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  1. Ottimi esempi di utilizzo del flauto nel jazz, soprattutto Dolphy e Sanders, naturalmente per nulla sorprendenti data la loro statura. Mi pare che il free jazz abbia saputo tirare fuori il lato più interessante, forse perché lontano dal retroterra europeo, certamente nobilissimo, ma condizionante, talvolta persino troppo. Non vanno dimenticati i "californiani" Bud Shank, Buddy Collette o il bopper belga Bobby Jaspar che hanno preparato il terreno ai Dolphy, Lateef ecc...Infine è curioso notare come uno dei più importanti flautisti in attività, James Newton, sia un musicista completo che, seppur partecipe appieno dell'estetica del jazz contemporaneo, è anche significativamente attivo in ambito classico.
  2. Certamente il flauto trova la sua collocazione ideale in ambito colto. Essendo poco preparato non mi avventuro in disquisizioni. Posso dire a riguardo che avendo ascoltato composizioni bachiane nelle quali il flauto ha un ruolo importante, non si può che riconoscerne l'immenso valore. Il flauto resta qualcosa di alieno nel jazz per lungo tempo senza che la situazione si sia modificata con il bebop. Conosce un certo sviluppo dapprima nel West Coast Jazz e poi nell'avanguardia fino al Jazz-Rock. I solisti migliori sono: Roland Kirk, Eric Dolphy, Hubert Laws, Bobbi Humphrey, James Newton, Yusef Lateef, Jeremy Steig, quest'ultimo il solista per eccellenza del Jazz-Rock più creativo. Al contrario, sono molto critico verso Mann, che rappresenta il lato più commercialmente bieco e deteriore in buona parte della sua attività. Tuttavia il flauto resta uno strumento marginale; non ha perso in fondo la sua natura aliena. Poi vi sono utilizzi tanto sporadici quanto intelligentemente creativi di Coltrane, Liebman, Lovano e persino di Coleman. In molti casi vengono suonati flauti indiani e africani che ci raccontano della poderosa natura ibridatrice del Jazz. Lateef e Newton suonano spesso questi tipi di flauto e lo fanno in maniera più estesa rispetto ai musicisti summenzionati.
  3. Non vi è dubbio che il segno lasciato da Rahsaan Roland Kirk nell'ambito del flauto jazz (e non solo) sia stato di profondo rilievo. Persino un certo Ian Anderson, quantunque ad un livello certamente meno sofisticato sotto il profilo tecnico, gli è stato debitore in qualche maniera. Il brano postato era stato ripreso, fra l'altro, dai Jethro Tull degli esordi, quelli di This Was (1968) con il chitarrista blues Mick Abrahams:
  4. Elvin Jones post coltraniano con due talentuosi sassofonisti che hanno avuto una carriera esemplare e sono tutt'ora attivi.
  5. La tua analisi è perfetta e, meno male che non sei espertissimo... Pertinente l'analogia con il rock progressivo e qui, a prescindere da gusti personali - non amo molto i big di questo stile, fatte alcune debite eccezioni con particolare riguardo ai cosiddetti canterburiani e ai King Crimson - si è scivolati nel pop mainstream più ordinario (Phil Collins e i Genesis). Tornando al Jazz-Rock distinguerei una prima fase pionieristica ed ambiziosa databile dalla seconda metà dei '60 fino alla prima metà dei '70 escludendo il pop jazz strumentale di Wes Montgomery, seguito a ruota dal "clone" George Benson marcatamente easy listening ed una seconda fase manieristica databile da metà anni '70 in cui la maggior parte dei musicisti ha smesso di cercare un'integrazione dei linguaggi in un progetto organico. Sì, molti di questi album, quelli inquadrabili nella fase manieristica in particolare, sono invecchiati male, ma attenzione a buttare il bambino insieme all'acqua sporca...il peggio sta nella GRP di Dave Grusin, mentre, a titolo di esempio, I Soft Machine con Etheridge, Jenkins e Ratledge, i Weather Report con Pastorius e il McLaughlin post Shakti di "Electric Guitarist" ed "Electric Dreams" hanno mantenuto un profilo più che dignitoso.
