte determinante per Il Flauto magico e che questo non debba essere interpretato come un'«opera massonica» scritta a difesa della Massoneria, ma piuttosto come una satira politica che espose il compositore alla vendetta della frangia più conservatrice e reazionaria degli aristocratici affiliati all'Ordine massonico. ... A quest'Ordine degli illuminati di Baviera appartenne, secondo i brillanti autori di questa monografia anche Mozart, non diversamente da Goethe. ... Al Verter di Mayr, il cui libretto è qui riprodotto, gli autori dedicano un'approfondita analisi che non solo illustra le corrispondenze con la Zauberflöte, ma fornisce la materia prima per rileggere in una chiave diversa e nuova, come già si è detto quel capolavoro". (Alberto Basso)
  12. Grazie della precisazione!
  13. L'azzardo io: favori fra grembiuli ...
  14. Carlo Vitali risponde: Caro Bellotto, il Suo saggio, che già avevo consultato di sfuggita anni fa, fornisce indizi "gravi, precisi e concordanti" (cpp. art. 192 c. 2) in ordine al fatto che Mayr approfittò della nomina a maestro di cappella in Bergamo (1802) per pigliare le distanze dall'ingombrante tutela dell'Illuminato barone Thomas Franz de Bassus. Non già, come vaneggiano i Sondriesi, per attuare da "entrista" (vecchio gergo del Komintern) il programma massimo degl’Illuminati: minare religione, famiglia e proprietà privata. In che modo poi? Scrivendo oratori e Messe... Come argomentano B&T la diabolica doppiezza di Mayr? Così: "Il Sisara di Giuseppe Maria Foppa e di Johann Simon Mayr, rappresentato a Venezia al Conservatorio di San Lazzaro dei Mendicanti nel 1793, è apparentemente un Oratorio o azione sacra, ma stravolge il senso biblico. Intanto si intitola Sisara e non Debora, perché esalta il personaggio cananeo Sisara, vincitore morale [...]" Bufale spaziali. Nel libretto latino (che loro hanno pubblicato, ma forse non letto) Sisara è presentato fin dalla prima scena come un miles gloriosus, un perdente che sa solo imprecare alla sfortuna e si lascia ingannare da una donna. Se per farne un eroe positivo basta dargli il title role, allora erano Illuminati anche i preti-compositori Maurizio Cazzati (1667) e Luigi Conti (1710), nonché il poeta cesareo Apostolo Zeno (1719). Ci mostrino B&T in che modo quelle trattazioni del medesimo soggetto biblico differiscano ad esempio dalla Debbora [sic ] prophetissa di Galuppi, Venezia 1772. Non possono farlo. Cambiamenti di title role erano frequenti nell'antico repertorio operistico e oratoriale; si pensi all'oscillazione Tamerlano/ Bajazet per lo stesso libretto di Piovene musicato da Gasparini, Händel, Vivaldi ecc. Lo scopo era chiaramente di marketing. Tornando agli Illuminati, secondo B&T: "Goethe era affiliato col nome di Abaris, Mayr con quello di Aristotele". Per Goethe esiste il riscontro, per Mayr no. Non per QUEL Mayr, ma per altri quattro sì: due preti, un ciambellano e un medico. Il nome segreto "Aristoteles" ricorre pure nelle liste, ma è associato a un monaco benedettino di Eichstätt. Come faccio a saperlo? Lo chiedano alla loro fonte, l'ufologo canadese Terry Melanson. Io ho la mia, ma è tedesca e a loro non piace. E per Mayr trovo esilarante il certificato di buona condotta rilasciatogli verso il 1830 dal barone-poliziotto Torresani Lanzenfeld, bestia nera per i liberali del Lombardo-Veneto: "aurea persona che, se appartenne a quella L.[oggia], non si mescolò mai in politici intrighi [...]" (Bellotto, p. 181). Oltre a quello consiglierei – non a Lei, che non ne avrà bisogno – due recentissimi contributi di Dorothea Hoffman e Fabrizio Capitanio in Mayr e la didattica della musica, Bergamo, Fondazione Donizetti, 2016. Entrambi, come aveva fatto anche Lei, non prendono molto sul serio le pretese rivelazioni di B&T nel loro saggio del 2001. Ed entrambi, come Lei, sottolineano la differenza fra le logge della Massoneria mainstream e la setta deviata degl'Illuminati, quell'antica P2. Come pure che avere un Illuminato per amico o mecenate (stesso caso di Mozart con Ignaz von Born) non significa automaticamente essere adepti alla setta. La proprietà transitiva, come la chiama Lei, potrà valere in matematica; non altrettanto nei rapporti umani, per loro natura asimmetrici, fra un potente e un artista. Resta da capire come a suo tempo studiosi eminenti quali Alberto Basso e Quirino Principe abbiano avallato, rispettivamente con una breve prefazione e una recensione sul "Sole 24 ore", i teoremi misteriosofici dei signori B&T, ivi compresa la bufalona del Verter. Tuttavia chi abbia praticato i suddetti generi letterari sa bene come limiti di tempo e di spazio non consentano sempre di approfondire l'analisi dei contenuti al di là di una fugace valutazione impressionistica.
  15. Questa risposta è poi uscita, ampliata, come puntata n. 22 della mia 'telenovela' Ahimé ch'io cado, intitolata La farina del diavolo e su «Musica: http://www.rivistamusica.com/la-farina-del-diavolo/, suscitando la reazione di Francesco Bellotto, regista e musicologo, che riporto anche qui visto che offre nuovi spunti alla discussione: E non posso evitare un intervento, stuzzicato dal N. 22 della deliziosa saga. Anzi, approfitto per ringraziare per i dottissimi post tuoi, di Carlo Vitali e Mario Bracca (e artifex). Pensavo si sarebbero astenuti dal rispolverare le loro teorie alla Dan Brown su Mayr. Ricordo dunque due faccenduole, che circa 15 anni fa avevano rivelato la solidità del loro metodo. 1) B&T hanno scambiato il Verter di Pucitta per un Verter (mai composto) di Mayr. Dopo lo sfondone hanno costruito teorie fantastoriche per camuffare il banale errore. 2) a seguito della pubblicazione del loro libro su Mayr, volendo ristabilire un po' di verità storica, ho studiato le relazioni fra Mayr e massoneria. Allego il link al saggio, ormai vecchiotto, e al quale mi sembra che Carlo Vitali potrebbe aggiungere contributi bibliografici che allora non conoscevo. Beh: già allora era evidentissimo che Mayr era sicuramente massone, ma NON illuminato di Baviera. V. a p. 174 del saggio che allego: B&T sostengono che con la presa di potere del governo asburgico si potè così «colonizzare la mollezza dei paesi del mezzogiorno con la purezza della razza nordica» (in B&T, Goethe, Mozart e i fratelli illuminati, p. 390). Ma in realtà NON esistono fonti d'epoca che attestino la presenza di Mayr negli elenchi degli illuminati. Anzi, se devo dirla intera, Mayr, a cominciare dal cambiamento del nome proprio, italianizzato in Giovanni Simone, volle sempre essere noverato come autore fra gli operisti italiani... http://www.francescobellotto.it/files/SAGGIO.pdf
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