  6. Mah...suonavano musica acustica e poi il free jazz era percepito come fenomeno autentico, genuino, espressione della comunità afroamericana più impegnata. Verso il rock c'era da parte di Polillo l'idea che si trattasse di fenomeno meramente commerciale, povero di contenuti. Va precisato che in tema di jazz rock aveva una buona opinione sia del quartetto di Gary Burton che della big band di Don Ellis entrambi ben attivi dal '67 in avanti, mentre Davis pubblicava Nefertiti, ancora interamente acustico e, aggiungo io, i "vagiti elettrici" davisiani sono in Miles In The Sky, inciso tra gennaio e maggio 1968, anche se forse la prima incisione "elettrica" è Circle In The Round del dicembre 1967 con Joe Beck alla chitarra, contenuta nella raccolta omonima. A Davis rimproverava di essere un gran furbastro abilissimo nell'assorbire idee altrui facendole diventare proprie. Mi sembra eccessivo e ingeneroso, ma non del tutto campato in aria. Poi, per quanto riguarda Burton ed Ellis, secondo me, le sue osservazioni possiedono sicuro fondamento. È un vero peccato che il secondo sia finito nel dimenticatoio almeno qui in Europa.
  7. Eccellente musicista ed autorevolissimo didatta come lo è anche Jerry Hahn che, a differenza di Burton e Goodrick, è stato per circa due decenni lontano dalle scene per dedicarsi esclusivamente all'insegnamento.
  8. Musicista di squisita raffinatezza di cui, nella ormai cinquantennale carriera, non ricordo cadute di stile al contrario del suo amico nonché prezioso interlocutore Chick Corea in alcuni pregevoli album ECM all'insegna del duo pianoforte e vibrafono ed anche in contesti Third Stream con gli archi (Lyric Suite For Sextet, 1982). Vi sono almeno due aspetti sui quali vale la pena soffermarsi: la tecnica a quattro martelletti o bacchette che costituisce una novità introdotta da Burton e la sua pionieristica funzione di precursore del jazz rock a partire dalle sue incisioni legate al folk bianco americano per approdare appunto alle collaborazioni con i chitarristi Larry Coryell, Jerry Hahn, Sam Brown e persino un giovane e brillante Keith Jarrett dedito anche alle tastiere elettriche e al sax soprano. Ricordo che Arrigo Polillo, noto detrattore del jazz rock del quale metteva in luce la natura corruttrice e compromissoria al ribasso stante il carattere prevalentemente commerciale del rock, tesseva le lodi del quartetto di Gary Burton della seconda metà degli anni '60 a suo dire più pregnante e significativo di quanto prodotto da Miles Davis che di lì a poco sul finire del decennio avrebbe pubblicato opere come In A Silent Way; Bitches Brew ecc... Forse Polillo a proposito di Davis esasperava concetti che però nell'ambito della critica jazz erano più diffusi di quanto si possa pensare.
  9. Mi trovavo in vacanza nella zona di Pescara e, dopo essermi documentato sui negozi di dischi della città abruzzese, ho fatto un'escursione proficua che ha fruttato ben quattro cd complessivi in due distinti negozi, di cui tre di Jazz. Naturalmente, quando ho visto Our Man In Paris di Dexter Gordon a € 12 e Point Of Departure di Andrew Hill a € 10 non me li sono lasciati scappare dato che si tratta delle rimasterizzazioni più recenti (RVG Edition) generalmente di buona fattura audiofila. Per quanto riguarda il lavoro di Joe Lovano ero incuriosito sia dal combo, sia dalle composizioni di Schuller presenti in parte dell'album. Ho appena cominciato ad ascoltarlo e, per quel poco che ho sentito, mi pare di ottima caratura; si ispira alle incisioni davisiane di fine anni '40 giustamente assurte al rango di leggenda e difatti allinea una formazione semi orchestrale che annovera solisti di razza quali Ralph Lalama, John Hicks, Tim Hagans, George Garzone ecc... Anch'esso era in offerta a € 10.
  10. Da un oscuro album del 1971 risalente al periodo Atlantic e di non facile reperibilità, il quartetto del vibrafonista Gary Burton comprendente il talentuoso chitarrista Sam Brown, purtroppo scomparso precocemente pochi anni più tardi: